Era il 1995. Maddalena aveva solo diciotto anni ma si era già messa insieme a due-tre ragazzi più grandi di lei. Quando conosceva dei giovanotti nuovi diceva di avere venticinque anni, diceva che sua madre era una scultrice e che suo padre era un archeologo, invece suo padre non lo aveva mai visto e sua madre, poverina, pesava centodieci chili e stava a letto con un sussidio di cinquecento mila lire offerto dal ministero della sanità del 92’, l’anno del boom degli obesi.
Andava male a scuola perché di sera lavorava alla gelateria Eyes-cream del litorale e poi la mattina non si svegliava mai. Si cambiava di vestito tre volte al giorno, perché la scuola, le conquiste pomeridiane e il lavoro serale erano tre momenti diversi del suo spettacolo giornaliero, perché aveva in mente solo una cosa, “piacere” agli altri; piacere il più possibile.
La sua migliore amica, Topo (così la chiamavano tutti e nessuno si ricordava il suo nome di battesimo), era la terza volta che ripeteva il primo anno di liceo e con molta probabilità sarebbe stata bocciata ancora.
Maddalena e Topo parlavano tanto tra loro e mai con gli altri studenti. Forse perché Topo puzzava un po’ (1), o magari perché Maddalena era risaputamente bugiarda e anche mignotta e le altre ragazze avevano paura a introdurle nel loro gruppo di amici.
Ma dopotutto a loro non fregava granché. Loro stavano bene da sole, con il loro dislivello di altezza (perché Mad era alta già senza tacchi, mentre Topo era bassa e vista da lontano sembrava un bambino), che faceva ridere proprio tutti, e con la loro saccente indifferenza verso le cose che piacciono ai ragazzi come le scarpe da ginnastica reebok, i Nirvana, gli zaini colorati, i diari Smemoranda, ecc.
Maddalena aveva una fissazione: il cellulare micro-tac, quello con l’antenna che si alza a mano, che in quell’anno ce l’avevano solo gli uomini d’affari e che lei aveva trovato in una vetrina di via Nicola Fabrizi di Pescara.
Praticamente lavorava sodo per comprarsi quell’oggetto che costava più o meno trecentomila lire. Topo le diceva che comprarsi quell’affare non le sarebbe servito a niente, perché nessuno che conoscevano ne possedeva uno, ma Maddalena rispondeva che un micro-tac con l’antenna l’avrebbe aiutata ad avvicinare ragazzi più grandi, e a cambiare giro di amici, poi Topo diceva – quali amici? – ma non c’era risposta a quella domanda.
Maddalena e Topo sognavano un futuro pieno di soldi e di divertimenti, e lo sognavano standosene sul ponte di ferro di Porta Nuova dove penzolava una bambola fatta di palloncini legati tra loro da un filo, oppure sul muretto in pietra dello stabilimento balneare Miami beach che, ogni anno, il vento d’inverno ricopriva di sabbia e si potevano solo riconoscere le navicelle spaziali a gettoni per bambini nascoste sotto dei teli impermeabili. Oppure certe volte si mettevano a saltellare sulla scacchiera umana, dove le torri, i cavalli, i re e le regine venivano fissati alle mattonelle con dei chiodi, anche se certe estati rimanevano così perché nessuno più si metteva a giocare alla scacchiera gigante della spiaggia.
Sedute a sfogliare le riviste di cellulari si dimenticavano di dover fare i compiti, di dover essere delle diciottenni, di riflettere sulle scelte universitarie, dopotutto non avevano un orario stabilito per rientrare a casa, non c’erano punizioni né paghette, né cene saltate o bugie da raccontare per giustificare il ritardo.
Due biciclette e qualche soldo era il giusto indispensabile per divertirsi. Bastava ascoltare per qualche ora i Massive Attack, Goldie o Tricky nel lettore Cd, lasciarsi invadere il cuore da un battito lento e penetrante come la goccia d’acqua dal lavandino che ti tormenta per tutta la notte, come la scoperta continua di un sogno nascosto tra le strade di quella città morta. Erano le portavoce del karma segreto, del “nulla potrà mai ferirci”, e se poi qualcuno ci ferisce sappiamo da sole come farcelo passare.
Loro parlavano spesso di “idea del giorno”, la pensavano nelle prime ore di lezione, poi durante la ricreazione la discutevano con animosità, fino alla democratica votazione finale in cui si decideva se sarebbe stato opportuno trascorrere il pomeriggio a compiere quell’idea.
Per esempio un giorno Maddalena decise di vendicarsi contro un ragazzo che qualche settimana prima le aveva sputato dal motorino mentre lei camminava sul viale dello stadio cittadino.
