Arrivo alla cancellata del tubificio, il mattino è frizzante novembrino e la stradina del sottoargine che raggiunge tutti gli stabilimenti del Gruppo Chrom è dissestata, come un campo di esercitazioni militari per il tiro col mortaio. Il manto d’asfalto è perforato da crateri impressionanti, il mio R4 è così instabile che mi sembra d’esser un surfista sulla cresta delle onde. Come mi faranno capire in seguito, i buchi meno profondi son quelli dovuti alla pesantezza degli autoarticolati che trasportano l’acciaio fuori dai capannoni, verso le stazioni di carico e smistamento e gli aeroporti. I buchi più abissali invece sono dove il camion si è proprio capottato, e la rondella d’acciaio da 25 tonnellate, detta coil, si è stampata giù dal rimorchio, direttamente di piatto sulla strada.
Antani e De Visi sono già lì, accanto alla portineria, mi aspettano. Li ho conosciuti alla visita medica, in mezzo alla mucchia di extracomunitari noi abbiamo fatto comunella. Antani ha la siga in bocca e la barba incolta, lo sguardo partigiano. De Visi le mani in tasca, trema di freddo, un sorriso di smarrimento.
Passiamo nel sentiero pedonale, attenti a non farci schiacciare dai sette tir carichi che fanno manovra nello spiazzo tra la portineria e i capannoni. Di giorno gli stabili non fanno brutta impressione, oggi poi c’è un solettino smunto che stuzzica l’umore.
Sono le 7.30, siamo arrivati un po’ prima. Io tanto non ho dormito tutta la notte. Il custode ci saluta, ha l’aria assonnata ma la sua divisa è impeccabile. Tra la portineria e il mio capannone c’è una stradina di cemento immersa in verdissimi giardinetti all’inglese. Su uno dei praticelli si eleva, come un dito medio in curva Sud, una struttura dalla forma improponibile, totem cuneiforme, fatta di lamine strette di acciaio intrecciate, slanciate verso le nubi come un monito divino.
Veniamo sorpassati da operai a mucchio, come formichine, ne vediamo alcuni in tuta da lavoro blu pastello, altri in tuta verde pastello, uno infine è bianco ma sporco di nero. Stanno chiacchierando e scherzando, hanno tutte le età possibili. Alcuni poi, come graduati, sulla stoffa dei pantaloni sfoggiano nastri lucidi, gialli e arancione.
Ci esce il fiato bianco dalla bocca. Fiancheggiamo lo stabilimento sulla destra, sembra infinito. Alcuni personaggi, certi in tuta da lavoro ed altri in borghese, percorrono la distanza su biciclette tutte uguali, con le ruote piccoline e il telaio color ruggine. Le parcheggiano nei prati, poi arriva un altro personaggio, le recupera e fa la strada inversa. C’è del comunismo reale, in tutto questo.
Sulla sinistra invece, nei prati, si alza la struttura degli uffici amministrativi, finestre oscurate, tutte quadrate, tutte chiuse.
Subito dietro compare dal nulla la struttura bassa degli spogliatoi. Da lì ci viene incontro un uomo sui sessanta, forse più. È in bici ed è vestito bene, pantaloni di fustagno con la riga davanti, scarpe lucide marroni da papà in pensione, camicia panna e maglione di lana natalizio, una giacca d’altri tempi e occhiali chiari e sottili molto rassicuranti. La cosa che stona è l’elmetto da pozzo petrolifero.
«Buongiorno», ci sorride. Ricambiamo imbarazzati, tutti tranne Antani, che ha già la grinta di uno che di quel posto qui sa tutto. L’uomo ci conduce a un ingresso sul retro del capannone, poi dentro un cortile interno, brulicante di formichine blu. Nessuno ci presta la minima attenzione.
