IX – BE COOL
Tasto FF:
“il libro è meraviglioso”, dicono, perciò qualcuno sarà così imbecille da investirci dei soldi. Dicono ne renderà quattro volte tanto. Io e il quasi-Robert-Downey-Jr. ci ritroviamo a dividere cassetti in un appartamento che sfida la mia mancanza di senso dell’orientamento. Cesare mi confessa di aver letto il libro soltanto dopo la pubblicazione e ritiene che io sia molto cambiata dai tempi della scuola, usa le parole stronza, infida e deludente. Dice che uscirà dalla mia vita, ma non ricordo di averlo più visto dopo l’inaugurazione del Night. Veronìca cambia numero di telefono e si perde la fetta di guadagni che avevo deciso di dividere con lei.
Tasto PAUSE:
dicono che una volta raggiunta, la felicità, la mente si svuoti ed un bizzarro calore pervada il corpo come un trasfusione completa che sostituisca al sangue, brandy invecchiato e molto, molto costoso. Io, invece, non riesco a smettere di pensare a tutte-le-cose-del-mondo. E con tutte, intendo tutte: il significato della vita, i fenicotteri (che sono poi le palafitte del regno animale), Il Padrino parte III (sarebbe stato così terribile se non l’avessero mai girato?), il profitteroles bianco, il motivo per cui scrivo (pensiero da sviluppare), i concerti dal vivo (dovrebbero far arrivare alle transenne solo le persone basse), le perle nere, le file alla fermata degli autobus. Il flusso di coscienza è il motivo per cui ho scelto di chiamarmi Joyce, anche se non sono certa di essermi applicata abbastanza da capire nel dettaglio quello di cui parlano gli studiosi. Quello di cui sono certa è la totale-attuale assenza di desiderio. Come avessi raggiunto il traguardo, la sola idea di scrivere un’altra parola mi provoca un forte senso di nausea. Forse non ho la stoffa dell’artista, forse la mia era solo voglia di dimostrare qualcosa che non so a qualcuno che non conosco. Forse sono più adatta a fare la Musa. Sono Beatrice, sono Laura. Sono la confutazione del successo di anni di lotta femminista e la loro nemesi, a giorni pari. A giorni dispari sono Boccaccio, sono Emily Dickinson e sono i sonetti invecchiati negli zaini pesanti di tutti gli studenti svogliati. Guardo il calendario: 16 aprile. Come volevasi dimostrare.
Tasto PLAY:
la prima cosa da fare, ora, è riprendere possesso del telecomando.
X – QUILLS, LA PENNA DELLO SCANDALO
-Hai una calligrafia decisamente femminile- Dave dice calligrafia femminile con una punta di rimprovero che non capisco e non condivido. Il biglietto che gli ho lasciato accanto al telefono non dice molto, ma dice abbastanza perché perda qualche tonalità di rosa in volto e mi chieda scusa, che deve proprio andare. Dice: ‘Chiamato Mr. Pennington. Disdetto appuntamento’.
Ci sono giorni che le parole si fanno odiare, giorni in cui l’ultima delle recensioniste di una qualche rivista di moda si può permettere di definire il tuo capolavoro l’ennesimo tentativo di farsi strada stendendo un tappeto di calunnie. Giorni in cui il termine vendite viene affiancato dal verbo calare, giorni in cui manca persino la follia di una ragazza incontrata per caso in un giorno di pioggia, o la fine arte del taccheggio.
Dave chiama dall’aeroporto. A quanto pare Mr. Pennington non è un formaggio spalmabile, come avevo scioccamente dedotto, piuttosto uno dei maggiori finanziatori del locale in cui ci siamo conosciuti (quello che nei racconti diventa una romantica caffetteria in cui nessuno si strusciava contro un palo). Volerà a San Francisco per chiarire la situazione. Al suo ritorno dovremo discutere del mio romanzo, poiché a quanto pare non è solo l’inetta di Cosmopolitan, a giudicarmi cinica e senza scrupoli. A quanto pare ci sono falangi di investigatori, professionisti e improvvisati, già alla ricerca di quella che definiscono la sventurata Musa. A quanto pare comincerò a ricevere inviti da trasmissioni televisive e talk-show. A quanto pare.
Cerco di contattare Veronìca, ma la portinaia ha ricevuto rigide disposizioni che mi tengono a debita distanza dalla sua persona e dal suo lindo appartamento. Esco dalla portineria e lancio un’occhiata all’ultimo piano. Sono felice che non mi abbiano lasciata entrare. Dopotutto non avrei saputo cosa dire.
