Ha legato la Graziella al tronco, sul ciglio del canale.
Arancione con le bolle bianche, una bici unica al mondo, dovessero fregargliela suo papà lo legna sicuro.
Sette chilometri al buio dei campi di granturco, nell’afosa sera d’agosto, per giungere sudato marcio al locale, la maglietta lisa dei Nomadi incollata al torace magro, nugoli di zanzare assassine appiccicate in fronte. È un locale per abbronzati, maschi in camicia e femmine col tacco, ma stasera ospita Zucchero. Un concerto per pochi, non reclamizzato in città, organizzato dal fan-club locale.
Suo padre odia Zucchero, dice che canta come un cane malato, che è sporco e mena rogna.
«Cazzo ci viene a fare Zucchero in un posto da fighetti?» gli ha chiesto la mattina, a colazione.
«Zucchero non fa distinzioni, papà.» ha risposto lui.
Paolino ama Zucchero quasi quanto ama il suo don.
Jeans corti con le frange e scarpe da ginnastica, Paolino affronta il buttafuori slavo all’ingresso, un uomo in camicia nera tutto bicipiti, basetta incolta e microfono.
Troppo casual per entrare, gli fa notare quello, squadrandolo penosamente.
Paolino suda da bestia, si guarda alle spalle nervoso. Ragazzi e ragazze più fashion passano.
Tenta con l’astuzia. «Ho la maglietta dei Nomadi perché Zucchero i Nomadi li ama, l’ho letto nella sua autobiografia…»
Il butta pare non sentirlo.
«Sua zia stava con la zia del tastierista!» urla allora.
Niente.
«Compio diciott’anni oggi…» prova infine Paolino con sguardo cerbiatto.
«Gira al largo.» fa secco il butta, poi fa passare due coppie con biglietto di prenotazione del tavolo, vestite bene e abbronzate.
«Non si fa così…» commenta Paolino arretrando nervoso. Si spalma bene il sudore in faccia con una mano. Lancia in giro uno sguardo teso.
Arriva un tizio anziano, barba incolta e unta, canotta e ciabatte, una borsina della Coop in mano. Il butta non lo rimbalza, anzi, gli fa un sorrisone.
«E quello?! – s’infervora Paolino – Quello lì passa, com’è? Cioè guardalo… quello lì è uno straccione, e lo fai passare! Com’è? Eh?»
«Quello lì è Zucchero, deficiente» fa il butta.
Paolino sospira forte, le mani sui fianchi, rassegnato. China il capo, vinto dall’ineluttabilità della cosa. Si volta mesto per tornare alla bici, sconfitto.
Un losco figuro dal cranio tatuato e dal lungo codino lo impatta.
Paolino sgrana gli occhi per il terrore. Il maglio di nocche e anelli di metallo scende impietoso sulla sua fronte, a timbrarlo.
La notte si spegne.
Quella mattina…
«Cosa c’è dentro?» chiede Paolino al collega Marrakesh, in un frastuono di macchinari e sirene. Il giovane marocchino gli sta porgendo una busta bianca chiusa a saliva.
«Oh figa! Prendila e basta! Li compi o no gli anni? Abbiamo raccolto i soldi, ci sono stati tutti…»
«Tutti?» dà un’occhiata agli altri operai sparsi in catena.
«Sì. Dicono che sennò ci diventi come il cantante dei Cugini di Campagna.»
Paolino s’inquieta. Fissa la busta.
«Beh ma in che senso?»
Marrakesh scrolla le spalle.
«C’è tutto spiegato qui dentro. So niente io, son marocchino.»
Paolino la prende. Marrakesh scompare in catena, in una nube di polvere chiara.
«Sei di Lodi, tu!» gli urla, inutilmente.
Tasta la busta. Di banconote nemmeno l’ombra.
Solo un foglietto.
Il palazzo è in uno dei vicoli che dall’antica torre si allontanano dal centro storico. Una struttura vecchia di mattone rosso, scrostata, incassata tra altre più recenti. Dall’altra parte del vicolo un ristorante e, accanto, una bottega liutaria da cui esce odor di fumo di sigaretta e rumore di artigiano al lavoro.
Paolino controlla indirizzo e civico. È qui.
Citofonare n°4, c’è scritto a matita sul foglietto.
Dare fuoco al folietto. c’è poi.
Paolino esita.