Il fatto in sé di poca importanza, dato che il bolo di saliva non l’aveva neanche colpita, era diventato una questione di principio.
«ho capito di chi parli…quello è uno sfigato!» diceva Topo sfigurando con un pennarello nero un volto sulle mattonelle del cesso delle femmine.
«non mi frega…voglio fargli saltare le gomme!»
Il volto della ragazza, con un gattone nero in braccio del disegno, si allargava sempre di più sotto il polso esile di Topo che premeva la punta del colore con forza esagerata, arrotondava le labbra, allungava le ciglia e snelliva il naso all’insù, proprio come quello di Maddalena; così a poco a poco le disegnò i capelli neri e lisci fin sotto le tette, come li aveva anche Maddalena, e poi le fece un piercing al naso. No, quello lei non lo aveva.
«ma tu sei sicura che ti piacciono i ragazzi?» chiedeva Mad.
«certo che mi piacciono, mi piacciono così tanto che li imito!» continuando a colorare il muro.
«magari dovresti provare a starci con uno, per capirlo…»
«un po’ lo immagino, da piccola facevo sesso con Spumone…»
«spumone?»
Maddalena cominciava a ridere. La prendeva in giro.
«io sono amica di una che fa sesso con Spumone…!»
Topo era arrossita, ma se ne fregava.
«bhè! Cosa c’è di male…smettila »
«forse perché sei bassa…»
«si si…parla tu!»
Suonava la campanella della quarta ora e le due piccole figure uscivano dal bagno con la scia ormai inodore delle loro sigarette fumate, con l’idea della vendetta come fulcro di quella giornata, in cui la noia era come una musica piacevole.
Quel pomeriggio le cose non andarono come avevano previsto. Il tizio dello sputo era seduto sul suo motorino di fronte alla sala giochi di Marco, il figlio del loro insegnante di Disegno dal vero. Se ne stava attorniato dai suoi amici, tipi belli grossi, e le ragazze rimasero per diverso tempo sedute sulla panchina di un giardino del quartiere San Donato in attesa che qualcuno di loro si spostasse.
Come spesso accade quando si rimane per troppo tempo seduti ad una panchina, cominciarono ad arrivare i fantasmi.
Ci fu una donna anziana con un cappotto che le stava largo e un cappello di lana infeltrita che ponendosi di fronte alle ragazze cominciò a salutarle con la mano, poi fu la volta di un signore, anche lui sistemato alla meno peggio con indumenti da clochard e una busta di giornali sotto in braccio che sorrideva loro in cerca di un cenno di gentilezza. Ma Topo e Maddalena rimanevano indifferenti: li conoscevano bene quei cadaveri della saggezza, quei lenzuoli ostinati e mai aggressivi che comparivano nei momenti di attesa della vita. La signora con il cappello di lana si sedette accanto a Maddalena fissandola con un sorriso stampato e accattivante.
«come ti chiami?» le domandò
«Moana» disse Maddalena fingendo compassione per la vecchia.
«è un bel nome» rispose quella.
«da dove venite?» continuò con lo stesso tono da replicante
«siamo nate in una delle colonie degli Stati Uniti d’America…non so se lei la conosce…l’Italia»
«certo che la conosco…anch’io sono nata li. Ma io intendevo un altra cosa…da dove venite come anime…»
«veniamo tutti dallo stesso buco» disse Topo tirando dalla sigaretta come uno scaricatore di porto.
«veniamo tutti da Dio» esultò la vecchia.
«in questo mondo siamo solo di passaggio. Quando facciamo delle scelte pensiamo di giocarci tutto il nostro futuro, ma in realtà quello che viviamo qui, non conta molto, è quello che ci sarà dopo la morte che ci aiuterà a capire chi siamo!»
«prendete uno di questi!» disse il signore anziano porgendo loro un giornalino pieno di illustrazioni ad acquarello e con la scritta “comprendi chi sei”.
«vi aiuterà a capire che i beni materiali di questa vita non servono a niente e che il Signore ha un piano preciso per ognuno di noi»
«vaffanculo! Andiamocene!» disse Maddalena afferrando Topo.
Le due si alzarono dalla panchina e si avviarono a passo svelto verso la Stazione.
Topo si voltò e alzò il dito medio alla vecchia. Quest’ultima si mise in piedi anche lei e sorrise ringraziando per la gentilezza e la disponibilità.
«perché non ci odiano?» diceva Maddalena.
«grazie lo stesso!» replicava il signore anziano, salutandole.
«a questi gli piace essere trattati male! Sono addestrati a essere vittime» diceva Topo.