XI – IL PARADISO PUO’ ATTENDERE
Dave rientra dal suo viaggio in America e batte ogni mio precedente record, riuscendo a restare a letto per circa trentasei ore. In cifre risulta ancora più sconvolgente: 36.
Io faccio del mio meglio ma non riesco a superare le dodici (12), dopodiché la fisiologia mi costringe a passarne una quasi intera nel bagno in marmo rosa. Quando torno in camera da letto, la mia fedele riproduzione di Robert Downey Jr. si è svegliata.
-Bentornato- gli dico.
Il musical prevede una conversazione alla melassa a distanza ravvicinata e mi ritrovo a rivalutare la mia avversione nei confronti di Andrew Lloyd Webber.
Scendo a prendere il giornale incastrato con perizia nella cassetta delle lettere e non posso fare a meno di leggere quanto riportato sulla prima pagina. Saranno i caratteri cubitali, sarà il pessimo presentimento. Non posso farne a meno.
‘Giovane ragazza in coma dopo tentato suicidio’
Una scossa elettrica percorre la mia schiena, andata e ritorno. E vomito sulle scale prima di arrivare a leggere l’ultima riga dell’articolo
Nel tardo pomeriggio di ieri, una giovane ereditiera francese ha tentato di togliersi la vita, ingerendo una dose letale di medicinali regolarmente prescritti. A causa dello stordimento indotto dai medicinali, ha perso i sensi, battendo violentemente la testa contro lo spigolo di una cassettiera nell’ingresso.
A chiamare i soccorsi, un ladro non troppo scaltro che, dopo essere riuscito ad intrufolarsi nell’attico grazie ad un ponteggio in allestimento, si è trovato davanti alla ragazza priva di conoscenza ed ha composto il numero dell’ambulanza, per poi fuggire senza preoccuparsi di pulire le proprie impronte. Un angelo? Un pazzo? Un personaggio muto de Le Comiche?
In piedi sulle scale, sporca del contenuto del mio stomaco, continuo a leggere le stesse parole fino a quando non hanno più alcun significato. Fino a quando mi sembrano passati anni, fino a quando non mi sembra più vero, reale, concreto. Ed irrimediabile.
La storia del ladro-eroe, quella sarebbe stata una trovata niente male, se il libro non fosse ancora stato pubblicato, penso e vomito di nuovo, questa volta sento il sapore del sangue e fitte che mi costringono a piegare la schiena in avanti. Vomito il pensiero che prepotente mi sconvolge. Un pensiero non bene articolato, parole confuse: stata / io / colpa.
Poi caddi. Come corpo morto cade.
Dave mi sveglia, mi passa un bicchiere d’acqua. Dice di avermi trovata svenuta sulle scale. Di avermi lavata, di avermi messo una camicia da notte pulita, di avermi messa a letto. Dice molte cose, ma io non ascolto. Le parole che occupano la mia mente sono sempre le stesse: stata / io / colpa / stata / io / colpa / stata / io / colpa.
-Joyce, per favore, rispondi- la voce di Dave mi arriva lontana e ovattata, come da un altro mondo. Un mondo di cotone.
Il telefono squilla, sento Dave rispondere nella stanza accanto.
-Ci lasci in pace! Lurido bastardo!
Il telefono squilla, sento Dave rispondere.
-Sporchi avvoltoi! Dovreste vergognarvi!
Il telefono squilla, sento Dave alzare la cornetta e sbatterla immediatamente e con una violenza che non gli appartiene.
Il telefono squilla, sento Dave strappare con forza il filo.
Silenzio, infine. Se non fosse per un altro rumore che non cessa. Un suono che forse non cesserà mai.
-Non piangere- dice Dave con dolcezza, mi prende tra le braccia e mi dice che andrà tutto bene, che tutto si sistemerà, che non ho nessuna colpa, che non potevo sapere cosa sarebbe successo, che le mie erano solo parole, che qualcosa prima o poi l’avrebbe spinta a compiere questo stesso gesto, che non sono una persona cattiva, che se l’avessi saputo non avrei scritto una sola parola, che non devo piangere.
