Il treno correva lento verso sud. Sebastiano si era addormentato felice di fare un ritorno inaspettato dall’amata moglie. Dura era la vita dell’emigrante. Ma quella di Sebastiano era ancor più grama. Voleva mettere da parte i soldi per comprare un podere e voleva farlo subito. L’emigrazione all’estero appariva l’unica opzione in un’epoca in cui, in Italia, il boom economico detonava ancora timidamente. Per questo, dopo il matrimonio, aveva lasciato Maria, la giovane consorte, a Castropera. “Io mi posso arrangiare con poco”, disse l’uomo alla moglie il giorno in cui decise di partire da solo alla volta di Monaco di Baviera. In effetti, Sebastiano in Germania era riuscito a contenere le spese per l’alloggio e per il vitto al minimo. Un giaciglio per la notte in un monolocale nei sobborghi della città bavarese insieme ad altri otto disperati come lui, e a sera un calderone quotidiano di maccheroni e kartoffen. Questi erano i suoi consumi. Quasi tutto lo stipendio guadagnato come operaio nella fabbrica di vernici veniva risparmiato. E non solo. Il sabato e la domenica, non lavorativi presso l’azienda, l’uomo svolgeva piccoli lavoretti. Faceva di tutto: il giardiniere, l’imbianchino, il facchino, lo spazzacamino, il becchino, l’attacchino, lo sciacquino, il galoppino, lo scopino… Per qualche spicciolo aveva consolato, perfino, una ottantenne in solitudine. Durante il mese guadagnava e metteva da parte l’equivalente del salario di quattro braccianti di Castropera. Tutto finiva nelle mani di Maria tramite vaglia postali mensili. Era lei la custode dei risparmi. La donna era rimasta nel borgo. Abitava sola nella casa familiare ereditata dal padre del marito. Una povera bestia morta fatalmente impalata sopra i barbigli di una cancellata sulla quale era precipitato dall’alto di una impalcatura.
Il treno giunse a mezzanotte alla stazione di Castropera. A quell’ora i lampioni erano accesi a luci alterne. Sebastiano riconobbe il bianco giulebbe della calce sulle case del borgo negli aloni conici di luce proiettati dalle poche plafoniere illuminate. La figura dell’uomo attraversava la via con passo precipitoso sfocandosi nelle zone d’ombra per, poi, materializzarsi sotto i bagliori artificiali delle lampade. Lo inebriava il profumo voluttuoso di mosto primitivo che emergeva prepotente dalle cantine. Le uve passite della vendemmia di ottobre di quell’anno, particolarmente siccitoso, avevano stillato mosti cianotici come sangue raggrumato. Il loro profumo stimolava nell’uomo un ribollimento sensuale di desiderio. Percepiva nell’aria gli effluvi fruttati dell’olio nuovo della molitura delle olive amare di fine ottobre. Gli titillavano impulsi libidinosi. L’umidità della notte sapeva di erba falciata. Odore di amore acerbo, istintuale, travolgente. Sebastiano le immaginava tutte le fragranze di quei profumi tra le lenzuola nelle quali si sarebbe immerso con la sua donna. Era da mesi che immaginava le lenzuola di lino candide di lavanda che aveva trovato la prima notte di nozze.
Arrivò dinanzi alla porta dell’agognata casa come il carovaniere di un deserto dinanzi alla fontana di un’oasi. Vi bussò tanto forte con entrambi i pugni da svegliare tutto il vicinato.
“Chi è?”, disse dall’interno dell’abitazione la donna con voce atterrita.
Il marito: “Apri! Sono Sebastiano”.
Seguirono all’interno della casa rumori sordi e concitati. Poi, un silenzio prolungato.
“Aohhhh! – urlò impaziente l’uomo – sbrigati ad aprirmi!”
Dopo un ulteriore interminabile imbarazzato silenzio la donna rispose: “Vai via maligno! Io sono una donna onorata, mio marito è in Germania a guadagnarsi il pane. Non può essere qui! Tu sei solo un mascalzone che sta imitando la sua voce per farsi aprire e approfittare di me”.
Sebastiano: “Ma che diavolo dici. Io sono il tuo Sebastiano in carne ed ossa. Ho avuto una settimana di ferie inaspettata e ho deciso di ritornare… Aprimi!”
Maria: “No, non mi inganni. Credi che a mezzanotte io apra la porta al primo malintenzionato che dice di essere mio marito?!”
“Per l’amor di Dio, aprimi, sono io!”, insistette l’uomo che stava perdendo la pazienza.
La donna: “Non ti aprirò finché non sarò sicura che sei il mio Sebastiano. Se è vero che sei mio marito, allora sveglia mia madre e presentati con lei”.