«Ne vedono passare tanti…» ci spiega il dottore. Si chiama Dottor Riviera, è un pensionato che ha dato il sangue qui dentro ed ora collabora da esterno alla struttura. Ci istruirà sulla sicurezza in acciaieria.
«Qui» esordisce dotandoci di ciclostili «abbiamo fatto passi da gigante. Siamo riusciti, in poco meno di dieci anni, a ridurre di due terzi gli infortuni sul luogo di lavoro. Per infortunio intendo da quello lieve a quello molto grave.»
De Visi assume il colore dell’ansia. «Mi scusi sa, cosa si intenderebbe per lieve e per molto grave?»
Doc Riviera minimizza con un calcolato gioco di spalle e guance. «Bah, si va dallo sfregamento all’amputazione dell’arto.»
Sentiamo un ciocco legnoso. Ci giriamo, De Visi è in terra, faccia al pavimento. Lo aiutiamo a risedersi, il Doc estrae sali in boccetta e un ventilatorino, glielo punta nelle iridi.
«Va meglio?»
De Visi annuisce, allargandosi il colletto e guardandoci.
«Dài,» lo conforta Antani «due terzi è già una bella riduzione. E in un anno quindi quanti?»
«Tra lievi e gravi quest’anno son solo 297.»
«Ah,» dice Antani «mica cazzi!»

Un’ora dopo io e De Visi entriamo in reparto, il tubificio vero e proprio. Prima di entrare siamo stati dotati di tappi gialli in poliuretano spugnoso, antisuono. Li schiacci tra le dita, li infili, si espandono, ti turano il padiglione. Ci terrorizzano facendoci capire di non entrare mai in reparto senza i tappini o le cuffie. Le cuffie sono meglio, dicono.
«Voglio le cuffie» dico.
«Le cuffie le hanno solo i capetti!» mi rispondono.
Coi tappini impiantati nel condotto auricolare affronto senza ripercussioni la presenza dell’infernale frastuono dei macchinari, gli slitter tagliano i tappeti d’acciaio in strisce di diverse misure, producendo acuti strilli e raschiamenti da accapponamento, ma noi viviamo tutto in una specie di bolla ovattata, come galleggiare in un acquario. Parlare invece si riesce, le voci si sentono.
Oggi e solo oggi ci viene concesso di aggirarci senza guida nel capannone, a nostra discrezione, per osservare. Dobbiamo renderci conto delle mansioni, capire come ci si comporta, cercare insomma di abituarci all’ambiente. Antani non c’è, non con noi insomma, lui è stato assegnato all’automazione. Andrà a schiacciare dei bottoni. De Visi sostiene che era raccomandato, troppa arroganza, troppa sicurezza, nessun segnale di paura all’ingresso nel tubificio. Non ho tempo di rispondergli, l’ambiente mi cattura per difformità da qualsiasi altro ambiente io abbia mai visto.
Tutto intorno a noi è grigio. Grigio il soffitto altissimo che scompare alla vista, grigie le tute da lavoro blu sporche di metallo, grigio l’acciaio da lavorare e quello già trasformato in tubi di varie dimensioni, grigie le espressioni degli operai che senza mostrare emozioni ripetono operazioni pesanti e regolari. Grigio è il pavimento che non ha disegno, tutto è stato ricoperto da decenni di polvere di metallo ormai sedimentata, come camminare sulla ruggine solida, e non c’è piattezza, come sentieri in una boschina sabbiosa.
Sopra di noi, nell’aria ammorbata del capannone, maestosi carriponte trascinano su ganci titanici rotoli di acciaio da oltre 20 tonnellate come fossero quarti di bue, spostandoli dallo stoccaggio alla lavorazione e contrario. Il loro arrivo è annunciato da un fischio sottile e quando il carro s’arresta il carico ondeggia come Spiderman sospeso tra i grattacieli. Sono manovrati da personaggi quieti e dall’occhio clinico detti gruisti, che con pulsantiere a cavo si aggirano ogni tanto tra i campi cimiteriali dei coil già pronti per il trasporto, sbucando all’improvviso da un angolo con sopra la testa sospeso il micidiale carico. Perdere in volo uno di questi bisonti significa un grave danno economico, una perdita di tempo lavorativo, il rischio di spaccare macchinari costosissimi e la triste possibilità di seppellire in modo irreparabile corpi umani inconsapevoli. Infortunio molto grave, direi.