Alcune cose non le avevo nemmeno pensate, cattiva? Non sono mai stata cattiva. Cinica, forse, ma non ho mai fatto del male a nessuno. E perché le sue affermazioni sembrano suggerire il contrario? Sono troppo debole per combattere, discutere, fare qualcosa che non sia lasciarmi andare. E dormire. Sperando di non avere sogni, incubi, ricordi.
XII – IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI
Una settimana dopo, nulla è cambiato.
Ogni volta che tento di riallacciare la linea telefonica, l’apparecchio inizia a squillare minaccioso. Da sette giorni non esco di casa, non mi lavo e non ricordo di aver mangiato nulla che non mi fosse stato cacciato in gola con la forza da Dave.
Ma oggi le cose devono cambiare.
Mi faccio una doccia, indosso l’unico paio di jeans puliti ed esco, sotto la pioggia con cui l’Universo mi dichiara come il cerchio si sia chiuso. Grazie, ma non ce n’era bisogno.
L’ospedale dista un ventina di minuti a piedi. Arrivo dopo una mezz’ora abbondante ed entro.
Mi perdo tra i padiglioni sofferenti in cui la gente finge che sia tutto normale, tutto risolvibile. Una tristezza infinita. C’è da chiedersi come si faccia ad andare avanti, dopo cose come queste, come ci si possa consolare. Ma come diceva un Piccolo Principe, ci si consola sempre. E lui sbaglia così raramente.
Arrivo nel posto che mi sembra Il Posto e chiedo di poter vedere mia sorella, dico che sono arrivata soltanto ora dalla Francia. Veronìca non ha parenti, nessuno mi fa domande. Si limitano a darmi un camice, una mascherina e ad intimarmi di restare solo pochi minuti.
Veronìca sembra dormire, serena. Dopotutto non c’è posto al mondo più pulito di questo e mi sembra quasi normale che si trovi qui.
Un’infermiera entra nella stanza che respira di un respiro artificiale.
-Le dica qualcosa- mi suggerisce -può servire ad entrambe.
Lascio che faccia i suoi controlli e che ci lasci sole. Ci sarebbe tanto da dire.
Resto in piedi accanto al letto, dieci, venti, venticinque minuti. La guardo ed è bellissima, come un’antica bambola rotta. Un oggetto da mercatino che nessuno vorrà mai più.
Chiudo gli occhi, mi volto e me ne vado.
[N.d.a.: il giornale del giorno seguente intitola Muore la ragazza ricoverata dopo tentato suicidio. Joyce passa davanti a molte edicole, senza mai fermarsi. Non serve.]
XIII – ALTA FEDELTA’
La strada del ritorno è sempre più breve, nonostante le leggi della logica e della geometria. In poco meno di venti minuti sono di nuovo a casa, casa di Dave.
Ci sono suoni che non lasciano margine di errore, che non possono essere fraintesi. Quando questi suoni provengono dalla stanza dove solitamente si colloca un letto a due piazze, sono sempre guai-in-vista.
Mi dico che dopotutto, mettermi con un proprietario di locali notturni avrebbe dovuto crearmi dubbi e sospetti, ingenua non è un termine che mi si addica. Ma sono molte le cose di me che negli ultimi tempi mi hanno sorpresa.
Spingo la porta socchiusa, non ho nulla nello stomaco che mi si possa ripresentare sotto nuova forma e ringrazio la mia inappetenza.
Lei ha un sedere perfetto, non un filo di cellulite, e una schiena liscia che s’inarca come un accenno di lettera “c” e termina in un tatuaggio tribale di cui -sono sicura- non conosce il significato.
Vedo soltanto lei. Non oso spostare lo sguardo, ma so che nella mia mente la scena verrà riproposta da tutte le angolazioni possibili.
-Ottima scelta- dice la mia voce, interrompendo l’idillio come un terremoto di centoquarantesimo grado.
-Joyce!- grida la voce di Dave, attraverso la porta che ho chiuso con classe, come se la mia mano non tremasse affatto.
Scendo le scale correndo, l’ultima cosa che voglio è farmi vedere da qualcuno piangere. Ammesso di avere ancora lacrime, ammesso che i miei dotti lacrimali non abbiano deciso di entrare in sciopero a causa dei troppi straordinari.
La città profuma di magnolia. Di erba appena falciata, di sudore e di smog. Del mio profumo non c’è più traccia alcuna, perso negli eventi. Mai come ora vorrei che qualcuno premesse il tasto PAUSE. Ma chiunque avrebbe smesso di osservarmi da tempo, di seguire questa strana storia. Chiunque, persino io stessa.
