Mi svegliai, mi levai in piedi e mi misi le ciabatte. Con mio grande stupore mi accorsi di essere nudo. Di notte erano arrivati i ladri e mi avevano ripulito. Anche lo shampoo mi avevano fatto. Girai piangendo per la casa e andai in bagno per fare la pipì, ma mi avevano fregato anche la tazza. Finii per scaricarmi sui miei gerani. Andai in cucina: per fortuna avevano lasciato da mangiare alcune croste di formaggio: gli soffiai sopra per togliere la muffa e le addentai avidamente. Buone. Mi avvolsi nel tappeto (stranamente i ladri lo avevano lasciato lì) e uscii di casa con un alito che sapeva di formaggio peggio di un dottore (si, ragazzi, ormai è appurato che i dottori hanno un alito terrificante). Vomitai. Mi resi conto subito che la colpa era delle croste di formaggio, lievemente alterate, che avevo mangiato. Probabilmente era uno scherzo dei ladri. Che simpatici. Essendo un inguaribile ottimista pensai subito al lato positivo dell'intera faccenda: i ladri avevano portato via anche mia moglie, senza contare che quei gerani avevano molta sete! Uscii e presi un taxi, solo che mi arrestarono perché non era mio. Passai in gattabuia tutto il resto della mattinata. Poi mi rilasciarono per insufficienza di droghe. Arrivai al posto di lavoro (facevo l'impiegato) con quattro ore di ritardo e trovai ad aspettarmi il direttore con la famiglia ed il cane. Provai a dire: “Bella giornata, eh?” ma mi sparì subito il buonumore anche perché mi accorsi che il cane non aveva ancora fatto colazione. Venni licenziato in tronco. Mentre mi cacciavano dissi: “Tanto sono io che me ne vado!” ma non era vero, ero semplicemente conscio del fatto che in questi casi dicono tutti così. Tornai a casa tutto solo e con la coda fra le gambe: ogni tanto mi faceva inciampare. Nel viaggio di ritorno ebbi però il conforto di un cagnolino sperduto, era molto simpatico e buono… con le patatine! Finalmente arrivai a casa: trovai mia moglie con un altro uomo in atteggiamenti strani. Era bruttissimo. Pensai subito ad uno scherzo e mi misi a ridere: che simpatica mia moglie. Lei si difese accusandomi di trascurarla e di lasciarla sempre da sola. Aveva ragione: mi sentivo un verme per averla obbligata indirettamente a cercarsi altra compagnia. Mi cacciai di casa in malo modo e piangendo andai all'oratorio a giocare a calcio. Ero io con ventisette bambini. Eravamo troppi per giocare. Ne cacciai ventisette e restai da solo a fare le squadre: feci pari o dispari, vinsi e mi scelsi. Cominciai a giocare da solo. Vinsi 7-0. Però mi pescavo troppe volte in fuori gioco. Alla fine della partita uscii dal campo e liberai il vicario che prima avevo legato. Poi andai ad una corsa per cani: vinsi io perché correvo più veloce ma non accettai l'osso che mi volevano dare alla fine. Modestia. Ero stanco morto, così tornai a casa di mia moglie sperando di farmi perdonare. La trovai con tre uomini (sempre in atteggiamenti strani) e pensai subito ad un poker. Proposi di giocare col morto ma i tre mi picchiarono e mi mandarono in camera mia. Ad un tratto bussò qualcuno alla porta di casa. Andai ad aprire. Era il macellaio che chiedeva la mano di mia figlia. Gliela incartai. Arrivò ben presto la sera buia e tetra: avevo paura dei fulmini, anche se c'era sereno. Uscii di casa per passare la serata al bar, ma ero arrabbiato con me stesso e per punirmi non ci andai. Arrivai davanti a un cinema: davano “Giovannona Coscialunga”. Me ne andai: i documentari del resto non mi erano mai interessati. Tornai nuovamente a casa: stavolta mia moglie era sola (strano, era la prima volta in ventisette anni di matrimonio che la vedevo sola), mi perdonò! Che buona e comprensiva che è mia moglie! Poi andai a letto, mi addormentai e quella notte sognai la mia mamma.