Fallo, colione. c’è infine.
Guarda il citofono. Dieci interni, cinque sono cognomi, nemmeno uno italiano. Gli altri cinque sono numeri.
Schiaccia il numero quattro.
Un click da brivido apre il portoncino. Dietro, un corridoio lungo e semibuio, solo un neon sfrigolante viola. In fondo un ascensore col vetro illuminato. Terzo piano, dice il foglietto.
Deglutisce male, prende l’accendino per dare fuoco al foglietto. Prova ma la pietrina non innesca la scintilla. Tira una bestemmia secca, scaglia l’accendino metri più in là, sul selciato. Finisce davanti alla bottega liutaria, tra i sandali da frate indossati da un tizio equivoco, tarchiato. Ha un codino unto che dal cranio tocca terra, la sigaretta in bocca, in mano la cassa armonica di un violino. La sta raschiando con una piccola raspa.
Lo sta fissando curioso, con un mezzo ghigno.
«Beh?» fa Paolino nervoso.
Il liutaio smette il ghigno e stringe gli occhi. Una delle sue mani ha numerosi anelli di metallo, tutti su un solo dito. Borbotta qualcosa con accento dell’est.
Paolino non riesce più neppure a deglutire. S’infila schiacciato nel corridoio del palazzo e richiude lesto il portoncino.
Terzo piano, interno quattro.
Suona. Un istante dopo gli apre una donna con un occhio blu scuro e uno celeste. Ha la pelle diafana, il trucco pesante. Porta un berretto da marinaio e indossa una blusa stile navale color blu marino, scollata tanto da lasciar fuori i seni, un filo rilassati. Le gambe nascoste dentro due calze ricamate spesse a righe bianche e blu, alte alla coscia, ai piedi due mocassini neri. Ha in mano il mozzicone di una sigaretta sottile ormai finita. Paolino non sa dire se sia bella, potrebbe avere tredici anni o settanta.
«Amoore… ciao» lo accoglie.
«Ciao…»
«Io sono la Marinara…»
«Ah… eh beh…»
«Ti piaccio vestita così?»
«Da Paperino?»
«Da collegiale giapponese, scemotto.»
«Ah… beh, sì dai…»
Lo prende per la maglietta e lo tira dentro.
È terrorizzato fin nel midollo.
È il suo diciottesimo compleanno, perdio. Avrebbe preferito che la sua prima volta fosse, come dire, speciale.
«Non vorrei offenderla eh… – prova allora a dire, stropicciandosi con una mano la maglietta dei Nomadi – ma io come regalo avrei preferito qualcosa di più semplice, ecco, l’avevo detto a Marrakesh… tipo una maglietta bella…»
«Una maglietta bella» ripete la donna, levandosi il berretto blu e sciogliendo una massa enorme di capelli ingrigiti. Poi passa a slacciare la blusa.
Paolino s’irrigidisce, grattandosi il cavallo dei jeans corti sfrangiati, cerca di ricordare se si è lavato bene. Si domanda se non avrebbe fatto meglio a fermarsi in farmacia a prendere dei preservativi, o se ce li avrà lei, e se serviranno…
La guarda meglio: i capelli sfibrati, la pelle grinzosa… il corpo però pare abbastanza sodo.
«M-mm… – riprende – una maglietta bella, sì, insomma moderna ecco… per andare in un locale, stasera. C’è Zucchero che suona per il fan-club cremonese, solo lui al pianoforte, non lo sa nessuno. A me piace Zucchero…»
La Marinara ormai indossa solo le calze. Il seno tocca l’ombelico e il trucco pesante del viso la fa bambola. Paolino però è inebetito dall’abbondante pelliccia di castorino in mezzo alle gambe.
«Beh…» farfuglia.
«Stenditi, amore – dice la tigre, spingendolo sul divano e abbassando la luce – adesso salpiamo…»
Paolino si irrigidisce, e si appresta a diventare un ometto.
Un’oretta scarsa dopo…
«Passami la gamba…»
La donna è di spalle, Paolino la guarda confuso.
«La gamba, – insiste lei – svegliati, cucciolo…»
Lui reagisce con un sospiro. È nudo, dal cervello sta svanendo l’effetto dei fumi di incensini aromatizzati. Individua sul pavimento l’arto di plastica con su la calza. Glielo passa, meccanicamente. Ha un’espressione estatica che non aveva dal giorno in cui il don gli disse che era proprio un bravo chierichetto.