Mi accorgo di avere sottobraccio una pianta d’appartamento. Devo averla afferrata prima di scappare giù per le scale, posso solo supporre, nel tentativo di salvare dal caos l’unico essere vivente che difficilmente mi abbandonerebbe.
Cammino, torno al mio vecchio appartamento. Ordinato e rivestito da uno spesso strato di polvere, ma pur sempre mio. È quanto basta.
È il silenzio, a spiegarmi finalmente come stanno le cose. La solitudine, la colpa, l’ingenuità e la negligenza. Dietro i miei occhi riesco a vedere una galleria d’arte rappresentativa quanto atroce: cornici rotte e dipinti scuri, in cui si distinguono a fatica sagome curve e sempre di spalle. La colonna sonora credo sia il ‘Requiem’ di Mozart. Qualcuno che posso solo percepire, ride sommessamente.
La nausea non mi abbandona, tutto sembra orribile. Persino i miei mobili, le borse di Vuitton nelle riviste aperte sopra il tavolo della sala. Tutto disgustoso, tutto rivoltante. Non mangerò mai più.
Mi siedo sul divano e prendo l’unica medicina che conosco per l’anima. Inserisco un dvd nel lettore e sento che questo sarà l’unico gesto per molti, molti mesi. Mi manca la famiglia che ho lasciato per questa stronzata della letteratura. Ho sempre pensato sbagliassero, a non credere in me. Per la prima volta sento che avrei dovuto ascoltare, io, che non ho mai valutato l’ipotesi di un errore. Vorrei aver bisogno di loro, per poter tornare strisciando ed incutendo un senso di pietà che non lasci spazio ai rimproveri. Ma le vendite del mio libro mi hanno garantito quella tranquillità che ho sempre sperato e i soldi spediti nascostamente da papà sono un tenero ricordo da un’altra vita.
‘Butterfly Effect’ è la scelta per cominciare. La storia di un ragazzo che, attraverso pagine di vecchi diari, riesce a tornare a momenti cruciali della propria vita cambiandone il corso e dando possibilità alle alternative di divenire reali e, spesso, terribili. “Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo”. Il minimo battito d’ali. Se tanto mi da tanto, quello che ho provocato io avrà spazzato via tutto quello che c’è oltre l’Oceano. Anche San Francisco, dunque. E di questo non riesco a dispiacermi.
XIV
Lista (parziale) dei film visionati nei due, tre, o forse quattro mesi in cui ho seriamente rischiato di diventare un tutt’uno con il mio divano.
The Butterfly Effect
American Psycho (due volte)
Citty-Citty Bang-Bang
L’Attimo Fuggente
Big Fish (due volte)
Il Padrino (due volte)
Il Padrino parte II
Good Morning Vietnam
Evita (cantando tutte le canzoni)
Le Iene
Japanese Story
Hamlet
Il Favoloso Mondo Di Amelie (due volte)
Frankenstein Junior
Donnie Darko
Il Signore Degli Anelli – Il Ritorno Del Re
Paura D’Amare
Moulin Rouge (cantando tutte le canzoni)
Rosencrantz E Guildenstern Sono Morti
Pulp Fiction
Il Re Scorpione (cinque volte)
Molto Rumore Per Nulla
Zabrisky Point (breve sonnellino in un punto che non so definire con precisione)
L’Amore In Gioco
Batman Begins
Rocky e Rocky Balboa (ma non uno degli altri)
Anything Else
Memento (nella versione semplice, con gli avvenimenti in ordine cronologico)
Tutta la saga di Star Wars
Romanzo Criminale
Stage Beauty
Team America World Police (in italiano e in inglese con sottotitoli, sempre cantando tutte le canzoni)
Zoolander
La Leggenda Del Pianista Sull’Oceano (leggendo Novecento e constatandone l’immensa superiorità)
Riccardo III – Un Uomo Un Re (mandando avanti veloce le parti documentaristiche)
Mr. & Mrs. Smith
Pomodori Verdi Fritti Alla Fermata Del Treno (fino a poco prima della morte di Ruth)
Sballati D’Amore
Arancia Meccanica
Missione Tata
Il Diavolo Veste Prada (fermo-immagine sulla collanina di perle, Chanel)
Heat
Match Point
Inoltre, tutte le stagioni dei seguenti serial:
Dr. House
Alias
Gilmore Girls (tradotto in Italia con il poco glorioso Una Mamma Per Amica)
Sex And The City
Friends
Veronica Mars
Internet mi consente di far avere la mia unica possibilità di proseguire la mia carriera a tutte le case editrici, senza dover mettere nemmeno un piede fuori dalla porta.