«senza successo» continuava l’altra.
Maledetti testimoni di Genoa, con le loro stronzate para-cattoliche, con la filosofia spiccia e senza studio, con la bontà a tutti i costi, con la flebile volontà di non esistere più.
A questo punto, senza dilungarsi troppo, queste due ragazze, ancora troppo prese dai loro stupidi sogni di vendetta, iniziarono a sembrarmi innocenti. Innocenti del fatto di andare a scuola un giorno si e l’altro no, innocenti di non stimare i loro compagni di scuola, innocenti delle loro menate quotidiane, innocenti dei loro gratuiti vaffanculo a quei cadaveri che a Pescara ti salutano per strada.
Ma quando la madre di Topo tornò dal Kenya e trovò nella sua camera da letto una ventina di piante di marijuana sotto le lampade accese giorno e notte, di cui il nonno cieco ovviamente non si era reso conto, bé li le cose si misero male.
Oppure quando Maddalena fu sorpresa da un agente della Benetton ad uscire dal negozio con una borsa gonfia di T-shirt colors, e si giustificò dicendo che erano per i bambini poveri, ci mancò poco che si facesse una bella notte seduta al commissariato.
Poi, ad una festa a casa di Topo con gli amici del fratello di lei, Maddalena un po’ fatta iniziò a togliersi i vestiti e un certo Cristiano Vacca, per gli amici Novak, se la portò nella sala da pranzo e si chiusero a chiave dentro, e poi durante la notte qualcun altro entrò in quella stanza e il giorno dopo Maddalena dovette andare dal ginecologo perché aveva un’infezione e quest’ultimo le disse caldamente di stare attenta, in generale.
Tutte cose normali per la loro età, oppure no.
Finché un bel giorno annoiate a morte dalla ramanzina della prof. di Storia dell’arte per la loro ennesima mancata interrogazione si fecero un viaggio con una cosa mai provata, i funghetti del fratello di Topo. E dopo un primo momento di risate immotivate sul letto di Maddalena, le due decisero di uscire in autobus per il centro. Si sedettero una da un lato e una dall’altro del 22 barrato quasi vuoto e viaggiarono per le strade geometriche di quella città senza monumenti storici da ricordare, fissando il cielo che si scuriva delle sei di pomeriggio di marzo. Pensando a quanto fosse terribilmente importante per loro il presente, il ticchettio degli orologi, il movimento delle luci vuote, quel trip-pop inglese che batteva nelle cuffie, una musica del nord Europa lontana troppe ore da loro, che sintetizzava il respiro, che ti faceva venire voglia di buttare la testa all’indietro e chiudere gli occhi perché il freddo senza alterazioni calde ad occhi chiusi prendeva forme solide e vibranti molto reali, come uno starnuto mancato. Maddalena chiudeva prima un occhio e poi l’altro calcolando la sua distanza dalle cose, Topo fissava i visi ingranditi dei testimonial Benetton. Quelle enormi foto di Oliviero Toscani, di cui conosceva solo il nome e la fama; foto che avevano battezzato ogni microscopica città italiana, che ritraevano le razze, i neonati, i cavalli i colori della pelle, differenze che ormai non facevano riflettere più nessuno, specialmente a Pescara.
Il negozio a due piani del corso principale esponeva come sempre le due gigantografie dei volti fotografati al banco ottico: due volti giovani, difficile decifrarne il sesso, così vicini e perfetti da riuscire a vedere da lontano i pori della pelle. Due splenditi visi ariani, con poche lentiggini sul naso, una paio di peli sottili e biondi sopra il labbro e a vederli meglio avevano anche qualche minuscolo brufolo. Ma assurdo poter dire di non amare quelle imperfezioni così vive di una spaventosa verità ormonale.
Topo, però, fissando a lungo le vetrine, ci vide il suo di viso; il suo e quello di Maddalena. Si spaventò un po’ all’inizio ma poi le piacque. Erano proprio loro, fotografate da Toscani, i loro sguardi ancora inesperti e senza intenzioni trionfavano sulle vetrine del corso.
«guarda!» gridò Topo a Maddalena, ma l’altra non rispondeva.
Maddalena era finita tra le sue gambe, le sembrava quasi che l’interno delle sue cosce nude gli si strofinasse sull’orecchio; provava una specie di emancipazione simile a quando in un locale rumoroso e affollato ti fai un bel tiro esagerato di popper, come quando in dormiveglia lo spazio della tua stanza si fa troppo ampio, e allora diventi Alice, e quei funghetti che ti sei presa ti fanno diventare prima piccola e poi grande in alternanza. In mancanza di una fermata, con l’autista quasi assente.
