Una luna insolitamente grande e luminosa diffondeva la sua luce sul freddo paesaggio invernale della Giudea. Quattro carovane, provenienti da diverse direzioni, percorrevano placidamente un dolce declivio, costeggiato da ulivi, convergendo verso la porta del villaggio di Betlemme, presidiata da un ozioso legionario romano e da un anziano grigiobarbuto seduto a un dozzinale tavolaccio di legno.
La prima carovana ad arrivare fu quella guidata da un arabo, a dorso di cammello, la cui sfarzosità nel vestire era solo parzialmente mitigata dalla azzurrognola luce lunare. L’arabo venne bruscamente fermato dal barbogio: «Alt! Chi siete? Da dove venite? Cosa fate? Dove andate? Cosa portate?»
«Come osi rivolgerti a Noi in siffatto modo, villico giudeo? Sono Malek Gaspar ibn Ibrahim ibn Ismael al Sherif ibn Ashraf al…»
«Non ci sta. Troppo lungo» rispose laconicamente il burocrate pubblicano.
L’arabo rimase a bocca aperta, impietrito da tanta insolenza. Poi tuonò: «Come osi?! La Nostra famiglia discende in linea diretta dal profeta Ismaele! I Nostri possedimenti giungono oltre l’Arabia Felix e…»
«Sì, sì, tutto quello che vuole» lo interruppe di nuovo il burocrate «ma a me hanno dato questi moduli, ecco, li vede questi papiracci?» disse agitando dei malridotti fogli giallastri.
«E tutti quei nomi non ci stanno. Me ne dia uno più corto.»
«Noi ci rifiutiamo di recare un simile affronto ai Nostri nobili antenati!» rispose sdegnato l’arabo. Nel frattempo arrivarono altre due carovane che si accodarono in attesa di poter passare.
«In tal caso non le resta che ritornare nell’Arabia Felix» disse il vecchio, gettando un’occhiata alle carovane in attesa.
«Noi non accetteremo oltre simili insolenze! Noi siamo un re!» affermò l’arabo con alterigia, dirigendosi verso l’entrata.
«La X Fretensis è di stanza qui vicino, signore» disse il grigio, proseguendo con un tono di voce assai pacato «Sono cinquemila legionari. Romani. Veterani. E come simbolo hanno il maiale.»
L’arabo compì un’elegante inversione di marcia e si diresse verso il tavolo del burocrate.
«Gaspare. Re magio.»
«Bene, ci siamo intesi» annuì soddisfatto il vecchio.
«E cosa trasportate?»
«Oro, per il Re dei Re.»
«Bene. Un sesterzio.»
«Come un sesterzio? Guarda che è un regalo, Noi lo abbiamo anche incartato!»
«I romani. La burocrazia. La X Fretensis…» disse l’anziano alzando le spalle.
«Noi paghiamo» disse Gaspare traendo di tasca un soldo.
Nel frattempo si avvicinò la seconda carovana, guidata da un indiano riccamente vestito.
«Sono il Re dell’India, Balthasar Vashishtiputra Satakarni… oh che cavolo, ho già capito, la X Fretensis. Baldassare, Re magio» tagliò corto l’indiano.
«Bene signore e cosa trasporta?»
«Gemme preziosissime, rubini e smeraldi, per il Re dei Re.»
«Un sesterzio. Anche se è un regalo.»
«Diamo a Cesare quel che è di Cesare» accondiscese Baldassarre.
Si avvicinò anche il proprietario della terza carovana con già il sesterzio in mano.
«Melchiorre. Re magio. Porto in dono pregiatissime stoffe per il Re dei Re. Ecco il sesterzio.»
«Perfetto» sentenzò l’anziano pubblicano «e qual è la vostra origine?»
«Parto.»
«Adesso?»
«No, lo sono sempre stato.»
«Cosa?»
«Parto.»
«Temo che non ci stiamo capendo signore.»
«Metta persiano.»
«Persiano può andare» disse il vecchio annuendo.
Finalmente arrivò la quarta carovana guidata da una figura la cui pezzenteria era solo parzialmente mitigata dall’azzurrognola luce lunare. Al suo avvicinarsi il canuto barbuto burocrate venne investito da un’incredibile fetore di morte e piedi sudati.
«Per le balle di Giano Bifronte!» esclamò usmando del garum avanzato dal pranzo per vincere il malvagio miasma letale. «Cosa portate in quella carovana?»
«Formaggio signore, puzzone gorgonzolato per il Re dei G…» venne interrotto dal tonfo del legionario di guardia, svenuto per la puzza.
«Ho capito, ho capito» disse il burocrate in apnea «Re magio, dono per il Re dei Re, ho capito. Mi dica il suo nome e da dove viene.»