Nessuno vuole pubblicare Astar così com’è. Tutti mi contattano per chiedermi se sia possibile sostituire i mutanti con immigrati clandestini, o qualche figura altrettanto politicamente utile. Mi chiamano per dirmi che se non fosse per il successo precedentemente riscosso da Crazy V. non prenderemmo nemmeno in considerazione l’idea di…
Posso anche provare, ma non riesco a scrivere nulla che abbia un senso. Non riesco ad accontentarli, non me ne frega un cazzo di loro. Temo che la mia carriera sia finita.
A tempo di record.
XV – ROAD TRIP
Ho sempre avuto un talento speciale. Quello di fare scatole dove archiviare i capitoli della vita. Belle scatole, ordinate e precise. La cosa migliore delle scatole è che si possono chiudere. E riporre.
Bastasse questo, ad andare oltre, avrei scoperto un gran segreto. Invece ho capito soltanto che, prima o dopo, si ha voglia di tirarle giù dallo scaffale, soffiare via la polvere dal coperchio. Riaprirle, allora, è come non averle mai chiuse.
Non è così lungo, il viaggio verso Parigi. Qualcuno più grande di me ha già detto tutto quello che serve sui treni e le metafore. Io resto in silenzio, ascolto canzoni e -ad un certo punto- arrivo. La zia di Veronìca è l’unica parente che sia riuscita a trovare, ha studiato Arte in Italia e spero che questo mi aiuti con la lingua. Il suo nome è Josephine ed abita in una casa da cui si vede la Senna. Apre la porta e mi abbraccia.
-Giulia!- mi saluta. Naturalmente suona sgiuglia, piuttosto ridicolo.
-Sono così felice di conoscere un’amica della mia petite!
Qualche bugia era necessaria. Non avrei potuto chiedere asilo, se avessi ammesso di essere la delatrice che tutti sono pronti a mettere alla ghigliottina. Mi sono presentata con una telefonata più che interurbana, come una cara amica della nipote, con il compito di portare nella terra dei Galli un ti-voglio-bene che forse non sarebbe mai arrivato.
-Veronique era una bambina très jolie. Un amore, davvero- dice la sorella ricca del padre ricco della mia ricca amica, porgendomi un pacchetto di fotografie legate da un nastro di seta nero. Fotografie in lutto.
Josephine si siede di fronte a me, sul divano. Gambe accavallate, braccia conserte, nel lungo soprabito di lana marrone. Un grande nodo serio e malinconico in mohair testa-di-moro. Accende una sigaretta e fuma le parole, mentre mi racconta un’infanzia come tante. Il dramma della perdita dei genitori, la decisione di partire. Aneddoti teneri che coinvolgono scarpe troppo grandi e gelati la domenica.
Mi convinco di essere Giulia e di averla amata quasi quanto lei. Desidero di esserlo, con tutta la forza che mi resta.
-Veronique era piena di talento- dice Josephine in un italiano quasi perfetto, estraendo da un cassetto ritratti a carboncino e paesaggi accennati. Riconosco il Duomo della mia città, nell’unico disegno che sembra essere stato piegato. Per entrare in una busta, forse. Non immaginavo che Veronique si sapesse sporcare le mani, non la conoscevo affatto.
-L’ho conosciuta in un giorno di pioggia- dico scorrendo le foto, facendo attenzione a non toccare che gli angoli.
-Quando era bambina restava ore a quella finestra, a guardare la pioggia sulla Seine- indica la porta del balcone con lo sguardo umido.
-Era bellissima- dico. Ed è la verità. La prima verità. L’unica.
Resto a bere un tè lungo qualche ora. Josephine si offre di ospitarmi, ma ho già deciso di tornare con il prossimo treno, le dico. La verità è che ho prenotato in un Bed & Breakfast nei dintorni della stazione, ma non mi va di scrivere un capitolo dal titolo ‘A Letto Con Il Nemico’, perciò saluto, abbraccio e me ne vado.