L’uomo era riluttante. Ma, in quel frangente gli parve l’unica soluzione per convincere la moglie della sua identità. Raggiunse la casa della suocera all’inizio della strada. Vi bussò tanto forte con entrambi i pugni da svegliare tutta la via. Poco dopo una anziana curva, avvolta in un grande scialle nero, era con lui.
Giunti alla casa dell’uomo, la vecchia sussurrò avvicinandosi alla porta: “Mari’… apri! Qui con me c’è tuo marito. Non temere. E’ proprio lui”.
Dall’interno, la donna: “Il maligno ha ingannato anche te… Guardalo bene, mamma, non è lui. Ne sono convinta. Quello è il diavolo che ha preso le sembianze di mio marito… Prima che bussasse alla mia porta, stavo sognando il demonio… Poi, guarda caso, quell’essere bussa alla mia porta… Sebastiano non sarebbe mai ritornato senza avvisarmi per lettera del suo arrivo”.
L’uomo, disperato, dall’altro lato della porta: “Diamine, te l’ho detto, la ditta ci ha messo in libertà per una settimana. Fino a ieri mattina non l’ho sapevo. Come facevo ad avvisarti per lettera?”
La vecchia: “Non fare la stupida, apri! E’ proprio tuo marito. Ha fatto quasi mille chilometri per venire da te”.
Maria: “L’acquasanta… Se non è il diavolo, allora, non temerà il prete e l’acquasanta… Venga con don Marco e si faccia benedire davanti a me. Se non scapperà davanti all’aspersorio, avrò la prova che è il mio Sebastiano.
L’uomo imprecava per la disperazione. Era giunto esausto. E ora, nel pieno della notte, si trovava ad affrontare una situazione delirante e grottesca.
“Vuole il prete, ebbene sia”! – disse l’uomo incamminandosi rabbioso con la bava alla bocca verso la canonica. La casa del parroco era sul lato opposto di Castropera. Percorse il chilometro per raggiungerla sbuffando come una locomotiva a vapore. Quando giunse davanti al portone della canonica vi bussò con entrambi i pugni talmente forte da svegliare tutta Castopera.
Il prete si affacciò da una finestra blaterando ad alta voce: “… Ma perché si decidono a schiattare proprio di notte”. Poi, senza chiedere chi fosse: “Estrema unzione?”
“Magari…”, replicò Sebastiano, “esorcismo!”
Don Marco strabuzzò gli occhi: “E di chi?”
L’uomo: “La mia, padre, sono Sebastiano e mia moglie mi tiene fuori di casa perché pensa che io sia il demonio”.
Il prete: “Sei sicuro che è di me che avete bisogno e non di un medico? A quest’ora il dottor Chicozza ha già smaltito le sbornie. Vi darà adeguata soddisfazione…”
Sebastiano: “Don Marco, non vi ci mettete anche voi, aiutatemi”.
Il sacerdote, suo malgrado, decise di seguirlo.
Nel frattempo, dopo l’allontanamento di Sebastiano, Maria sussurrando da dietro la porta: “Mamma, mamma… E’ andato via?” Alla risposta affermativa, la porta si aprì repentinamente, per poi richiudersi dopo aver strattonato all’interno l’anziana.
“Culaperta!”, esclamò la vecchia con gli occhi fuori delle orbite, “chi è questo?”
“Zitta, zitta”, rispose la figlia mentre le toglieva di dosso lo scialle, “è il demonio. Se Sebastiano lo scopre, ci ammazza tutti”.
La vecchia: “Il demonio? A me sembra il figlio di Ciccio il cantiniere”.
Maria avvolse l’uomo nello scialle della madre e rivolgendosi a lui : “Vai in direzione della casa di mia madre. Tutto il vicinato starà sbirciando da dietro le persiane. Penseranno che tu sia mia madre”.
L’uomo fu scaraventato fuori. Si incurvò per imitare la vecchia. Ma, la simulazione fu davvero maldestra. Lo tradivano i grossi scarponi che uscivano fuori dallo scialle e l’andatura frettolosa e saltellante.
Maria sospirò di sollievo. Di lì a poco sopraggiunse ansimante Sebastiano accompagnato da Don Marco. L’uomo arrivò fumate come un bisonte in corsa deciso questa volta a sfondare la porta a cornate se non gli fosse stato aperto.
Bussò. Questa volta fu la stessa Maria ad aprire, la quale esordì: “Benedetto Iddio che siete arrivato Don Marco. Il fatto stesso che Sebastiano sia vicino a voi senza timore mi tranquillizza della sua effettiva identità”.
