Next stop: Frullone

Alcune mattine l’alba si attacca sotto il palato e viene via solo dopo un paio d’ore. A volte ha il sapore dell’ostia o della colla per i francobolli, altre invece quello delle caramelle gommose alla frutta. Dipende da quello che devi fare, voglio dire, se per te è un giorno buono o cattivo. Oggi è martedì, e al solito per me il martedì è un giorno cattivo. Lo è perché c’è da scaricare un tir di mobili, 120 cassettiere di metallo da ufficio. Il lavoro che faccio non mi piace, non mi piace per niente, l’ho accettato perché avevo bisogno di soldi, perché se no. Mia moglie si è svegliata alle sei e trenta e mi ha preparato il caffè. Il caffè era dolce e ci ho fumato su una Camel light, la tosse ha fatto rumore per cinque interminabili secondi, ma nella mia testa la sento ancora adesso. Sono sceso di casa pensando a tutt’altro, ho guardato il cielo e il cielo era una sagoma azzurra, dello stesso colore dei frontali dei cassetti. Ho cantato una canzone dei Sonic Youth, due strofe soltanto, il ritornello non mi è venuto in mente. Ho smesso di sforzarmi di ricordare quando ho visto l’insegna della metro. L’insegna era bianca come le maniglie dei cassetti, accanto al muro c’era una scritta: Nadia Lioce libera. Il biglietto della metro era accartocciato dietro la tasca dei jeans, è svenuto nell’obliteratrice e ne è uscito con un orario stampato sulla riga blu.
Sette e ventisei. Dieci passi, direzione Piscinola-Secondigliano. Il martedì alla fermata della metro ci sono sempre le stesse facce e ogni uomo, ogni donna, ogni studente che vedo ha sempre la stessa espressione, tipo sto masticando un’alba che sa di ostia o di colla per i francobolli. Forse il martedì è veramente un giorno di merda per la maggior parte dell’umanità.
Il treno mi si ferma di fronte alle sette e trentuno. Dalla porta esce una donna bellissima, si passa una mano sulle ciglia e lascia profumo di gelsomino. Provo a seguirla ma la voce dell’altoparlante mi dice che sto seduto a venti centimetri da un altro cuore e che la prossima fermata sarà Monte Donzelli, Monte Donzelli station.
E’ solo la prima fermata, la gente che ho di fronte stenta a parlare, affonda nei free press, in notizie silenziose e uguali, le dita calme, gli occhiali da sole sotto terra, vestiti da lavoro. Qualche avvocato, parrucchieri, operai. Mi chiedo che cosa sono io, cerco di spiegarlo a mia figlia Giulia decifrando l’abbraccio fortissimo del martedì mattina, decifrandolo tra la fermata del Policlinico e quella dei Colli Aminei. Giulia ha tre anni e ogni martedì mattina la stringo sempre più forte. La stringo così forte perché quando tornerò a sera non avrò la forza nemmeno per passarle una mano tra i capelli. Appoggiato al tavolo, le braccia gettate verso il basso, ogni martedì sera Giulia struscia la sua testa nera contro le mie dita morte e cerca il mio sguardo di sbieco.
“Frullone, Frullone station” dice l’altoparlante, il vagone è quasi vuoto, stringo il biglietto, scendo. Cammino sotto una galleria che sa di plastica nuova, il deposito dove lavoro è abbastanza vicino, immerso nella campagna. I miei occhi lontani chilometri di chilometri, sfioro i titoli dei giornali dell’edicola, mi fermo per comprare un pacchetto di sigarette.
Novecento euro al mese per provare a fare il padre. Quando ha visto il mio curriculum il titolare della ditta mi ha guardato negli occhi e ha detto: “E tu qua che cazzo ci fai?”.
Il titolare della ditta si chiama Giovanni, è grasso e felice, è felice perché si sente un imprenditore che lavora soltanto per realizzare il suo sogno americano. O qualcosa del genere. Il martedì ci aspetta a bordo della sua Mercedes che usa solo quattro volte al mese. Cammino evitando chiazze di sole sul marciapiede e mi assale l’insopportabile odore dell’immondizia di luglio. Al semaforo c’è una montagna di sacchetti che nega il verde agli automobilisti fermi.
Sette e cinquantuno.