Come mi muovo mi sembra di rischiare qualcosa, un taglio, un’abrasione. Appoggiare senza i guanti la mano su una ringhiera, la ritrovi nera che sanguina e non sai perché. De Visi non si muove dal suo posto praticamente per l’intera giornata, lo sguardo di chi pensa di aver fatto una cazzata imperdonabile a firmare. Io sono in ansia, ma non per oggi, oggi è ancora giorno di visita istruttiva, non mi sento parte dell’ambiente. Ma da domani inizio davvero. Turno di notte.

La sera non m’addormento subito, nelle orecchie ho ancora il frastuono sottile del capannone, negli occhi il grigio dei muri, del soffitto, del pavimento. Cerco di leggere, ma ho un peso sul cuore, come qualcosa di inevitabile. Spengo la luce e resto così, immobile nel buio.
Il giorno dopo mi sveglio presto ma mi obbligo ad alzarmi il più tardi possibile, per abituarmi alla notte in fabbrica, me lo ha insegnato un amico.
La giornata vola via, come sempre accade nell’attesa di qualcosa che non si desidera.
Ed eccomi, in men che non si dica, parcheggiato nello smisurato piazzale di cemento del tubificio. Esterno notte. L’inizio dell’avventura.
Solo il gabbiotto della portineria fa luce, e i lampioncini gialli del viale che conduce ai capannoni. Visti di notte, i capannoni spaventano. Decine di piccole formiche blu, raccolte dai coni di luce dei pali luminosi in lontananza, si avventurano fuori dalla struttura bassa in muratura degli spogliatoi per raggiungere con passo quieto l’ingresso dello stabilimento, un portellone a scorrimento alto almeno 10 metri, da cui una voluta di fumo bianco scappa fuori costante per innalzarsi al cielo buio. Il portellone dal quale anch’io, tra pochi istanti, sarò inghiottito.
Che fare?
Scappo?
Ho indosso la mia tutina blu pastello d’ordinanza, di una misura in meno però, i pantaloni mi arrivano alla caviglia. Per fortuna che lo scarpone antinfortunistico è bello alto, sennò mi si congelano le tibie.
Un paio di strati di lana, sotto la giacchetta abbottonata al gozzo, per vincere la notte nel capannone, e un berretto di lana blu a tema. A tracolla il marsupio con dentro il pasto notturno, due tramezzi col prosciutto e un succhino alla pera. Cracker salati per i due spuntini di alleggerimento, uno verso le 23 e uno verso le 4. Che tristezza.
Mi guardo bene intorno.
L’auto di Antani c’è.
De Visi non si vede, e fra sette minuti squilla la sirena della timbratura. Ha già mollato. Io invece, se mi sbrigo, ce la faccio.
Che fare?
La comincio questa nuova vita? Lo attacco questo periodo di transizione? Sarà poi davvero un periodo di transizione?
Tiro un bel sospiro e mi avventuro. Penetro il cancello, saluto il guardiano, ricambia senza conoscermi, sono in tuta blu pertanto vado bene. Canticchio mentalmente il tema musicale trascinante di Crazy by love di Beyoncé, immaginandomi un piccolo esercito blu assolutamente sincronizzato che si immerge nell’antro del Leviatano.
Non funziona, non mi carico.
Mani in tasca, testa china, fiato bianco che sbuffa. Avanzo.