Lei mugugna, sempre di spalle.
«Ti starai mica innamorando vero?» e armeggia con la protesi.
Lui fa no con la testa, due o tre volte.
Lei si alza, si volta e lo fissa: nel viso scavato dagli anni un agghiacciante buco nero ha preso il posto dell’occhio celeste.
«Non ne vale la pena, scimmietta…» dice con un tono di voce quasi stanco. Paolino cerca di sostenere quello sguardo di basilisco, poi cede, guarda altrove.
«L’occhio, ora…» ordina lei.
Paolino cerca in giro, lo trova infilato nei suoi boxer di Snoopy. Glielo porge, inorridito. Gli sembra che la testa esca piano piano dal torpore. Lei chiude la caverna nel volto.
«Ora i soldi, meraviglia…» e allunga una mano.
Una doccia fredda.
«I soldi?» farfuglia Paolino scendendo dal divano e cercando i suoi vestiti. Lei lo squadra. Ha già capito. Ritira la mano.
«Ma… – balbetta lui – ma… a me han detto che era tutto pagato e che…»
La donna si affaccia alla finestra che dà sul vicolo. Urla un nome, tipo dell’est. Gli chiede di salire in fretta. Paolino è già alla porta, indossa solo i boxer di Snoopy, il resto ce l’ha in mano. Le sue giustificazioni si perdono tra gli insulti da diavolo della donna.
Un coltello da cucina vola attraverso l’ingresso e si pianta nella porta, Paolino fila sul pianerottolo, capelli dritti, poi giù dalle scale come un sasso. L’ascensore sta salendo.
Le urla della vecchia strega riempiono il dedalo di corridoi del palazzo, Paolino è già all’uscita, vola fuori mentre la donna ordina a qualcuno di scendere di nuovo.
In strada l’aria afosa della sera è un pugno in faccia e due braccia lo bloccano alle spalle. Lui grida e si divincola, ma è Marrakesh con occhi preoccupati che lo trattiene.
«Scusami, ho fatto una cazzata, – dice concitato – dovevo pagare io la battona ma poi ho fatto l’errore di entrare qui all’angolo dal cinese per le siga e non lo so, le lucine delle macchinette, i suoni…»
Dalla finestra in alto la Marinara urla improperi e lancia giù un posacenere. Il corridoio s’illumina attraverso il vetro smerigliato del portoncino e una sagoma ci si delinea dentro.
Paolino si libera a forza di Marrakesh.
«Eh ma perdio! – insiste quello, evitando il posacenere – Non ho fatto apposta, poi avevo il rimorso e son venuto no? Però adesso non ho più i soldi e…»
Paolino inforca la sua Graziella arancione, mentre Marrakesh alza le braccia e arretra un passo, sistemandosi il colletto della camicia.
Sente il click della porta alle sue spalle. Si volta.
Il liutaio dal lungo codino gli arriva a tiro coi denti digrignati. Il pugno dai sei anelli gli cala in piena fronte e lo timbra a sangue.
La sera si spegne per il giovane marocchino lodigiano.
Il mattino dopo…
Paolino entra in cucina alle 6 e 45, la maglietta della ditta indosso. Il caffè sta salendo, suo padre sta sfogliando il quotidiano locale. Quattro notizie quattro, prima di avviarsi anche lui al lavoro.
«Scippata della pensione al mercato…» legge a voce alta. Poi gira la pagina, si fa serio..
«Ulla… ieri sera hanno picchiato un ragazzo marocchino in piazza. Poi sono arrivati i caramba e hanno chiuso un appartamento del palazzo lì sopra dove lavorava una bagascia livornese… uh, era messa male, la vecchia…»
Chiude il giornale, sbuffando. Guarda il figlio stiracchiandosi e sbadigliando.
Lo sbadiglio gli resta lì, bloccato a metà.
Paolino ha un ematoma che gli prende mezza faccia, il naso una patata rossa. Sulla fronte ha stampata a sangue una parola: T-I-M-B-R-O.
«Per la madonna! Cos’hai fatto?»
«Sono andato al concerto di Zucchero…» dice mogio.
L’uomo sta zitto un istante, poi fischia basso.
«Te l’ho mica già detto che quello lì mena rogna?»
I due si guardano. Il caffè schizza fuori dalla moka.