Giovanni, don Giovanni, ’o mast’, o come cazzo si chiama ha messo una maglietta col numero settantuno perché nel suo cervello crede veramente di abitare a New York e non a Chiaiano e si fida ciecamente dei suoi operai che non farebbero mai apprezzamenti ironici sul capo e sul significato tutto cabalistico-napoletano del numero stampato sulla t-shirt. Pietro, il mio collega, è già arrivato all’appuntamento davanti al distributore di benzina, ’o mast’ mi lancia uno sguardo che dice hai fatto tardi, si aggiusta il Rolex e mette le chiavi del furgone nelle sue mani.
“Andate a prendere due guaglioni a Melito” ordina.
“Solo due?” ribatte Pietro.
“E che ce vo, quelli due mobiletti sono”.
Certo, bravo, buona la prima, si parte.
Il furgone è un Ducato blu, la strada è grigia, i palazzi da lontano assomigliano vagamente a scatole di biscotti per i neonati. Pietro ha voglia di parlare e mi racconta che stanotte non ha dormito per niente e che il Napoli forse ha preso un centravanti argentino fortissimo che ci farà vincere il campionato. Passiamo per Scampia e il display sul cruscotto segna le otto e tre minuti. Ci sono un paio di tossici che dormono abbracciati ai segnali stradali e lungo i marciapiedi centinaia di siringhe, fili d’erba sintetica trasparente. Il traffico comincia a riempire la strada maestosa in mezzo a un deserto di cemento dove i pensieri hanno tutto lo spazio per perdersi e scappare via lontani, in alto. Passiamo col rosso e dimentichiamo un pacco di fazzolettini lanciati da un marocchino venti secondi prima sul parabrezza. Il marocchino ci insegue, dà un pugno sulla carrozza. Pietro inchioda e grida al venditore distratto: “Chi ta muort”.
Il marocchino impreca in arabo, raccoglie i fazzoletti e scompare dall’incrocio evitando una fila di motorini.
“Benvenuti a Mel…” dice il cartello spezzato al centro, facciamo settecento metri e c’è una specie di piazza e una decina di persone, neri e polacchi. I neri vengono da Castelvolturno, i polacchi da Casandrino. I polacchi di solito sono molto affidabili, così dice don Giovanni, ma si fanno pagare di più. I neri sono più economici, più forti, ma rompono le palle a lamentarsi per tutto il tempo.
“Bianchi, neri o Ringo?” dice ridendo Pietro.
“Neri, va….” si risponde da solo.
Caccia la testa fuori dal finestrino e fa segno a due ragazzi africani sulla trentina di avvicinarsi.
“Trenta euro, panino e Coca Cola” dice Pietro.
“Ok” fanno i neri e salgono nel vano posteriore del mezzo tirandosi dietro la porta scorrevole.
Alle otto e sedici siamo davanti al deposito. Il camionista turco ci aspetta già da due ore, fermo, stanco, fuma una sigaretta e tira calci a una sedia pieghevole di plastica gialla. Sorride con grandi baffi grigi. Il tir è immenso e bianco, i mobili sono sistemati uno sull’altro in pedane da otto pezzi, firmiamo la bolla di accompagnamento e cominciamo a scaricare. I neri si levano le magliette colorate e iniziano a stampare le loro spalle sudate sul retro dei cartoni. Le cassettiere pesano svariati chili, io e Pietro ci versiamo addosso i mobili a vicenda. Cinque mobili tirati giù dal tir e già ti scordi il mondo fuori e guardi pezzi di cartone marroncino e il soffitto bianco del camion e le braccia ti fanno male e i bicipiti ti bruciano come se stessero per spezzarsi.
Arriva anche Giovanni, smonta dalla Mercedes, mi chiede una sigaretta e si siede sullo sgabello giallo del turco. I neri cantano in francese, le mie e le loro gambe tremano, sembriamo danzare un ballo antico e mi chiedo ancora chi sono, mi illudo di appartenere a una vecchia famiglia di scaricatori di porto ma il mare è un’ipotesi lontana, un pezzo di vetro spaccato steso davanti al deposito.