La vecchia era seduta impassibile con lo sguardo fisso nel vuoto.
Maria: “Purtroppo, certe cose sono difficili da spiegare. Mi ero addormentata. Avevo un sonno leggero e disturbato. Poi, m’è venuto in sogno il demonio…”
“… Il demonio…” mormorò impassibile la vecchia come una corista di un teatro greco.
“…già, il demonio”, continuò Maria, “con tanto di coda e corna…”
La vecchia: “… e corna…”
Maria: “…mi ha detto: ‘Una donna che da suo marito non abbia coccola…”
La vecchia in sottofondo: “…occola…”
Marietta: “…E’ donna che mi appartiene. Poi, ho sentito bussare alla porta il mio Sebastiano. Padre, ditemi voi, se non avevo ragione di allarmarmi!”
Il prete: “Avevate pienamente ragione. Del resto, l’eco di entità maligne che circolano in questa casa è già a mia conoscenza”.
“Cosaaaa?”, esclamò la donna spalancando gli occhi.
La vecchia: “Tombola!”
“Certo – riprese don Marco – nel segreto del confessionale mi arriva finanche la voce dei muri di questo borgo. Ma, non vi spaventate. Sono fenomeni che accadono con una certa frequenza, laddove in una casa manca il guardiano…”
Poi, rivolgendosi a Sebastiano: “…E voi, non vi lamentate se trovate la casa infestata dagli spiriti maligni. La causa di tutto è la vostra assenza”.
L’uomo, intontito, era troppo stremato per capire la predica sibillina del prete. Quest’ultimo percepì l’assenza psichica dell’uomo. Infatti, sottovoce si rivolse a Maria: “Figliola, certi brutti sogni cercate di non farli più”. Poi, con sguardo luciferino e tono ammiccante: “…Ma se proprio continuate a farli, fateli lontano dagli occhi indiscreti di questo paese di malelingue… In sacrestia nel primo pomeriggio, io, con assoluta discrezione, sono a completa disposizione di ogni anima tentata…”
La vecchia, fino ad allora apparentemente assente, lo interruppe : “Sentite, don ‘Cometichiami’, la pila dell’acquasanta dove intingere il dito medio per il segno della croce voi la trovate sulla destra dell’ingresso della chiesa, per cui fatemi la cortesia di uscire da questa casa e di farlo di corsa”.
Il tono alterato dell’anziana risvegliò dal torpore Sebastiano, il quale al prete: “Ma come, padre, andate via senza aver dato nemmeno una benedizione a questa casa?”
“Figlio mio, sei proprio senza scampo” disse la vecchia uscendo infuriata.
Sebastiano, impenitente: “Mamma ma cosa v’ho detto? Vi ho offeso forse? E… lo scialle ?”
“Che si riscaldi il demonio…”, replicò urlando la vecchia dalla strada mentre si allontanava.
Anche il prete uscì di casa, scusandosi e promettendo di ritornare per la benedizione in un altro momento più consono.
Finalmente, Sebastiano e Maria rimasero soli in casa. L’uomo era morto di stanchezza. Anche lei era esausta, ma per altre ragioni. L’uomo non aveva nemmeno la forza di reggersi in piedi. Nella casa l’aria odorava di malerba. Fece appena in tempo a raggiungere il letto e foderarsi dentro. Non trovò nessuna delle fragranze che aveva agognato. Le lenzuola di cotone erano sudaticce e sgualcite. Esalavano di vinaccia e di morchia. Sebastiano vi sprofondò in un sonno catalettico.
Il giorno successivo, la coppia visse felice il ritorno dell’uomo. Tra loro non parlarono più di quanto era accaduto il giorno precedente. Sembrava che entrambi avessero rimosso l’episodio o quanto meno non avessero alcuna voglia per parlarne. Né l’uomo sembrò turbato da alcun dubbio o sospetto sulla strana condotta della moglie, o dalle frasi equivoche della suocera o del prete. Sebastiano appariva tutt’altro che perspicace. Sembrava quasi che non riuscisse capire… che non volesse capire.
Nei giorni successivi, durante la sua permanenza a Castropera, l’uomo fu felice di rincontrare gli amici del borgo. Con chiunque si trovasse, dopo i convenevoli di rito, aveva premura di raccontare la vicenda della notte del suo arrivo. Per l’uomo, la cronaca di quella notte era motivo di vanto della onorabilità della propria moglie, in ragione della cautele che la medesima aveva preteso per aprire la porta di casa. Per gli interlocutori, meglio informati della realtà dei fatti, il suo racconto era motivo di massima ilarità. Chiunque lo incontrasse, ne richiedeva la replica della narrazione. Ormai, erano in pochi a Castropera a non sapere che quella porta – diuturnamente socchiusa – risultava sprangata a chiavistello solo quando la casa era altrimenti occupata. Ma la curiosità cinica della gente non sembrò insospettire più di tanto il povero Sebastiano.