In quello che non mi sento di lusingare con il nome di albergo, non riesco a prendere sonno. Continuo a pensare come sia potuto succedere, perché sia entrata nella vita di Veronique e lei nella mia, se il solo scopo del nostro incontro era questo. Tutto questo. Questo destino, questo viaggio, questo desiderio di riavvolgere il tempo come una vecchia videocassetta. E questo dover mentire sempre, a proposito di tutto e per chissà quanto tempo ancora.
Ripenso a Josephine, malinconica ma non affranta. Come se avesse perso la nipote molto tempo fa. Troppo tempo per piangere ancora lacrime disperate.
Mi addormento -infine- nel mio bozzolo di cotone ruvido ed economico, chiedendomi se mai sapesse la verità, cosa direbbe, una donna così delicata e francese.
-La vergogna che proverai per sempre, sarà la tua condanna- direbbe.
XVI – SPIDER
Lo scopo del mio viaggio è semplice: tessere la tela della storia di Veronique, regalarla al mondo. Piccolo risarcimento, piccola giustizia.
Per la prima volta compio una Buona Azione non per la necessità di ricevere gratitudine, ma perché è la Cosa Giusta. Ma non mi illudo, questo libro ridurrà il mio senso di colpa, mi permetterà di dormire: lo scrivo anche per me stessa. Se non soprattutto.
Stendo sul tavolo le fotografie di Josephine, gli appunti scarabocchiati in treno. C’è una vita da ricomporre, dettagli da immaginare. Non voglio che sia facile, non lo sarebbe nemmeno se volessi.
-Joyce!
Non ci credo.
Apro la porta a Robert Downey Jr., perché ho una voglia matta di incazzarmi e spaccare qualche zigomo e non riesco a pensare a nessuno che incarni meglio questo mio desiderio di violenza.
-Lascia che parli io, per favore- dice e vorrei non sembrasse tanto sincero.
Dice che mi ama, giura che mi ama, che ha cercato in tutti i modi di starmi vicino, ma io ero persa nel mio dolore e non lasciavo spazio per parole di conforto. Dice che vorrebbe tornare indietro, che è stato solo sesso, che non ha avuto importanza.
-Quale film ti ha ispirato, esattamente? Sliding Doors? Quale?
Dice che non sa stare senza il mio sarcasmo, che ha offerto a Mr. Pennington di rilevare il locale, che non ci saranno più ballerine tra noi, che non ci sono mai state, in realtà.
-Devi salvarmi la vita, rendermi felice. Nessun altro ci può riuscire- dice e vorrei non fosse così bravo con le parole.
-Hai detto un mare di cose, ma non hai detto che ti dispiace.
-Mi sembrava banale- risponde.
-Anche il resto lo era.
-…
-…
-Mi dispiace.
-Una stupida parte di me vuole disperatamente crederti.
-E il resto?- chiede Dave.
-Il resto ti consiglia una distanza di sicurezza: due, tre, centoventi metri. Sono tornata in forze.
Dave sorride, non ho più voglia di sferrare pugni.
-Se vuoi che me ne vada, devi solo…
-Voglio che tu te ne vada- dico. E non è poi così difficile.
Lo guardo oltrepassare la soglia, chiudere la porta. Lo immagino aspettare sul pianerottolo, ma quando controllo dallo spioncino non c’è più.
Come epilogo sembrerebbe elegante ed indolore. Sinonimi di epilogo: fine, conclusione, termine, risoluzione. Elegante, può darsi. Indolore, mai.
Torno al mio lavoro, alla mia storia: ho una Veronique bambina, con le trecce e le gonne gonfie. Dice parole strane e storpia i nomi per renderli più divertenti. Ho una Veronique adolescente, un primo amore che la convince a diventare adulta prima di scegliere qualcuno con capelli più chiari. Ho la scuola e le lezioni di danza. Le notti in camera a disegnare volti di conoscenti e sconosciuti, sognando le loro storie tra realtà ed immaginazione. Ci somigliamo, Veronique.
Ho una Veronique in lacrime, al funerale dei genitori. Una Veronique arrabbiata, una Veronique decisa. Una fuga che forse è solo una cambiamento, un viaggio. O forse è una fuga, non importa.
Ho Veronique in un giorno di pioggia, si ferma alla mia destra, coprendomi con un ombrello che raffigura un quadro di Van Gogh.
Non resta che iniziare.
XVII – VOGLIA DI RICOMINCIARE
Dave riceve per sbaglio una copia del mio nuovo libro. Viene da me per chiedermi il permesso di poterlo pubblicare. Il sogno di ogni scrittore, ma non più il mio.