Dopo sei sigarette gentilmente offerte a don Giovanni i mobili da ufficio sono tutti stesi al sole davanti al deposito della “G. e figli import-export”. Il camionista turco riparte salutando felice, ma prima si fa indicare la strada per arrivare a Benevento e si porta via la sedia di plastica gialla. Il masto apre le porte del suo sogno americano, un garage di quattrocento metri quadri dove alloggeremo i suoi fottutissimi mobili. E’ questa la parte più difficile e devi muoverti in uno spazio angusto e impilare tre mobili da un metro e mezzo uno sull’altro. Servendoti di braccia e gambe perché il carrellino è rotto e il muletto, sì, quello è il nostro sogno americano. I neri cominciano a dire che hanno fame. Don Giovanni dice dopo, sempre dopo, “adesso lavorare”. L’acqua della fontana sa di pozzo e ruggine ma è l’unico modo che abbiamo per rinfrescarci. E’ mezzogiorno e la stanza dei mobiletti da ufficio comincia a riempirsi, due di noi portano le cassettiere di metallo fino alla porta, altri due, i due neri le alzano e le mettono a posto. I due neri si chiamano Nick e John, o almeno così si fanno chiamare. L’aria della stanza è irrespirabile. La stanza è alta cinque metri e Nick è di spalle, inginocchiato su un quadrato di cartone a più di quattro metri da terra.
Nick canta in francese e John lo segue e porta il tempo con il corpo e con migliaia di gocce di sudore.
Nick ha fame e sete e lo dice a don Giovanni e, mentre esce per respirare, don Giovanni dice “dopo, adesso lavorare, chi ta muort”.
Nick alza la testa di scatto per ricevere il regalo di John.
La testa dai fitti capelli ricci cozza contro il soffitto lurido e Nick perde il controllo, fa per passarsi una mano dietro la testa e vola come un angelo capovolto a braccia aperte. Il suo corpo si schianta come un colpo di cassa e la sua nuca finisce precisa sul pavimento col suono di un rullante.
Tutto d’un tratto mi viene in mente il ritornello della canzone dei Sonic Youth.
John corre dal suo amico e il suo amico ha sangue sui capelli e sulla faccia, dietro la testa e sulle labbra e non è vero che il sangue sulla pelle nera è difficile da distinguere.
Il sangue si vede sempre.
Nick è morto e Pietro molla un ceffone a John e gli urla di stare zitto. Pietro chiama a gran voce don Giovanni. Don Giovanni entra nella stanza dei mobili e bestemmia la Madonna e San Ciro. Io penso a San Ciro, immagino il suo vestito bordò, il suo manto dello stesso colore del sangue di Nick.
“Piglia duje cartune” ordina il masto.
Io li sfilo in fretta e lascio nude due cassettiere. John si è calmato perché il masto gli ha messo il ferro al centro degli occhi. John si rimette la maglietta e afferra cinquanta euro e io devo spiegargli in francese che se ci tiene alla pelle non deve farsi più rivedere e non raccontare a nessuno quello che ha visto. Il nero mi dice “ok, ok, io no vedere, no vedere” e so che queste sono le prime parole che ha imparato quando ha messo piede in Italia.
Il nero scappa e non si ferma più.
Pietro apre i due cartoni con un taglierino, li stende sul pavimento. Io afferro Nick per le scarpe antinfortunistiche, Pietro lo fa scivolare sul pavimento e il povero corpo finisce a faccia sotto contro la scritta FRAGILE della bara improvvisata.
Verso della segatura sul sangue.
Non penso a niente mentre imballiamo di nuovo i cartoni delle cassettiere con il cadavere di Nick, avvolgo strisce di scotch e vomito mentre sono in ginocchio.
Non pensare, cazzo, non pensare.
Il masto continua a tenere in mostra la pistola, lo fa per farmi paura, stasera mi dirà che non devo più scendere e mi darà il doppio dello stipendio.
Pietro ritorna con le porte del furgone aperte, don Giovanni si assicura che attorno ai cartoni non ci siano scritte riconducibili alla sua ditta, ne trova tre e le strappa, si porta via anche un pezzo di imballaggio e riesco a vedere la parte di un piede di Nick.
Carichiamo il corpo sul furgone, nel furgone c’è una pala, vomito ancora, vomito anche il sapore di colla dei francobolli e l’odore di gelsomino e quello dell’immondizia di luglio. Poi Pietro sparisce lanciando il mezzo attraverso una piccola nube di rovi, sento il rumore della marmitta, svanisce dopo una trentina di secondi.
Il masto mette a posto la pistola e mi guarda.
“Quando torna, dincelle che va ’a piglià duje polacchi”.

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Giancarlo Tommasone
Giancarlo Tommasone

Niente di che, provo a respirare ancora nella realtà che mi soffoca

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