Né apparvero per lui significativi alcuni episodi dei quali fu vittima.
Una sera giunse presso l’arco dell’orologio che dava accesso alla piazzetta del borgo. Era quello il luogo di incontro serale della gente di Castropera. Si accingeva a varcarlo quando le quindici persone che sostavano nelle vicinanze corsero lontano, fintamente terrorizzate, come se lo stesso potesse crollare al passaggio di Sebastiano. Già, come se i cinque metri di altezza della sua volta non fossero stati sufficienti all’attraversamento dell’uomo e delle sue propaggini. Sebastiano rimase imperturbabile.
Non basta. Quella stessa sera, l’uomo ebbe l’infelice idea di farsi fare una frizione da Filippo il barbiere, l’unico di Castropera. La frizione dei capelli con improbabili lozioni anticaduta era una rituale ostentazione di ricchezza di ogni emigrante che rientrava al paese. Era esibizione di disponibilità economica per la cura del superfluo. Sebastiano non volle sottrarsi a questo rito. Purtroppo, il barbiere era un uomo maldicente e ciarlone della peggiore specie. Alla stessa stregua lo erano i suoi onnipresenti habitué. Una combriccola di fannulloni sfaccendati assurti a contabili della corna del paese. Quando l’artigiano affondò le mani nella folta chioma dell’uomo, simulò uno strillo di dolore. Proprio come se qualcosa l’avesse punto. Seguirono gli spasimi di riso delirante degli astanti. Risuonarono nella barberia come il frinire di un coro di cicale. Ma anche in quella circostanza, Sebastiano non apparve per nulla turbato.
In compenso, Sebastiano ritrovò tra le mura domestiche la serenità familiare negata dai sacrifici della lontananza. Passò con la sua consorte giorni tanto felici che alla vigilia della sua partenza, l’idea dell’ennesimo distacco lo terrorizzava.
Una sera, nel buio, tra le lenzuola di lino finalmente candide di lavanda, Sebastiano disse alla moglie: “Mari’, abbiamo sbagliato tutto! Siamo stati troppo avidi. Non c’è danaro che possa ripagare una sola notte di lontananza di un uomo dalla sua donna. Non si può inseguire il danaro a tutti i costi, e meno che mai lo si può fare sacrificando la convivenza di due che si amano. In questi anni, ho lavorato e vissuto come una bestia, inseguendo il miraggio di un futuro migliore, quanto mai prossimo, qui a Castropera… Già, proprio come una bestia! Per denaro, mi sono assoggettato a mestieri turpi, vivendo in condizioni deplorevoli. Non me ne vergogno. Non v’è nulla al mondo di tanto indecoroso, abietto, ed ignobile che l’uomo non possa fare per vivere bene e vivere meglio, purché non perda la sua umanità. E io l’ho persa, quando la sera, ritornavo al mio alloggio, e non ti trovavo… Mari’ vienitene con me!”
Nel buio luccicò una stilla che rigò il volto della donna. In quella lacrima forse v’era la sincera commozione per la manifestazione d’affetto. Ma forse v’era, anche, il triste rimorso per le offese arrecate a quell’uomo.
Sebastiano quella notte parlò come non mai aveva fatto con Maria. Volò alto, altissimo, come un aquilone di carta velina spinto in alto dalle correnti ascensionali evocate dal sole del giorno nuovo. Quella notte, l’uomo di fatica si librò etereo nel cielo sopra quella stanza come un angelo luminescente.
Maria partì con Sebastiano. A Monaco trovarono una confortevole dimora nell’estrema periferia della città. L’uomo ebbe massima premura di stare sempre vicino alla sua donna. Si licenziò e non svolse più alcun lavoro pur di non lasciare un sol attimo la propria amata compagna. La coppia ritrovò l’umanità perduta. Fu lì che Sebastiano spiegò il mistero escatologico nascosto nella frase pronunciata ieraticamente nella fatidica notte della svolta della loro vita: “Non v’è nulla al mondo di tanto indecoroso, abietto, ed ignobile che l’uomo non possa fare per vivere bene e vivere meglio…”
Maria fu indotta dal marito a fare la battona.
Da allora la donna non ebbe altro rammarico che quello per gli anni perduti a Castropera: Per lo stesso impegno, nel borgo, non aveva beccato un solo quattrino!