-Mi dispiace, qualcun altro ha già un po’ di carte firmate sulla sua scrivania.
-Da te?
-O da qualcuno che mi imita alla perfezione.
-Chi?- chiede.
-Chi mi imita?
-Chi ti pubblicherà?
-Ti dirò solo che la distribuzione coprirà l’intero territorio nazionale. Che potrò permettermi la borsa di Hermès in vetrina nel negozio del centro. E che non sono dovuta andare a letto con nessuno per ottenere il contratto.
-Ne sono felice.
-Non dovresti. Non dovrebbe interessarti. Non più.
-Mi interesserà sempre- risponde ed aggiunge,
-Che ne dici di festeggiare, questa sera, al Babilonia?
La mia esitazione lo costringe a proseguire.
-Ci sarà anche Cesare.
Lo guardo con gli occhi un po’ troppo aperti.
-Sa che ci sarò anch’io?- chiedo.
-Quindi verrai?
-Potrei- dico, ma suona come un sì.
-Comunque- risponde, già sulla porta -gli ho detto che ci sarai.
Il Babilonia è un nuovo ristorante poco fuori le mura della città vecchia. Colori sgargianti alle pareti e lampadari con cascate di gocce in plastica colorata. Il tipo di ristorante in cui andrebbe la Barbie se non fosse un marchio registrato, ma una ventenne che ha già ricorso alla chirurgia plastica.
Cesare mi saluta, alzandosi e dandomi un bacio sulla mano come impone il galateo: senza toccarne i dorso con le labbra. Un novello Arsenio Lupin, sia ladro che gentiluomo. Non sono con il classico esempio di compagnia che si addice ad una ragazza perbene. Ma forse sono io a non essere una ragazza perbene.
-Quel vestito è un incanto- dice Cesare.
-Merito di chi lo indossa- rispondo, anticipando di misura Dave, già pronto a tentare un nuovo affondo.
Non sono mai stata una persona decisa, almeno questo non è cambiato. C’è chi dice che sia impossibile provare sentimenti reali e forti per due persone e quelle che ho di fronte sono inconfutabilmente due, persino estremamente differenti. Eppure amo di Cesare la sua sfrontatezza e la dolcezza che non riesce a nascondere, nonostante gli sforzi. Amo di Dave la fiducia in se stesso, la ben nota somiglianza ed altre cose che non è elegante elencare. Forse niente di quello che provo è Amore, ma questo non mi impedirà di svegliarmi -domattina- nel letto di uno dei miei commensali. Anche se naturalmente non ho ancora deciso quale. Quello che ho deciso è che sarò io a scegliere.
-Mi hai perdonata?- chiedo a Cesare, mentre cerco di mangiare il mio tortino al pomodoro senza scomporlo troppo.
-Non c’era niente da perdonare. Hai commesso un errore e ti serviva una lezione. Tutto qui.
-Anche la donna che ho trovato nel tuo letto, faceva parte della lezione?- dico, rivolta a Dave. Non è una domanda, lui non risponde.
-Brindiamo al tuo inarrestabile successo!
I calici si sfiorano appena, batto una volta sul tavolo come da superstizione e bevo il primo di non-so-quanti bicchieri. Sinonimi di successo: boom, trionfo, popolarità. Concetto positivo: chiunque abbia il telecomando, può spegnere qui.
Veronique, puoi spegnere.
EPILOGO – LE PAROLE CHE NON TI HO DETTO
È un giorno come tanti.
Batte una pioggia insistente, che non lascia il tempo alla ragazza dai capelli scuri e mossi per cercare le chiavi dell’auto nella borsetta sempre troppo piccola. Rischia di rovesciare l’intero contenuto della pochette sul marciapiede fradicio, le passo accanto e mi fermo quasi alla sua destra, coprendola con il mio ombrello: I Girasoli, Van Gogh.
-Grazie- mi dice, mentre cerca di capire se la mia sia una forma rara di generosità, oppure una più umana e comprensibile sottospecie di pietoso soccorso.
-Non ti preoccupare, Clelia.
-Io mi chiamo Joyce- risponde, ormai convinta di avere a che fare con una psicopatica assassina.
-Per ora ti chiami Clelia.
-E che cazzo di nome è?
-Prenditela con i tuoi genitori, amica mia.
Disse di chiamarsi Joyce, ma il suo nome era Carlotta.
Ancora non potevo sapere che mi avrebbe uccisa.