«Mi chiamo Taleggio, signore, e vengo dall’altopiano di Asiago» rispose prontamente il giovane casaro con animo gioviale.
«Taleggio, altopiano asiatico» scrisse velocemente il vecchio, turandosi il naso con l’altra mano. Poi lo congedò frettolosamente «Bene, se ne vada subito.»
«Ma non devo pagare?»
«No, no, vada via subito e segua le altre tre carovane là in fondo.»
«Schiavo vostro» disse il giovane rimettendosi in marcia fischiettando e lasciando alle sue spalle il vecchio ormai cianotico.
I Re magi arrivarono alla caverna del Re dei Re, si prostrarono, svolsero liberamente le loro prolisse presentazioni e porsero i loro splendidi doni alla sacra famiglia, beandosi della dolcezza dei cori angelici e della sacralità del momento. Questo fino a quando non vennero raggiunti da un nauseante odore di Gehenna in piena estate.
Era arrivata la carovana di Taleggio.
«Zaratushtra! I Deva dell’inferno!» esclamò Melchiorre.
«Prajapati! Gli infernali Asura!» esclamò Baldassarre.
«Porco boia! I Djinn del deserto!» esclamò Gaspare.
«Buonasera!» esclamò Taleggio.
«Devo consegnare il puzzone gorgonzolato per il Re.»
«Puzzone?» chiesero in coro i Re magi.
«Sì, il formaggio.»
Alla parola formaggio gli occhi di Giuseppe, il padre del Divino infante, si illuminarono.
«Formaggio? Prego entri pure, il suo regalo è ben accetto» gli rispose Giuseppe, che non mangiava da due giorni, non aveva trovato una sola locanda libera e non aveva nulla da mettere sotto i denti, visto che i Re magi non avevano nemmeno una misera pagnottella da dargli.
«Regalo?» chiese Taleggio con aria spaesata «veramente non è un regalo, ci sarebbero da pagare due talenti. Sarebbe per il Re Erode.»
«Erode? Beh, non è un problema, posso pagarti con l’oro che ci ha regalato il gentile Gaspare» rispose Giuseppe, afferrando un lingotto d’oro e avvicinandosi con fare soddisfatto alla carovana di Taleggio.
«Ma poi lo consegnate voi al Re? Che poi quello s’incazza se non ha il suo puzzone gorgonzolato» disse ingenuamente il formaggiaio.
«Sì, sì, non preoccuparti, ci penso io» tagliò corto Giuseppe.
Lo sguardo inorridito di Gaspare incrociò quello altrettanto inorridito di Maria, la madre del Divino infante. La quale si avvicinò ai Re magi.
«Vi prego» sussurrò «aiutatemi, non posso sopportare una simile puzza.»
«Ma come fa il santo consorte a resistere?» chiese Gaspare.
«Eh! Ormai quello con la vecchiaia non sente più gli odori. Ma vi pare che avremmo tenuto il bue e l’asinello per scaldarci, con tutta la legna da ardere che c’è in giro? Già così è una puzza che non vi dico. Ma il formaggio non posso reggerlo. Vi prego, non avete profumi, oli, spezie? Qualcosaa?!» supplicò Maria disperata, afferrando Gaspare per il bavero.
«Beh, io avrei gli alberelli di incenso che uso per profumare la carovana» disse Melchiorre.
«E io le gomme di mirra da masticare per la nausea quando intraprendo viaggi lunghi» aggiunse Baldassarre.
«Datemeli!» urlò Maria con gli occhi sbarrati, sostenuta dalla minacciosa apparizione di un fiammeggiante Arcangelo Michele alle sue spalle.
I Re magi ubbidirono senza fiatare e si congedarono frettolosamente. Alle loro spalle il fischiettare allegro di Taleggio, felice per il buon affare concluso.
«Oro, incenso e mirra» sospirò Gaspare.
«Tanta strada per vedere il mio dono utilizzato per comprare del formaggio mefitico. Sono avvilito.»
«Beh, almeno il tuo regalo l’hanno usato» replicò Melchiorre «le mie stoffe neanche le hanno guardate e senza incensi arriverò a casa che la carovana puzzerà di capra marcia. Oh sciagura!»
Baldassarre non proferì verbo e continuò ad avanzare pallido e mesto.
«E tu Baldassarre? Non hai nulla di cui lamentarti?» gli chiese Gaspare.
L’indiano si girò lentamente e sussurrò con un filo di voce: «Devo tornare in India senza le gomme per il mal di carovana. Sto già male.»
La luna continuava a illuminare il freddo paesaggio invernale della Giudea.

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