È importante, importantissimo, che io impari alla svelta a non pensare a ciò che m’appresto a fare. È importante, importantissimo, che io non mi lasci abbattere, che io capisca che qui dentro ci sono centinaia, forse migliaia di persone che fanno questo stesso lavoro che ancora non ho capito bene, e che magari già lo fanno da anni. Magari da sempre. Ecco. Ecco, è importante, importantissimo che io non mi lasci convincere che questo sarà il lavoro della mia vita, che io sappia vederlo per ciò che realmente è, un piccolo passaggio evolutivo, un’esperienza. Ci sarà pure qualcosa che io posso imparare qui dentro, al di là del lavoro. Magari conoscerò gente simpatica, che ne so, magari trovo anche qualcuno meno bestiale di quel che m’aspetto.
«Oh, te…» sento chiamare alle mie spalle. Mi volto, è il mio capoturno, in tuta verde. Mi fermo ad aspettarlo.
«Ciao» dico mogio.
Lui mi passa senza fermarsi. «Guarda che noi abbiamo già timbrato da dieci minuti, cerca di essere qui prima, sennò non andiamo bene!» e mi lascia indietro.
Blocco il magone, mi sistemo la berretta blu, annullo i pensieri e lo seguo accelerando.
Il vero fattore umano però lo colgo due ore dopo, la prima volta che mi scappa.
Tocca andare in bagno, e intuisco immediatamente il senso del termine cesso. Questo di Chrom S.p.A. è il peggior cesso della Lombardia.
E grazie alle metafore colorite che allietano il mio sguardo e contribuiscono al mio bagaglio culturale a basso profilo mentre svuoto il sacco sulla turca, e grazie alla delizia di pareti marroni scrostate che ho fin il terrore di toccarle senza i guanti per paura di rimanere intossicato dalle particelle di merda di qualcun altro, particelle che mi sento intorno come corpi senzienti, e grazie anche alla spiacevole sensazione di disagio che provo tentando un improbabile equilibrio circense, gambe larghe per pisciare, una mano che regge il pantalone e l’altra che tiene chiusa la porta sottile come compensato e con la maniglia sfondata, mentre col mento sul petto tengo sollevati corpetto di lana, lupetto di lana, maglioncino-pile, giacca della tuta blu e giubbotto trapuntino smanicato, che qui dentro si gela, ecco, grazie a tutto questo scopro che far pipì qui dentro è un’esperienza al di sotto della soglia di tolleranza.
… Se l’esperienza anale vuoi provare, da Gigetto devi andare!…, segue numero di cellu di Gigetto. Questa è solo l’ultima perla che trovo, incastrata tipo Bartezzaghi tra le mille saggezze dei turnisti notturni, deviati da un mix di orario e mansioni alquanto provanti. Mi domando chi sia Gigetto. Soprattutto quanto è vecchia la frase e se lui poi sia sopravvissuto a tale sport in questo ambiente. E mi stupisce l’entusiasmo con cui questi pazzi corrano a pisciare portandosi dietro il bianchetto per le scritte.
Per me sono i gruisti.
Ho finito. Due minuti per rificcare tutto nei pantaloni, il vestiario è ingombrante ma necessario, la notte novembrina all’aperto è un’esperienza, qui dentro. L’acciaio sta bene a temperature basse, tranne quando nasce, che il suo parto avviene a 1.400° nell’altro stabilimento, la famigerata Fonderia.
Che vita, l’acciaio.
Una vita da Leviatano.
Esco dalla turca, mi lavo le mani al rubinetto spaccato, l’acqua scorre bollente. Non c’è sapone né carta per asciugarsi.
Dietro di me, nello specchio, vedo arrivare Abdul, il marocchino sardo.
Il mio primo contatto umano.
Lo saluto nel frastuono senza togliermi i tappi dalle orecchie.
«Ciao Abdul!» grido.
Lui, per risposta, mi mima sorridendo sornione di stare attento. Che se non sto attento, prima o poi, me lo ficca nel culo.
Ah, che piacere lavorare qui!

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