Quando il 22 barrato si fermò al capolinea Maddalena dormiva o era svenuta, chi può dirlo. Topo la schiaffeggiò fino a farla rinvenire e la riaccompagnò a casa. Anche la madre di Maddalena dormiva. C’era un silenzio di morte lenta in quella casa; la cameretta della sua amica era in ordine nel modo in cui lo è una stanza in cui non ci si vive, non come la sua piena di poster e di fronzoli appesi. I fronzoli Mad ce li aveva eccome, ma non li sfogava sulle pareti, se li metteva sulle labbra e sui lobi, li sventolava per strada insieme ad una insolenza esagerata.
Allora quando uno prende così di petto la vita, il resto intorno resta spogliato. Topo accese lo stereo a medio volume, tirò fuori il pennarello nero dalla grossa punta e cominciò a disegnare sulla carta da parati. Sembrava essere il solito viso di ragazza graffitara, quello che disegnava dappertutto da mesi, quello che ti minaccia con la bomboletta che aggrotta le sopracciglia che vorrebbe solo dirti che…
Disegnò e disegnò per tutta la notte. La madre di Mad, dopotutto, era troppo pigra per alzarsi e vedere quelle pareti piene di linee nere, così Topo se ne fregò e disegnò più che poteva mentre Maddalena respirava piano con i palmi delle mani all’insù.
Il 17 giugno vennero affissi i voti e i risultati dell’anno scolastico. Topo era stata promossa, ma doveva rifarsi quattro materie a settembre, Mad, invece, bocciata. Si presentò a scuola con dei tacchi altissimi e due labbra rosse come rosso era il colore del suo nome sulla lista della classe. Strappò con rabbia il foglio dei risultati dal muro e se ne andò tra i commenti di altri ragazzi che dicevano che era proprio una troia, e se lo meritava.
Quattro giorni dopo Mad portò sua madre in ospedale, perché aveva avuto un arresto cardiaco e verso le sei di pomeriggio salì sul ponte di ferro di Porta Nuova e saltò di sotto con i tacchi.
Topo non pianse neanche una lacrima. Ai funerali nella chiesa di Sant’Andrea c’era la nonna di Mad e un cugino con la sua famiglia. Il prete chiedeva al Signore di perdonare una ragazza che aveva smarrito il senso della vita, che aveva avuto paura e per questo si era persa.
Una donna anziana di spalle sistemava con cura una corona di fiori sulla bara, accendeva due candele bianche e le poggiava su un piccolo pilastro di marmo, poi si inginocchiava e cominciava a pregare. Un uomo anziano e con un mucchio di giornali sotto il braccio cominciò a cantare una canzone di chiesa.
Sembravano i soliti due cadaveri e Topo li riconobbe subito.
Gli anziani la fissarono per un attimo e la salutarono a mano aperta. Lei si scosse e corse fuori dalla chiesa facendo un gran fracasso per le chiavi che portava appese ai pantaloni.
I due cadaveri seguirono Topo fuori. Il maschio estrasse dalla tasca un’armonica e cominciò a suonare una strana canzoncina stonata. La donna, invece si era appostata proprio alla spalle di Topo e la guardava.
«Che c’è?» domandò Topo.
«non ti preoccupare» le disse la donna «dove si trova adesso, lei, starà bene!».
Vogliono sempre vincere loro! Pensava Topo. Non importa cosa può succedere, dal basso della loro inesistenza pensano di sapere sempre tutto.
Topo cominciava a respirare aria di morte, allora si accese una sigaretta e si incamminò verso il ponte di ferro, con quei pantaloni da operaio verdi e sporchi che emanavano odore di uniposca.
L’anziana invece se ne rientrò in chiesa con la sua aria dimessa, pensando a quando, tanti anni prima aveva subito un aborto spontaneo e poi non aveva più riprovato ad avere bambini, e che magari, la sua bambina sarebbe potuta diventare come quella ragazza, con la testa rasata, tutta sporca e solitaria.
(1) La madre di Topo, infermiera e membro degli aiuti umanitari cristiani, partiva per lunghi periodi alla volta dell’Africa e più precisamente di territori quali il Kenya, la Costa d’Avorio o la Nigeria. Durante questi lunghi periodi invernali Topo viveva in casa con il fratello, un pusher di funghetti, e il nonno cieco. Spesso si vestiva prelevando i panni di questi ultimi dal cesto della roba da lavare, pertanto si portava dietro l’odore di sudore della sua famiglia misto all’acida misture del tempo e dell’umido fetore pescarese del cesto porta panni.
