Un muro nella testa

Ivano Fossati 1/2/2009 – Cremona, Teatro Ponchielli

Percepire un cielo che mulina di bianco, erigere un ponte tra noi e il Ponchielli.
La notte è una donna che suona, la notte colleziona brutte ballerine. Il respiro giallo della sala ci carezza la testa, trasferisce il dolore ermetico delle persone euristiche. Dalle crinoline, il buio si libra come iati sui nostri ricordi, è la costruzione di un silenzio sbandato che plana piano sulla cornice di mille futuri. Ivano Fossati indossa noi tutti, e una camicia bianca. E dei jeans, mi pare.
Sono le note che ci girano intorno, una musica leggera da sfrondare, e questo tempo che scorre lieve tra le pendici di un pianoforte. Sono novelle sensazioni, il pallore dinoccolato delle canzoni.
Mi astraggo un istante. Davanti a me, i capelli dei ricordi hanno il dolore dell’assenza.
Vergogna, ora basta, vuoi tagliarti quei rasta?
Con questo muro che scivola in corpo, con questo amore che si sbraccia piano, la consistenza di un aroma umido. Abbattiamola insieme questa giovinezza di altari, prima che il tempo noleggi un grattacielo.
Il nostro amore è un secchiello di speranza. Domiamo presto questi glicini in fiore, respireremo il profumo della stella che colsi per te. Dammi la mano, percorriamo questa strada che vibra, negli angoli della bellezza l’amore è una notte di seta.
Ora basta, vergogna, mi sono preso la rogna.
E’ tardi amore mio, è giunto il momento di riporre le nostre ametiste in uno scrigno del color dell’inquietudine. Guarda, ancora il cielo mulina di bianco.
Sara giocherella con un desiderio d’inverno. “I testi di Ivano Fossati”, dice, “sono bianche farfalle che si librano sui pistilli della sensazione”.
Annuisco. “Raccogliamo il libro della conoscenza, e costruiamo un ponte che sia me, che sia te. Che sia noi”, replico.
“Sì, ma come fare con questa musica che gorgoglia durante il fiume?”
Il mio sospiro è una danza.
“Hai ragione, mia cara. Il ricordo sarebbe una strada che vibra nel calore”.
Sara annuisce. “A proposto di calore. Vorresti mica alzare un altro pochetto, così che il mondo che indossiamo si faccia per noi un cicinino più adiabatico?”

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Alberto Calorosi
Alberto Calorosi

Alberto Calorosi è nato a Genova nel 1972, vive e lavora a Parma. Nel 2007 qualche suo racconto è apparso sulla rivista La Luna di Traverso, sul quotidiano di Parma L’informazione e su un paio di antologie di racconti. È redattore di Tapirulan. Considera Fabrizio De André il più grande artista di tutti i tempi e si rammarica di non avere avuto l’opportunità di conoscerlo, anche solo per chiedergli cosa accidenti significa all’ombra dell’ultimo sole. Un giorno o l’altro imparerà a pattinare.

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Un commento

  1. Pensa, Ufj… stavo pensando proprio a quella canzone… TELEPATIA! Grande pezzo, molto vero! Abbiamo un maledetto MURO!

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