«È arrivato Ottavo!»
Briciola ringhiò puntando le zampe, faceva piccoli saltelli come un cagnolino di pezza caricato a molla.
In realtà il marito di Vladimirka si chiamava Ottavio, tuttavia, poiché la famiglia stabile comprendeva già sette nani da giardino, Ottavio, che era piccolo come loro e si presentava puntuale ogni sei mesi, come un parto prematuro, era detto Ottavo, e rispondeva solo chiamandolo in quel modo. Vladimirka ormai era convinta che quello fosse il nome di battesimo, nessuno le avrebbe fatto cambiare parere.
«Briciola, attacca!»
Il cane si precipitò sul vialetto d’ingresso, mostrando denti più grossi di lui, ma quando Ottavo estrasse dal secchio la pennellessa, agitandola come un aspersorio, il satanico quadrupede mugolò sconfitto e corse in casa, sotto il tavolo, nell’inferno da cui era venuto.
«Ciao, Vladivostok.»
Quando Ottavo chiamava la sua donna con l’allungativo significava che ne sentiva la mancanza, pari a centottanta giorni, e che dentro di sé rivangava i bei tempi, quando mano nella mano percorrevano la discarica comunale e si fermavano a fare pic-nic e, all’ombra di un cumulo di batterie esauste, anch’essi si esaurivano di baci, e il figliolo Piero era ancora nei sogni dell’amore.
«Cosa vuoi?» disse Vladimirka.
«Sono passato a trovarti.»
«Cosa vuoi da mangiare, voglio dire.»
Ottavo arrivava all’ora di pranzo o di cena e, dopo sei mesi di scatolette, quel pasto frugale era un Natale, una Pasqua e un Giorno del Ringraziamento tutti assieme.
«Non so, hai una bistecca?»
Vladimirka ringhiò, e significava che avrebbe preso una fetta di carne, l’avrebbe battuta e messa in padella con l’olio d’oliva. Briciola ringhiò, e significava che avrebbe usato ogni sotterfugio per impossessarsi della fettina e andare a condividerla con i quadrupedi vagabondi del quartiere. Dopo sei mesi di scatolette anche per lui era tempo di bisboccia.
«Allora?» disse Ottavo. Quella parola, sussurrata con timidezza, era gravida di significato. Con quella domanda chiedeva cosa ne fosse del loro passato, presente e futuro. Un po’ come interrogare una maga.
Vladimirka si voltò a squadrare il suo uomo. Era vestito di bianco, come un bambino alla prima comunione, girava sempre in bicicletta, vestito di bianco, sporco di pittura bianca, e nel secchiello aveva chiavi, pennello, portafoglio e un paio di scatolette di tonno e fagioli per l’indomani.
«Allora niente.»
La risposta, urlata con decisione, era priva di sottintesi. Lei non si chiedeva nulla: solo il presente meritava attenzione, e non sempre.
«Ti sei snellita.»
Briciola mise fuori il muso da sotto il tavolo e squadrò la padrona, perplesso.
«Sono aumentata di due chili» corresse secca la donna.
Le pareti domestiche e il profumo della bistecca ispiravano a Ottavo teneri quadretti familiari, dall’infanzia ai giorni nostri.
«Si sta bene qui» disse rivolto al mastodontico deretano della moglie, la quale, dopo aver apparecchiato, era sempre rimasta girata verso il fornello con una certa forzata insistenza, anche prima di metterci la bistecca.
«Vero. Un paradiso!»
«Il paradiso piace anche a Briciola.»
I lombi di Vladimirka tremarono di stizza.
«Non dire mai una cosa simile. Briciola è tutto, il compagno della mia vita, il bastone della mia vecchiaia, non augurargli mai niente del genere.»
Il cane confermò con un bau, seguendo con attenzione l’evolversi della bistecca.
«Lo sai che io a Briciola voglio bene. A proposito, questo fine settimana tocca a me tenerlo.»
«Non se ne parla. Devo portarlo per negozi a comperare la mantellina nuova.»
«Fammelo portare fuori per la passeggiata, allora.»
La donna si voltò paonazza, tenendo la bistecca fumante fra due dita, senza provare dolore.
«Dovete rientrare alle venti e trenta, sennò mi preoccupo.»
Ottavo annuì, allungò il piatto e la bistecca cadde con un rumore di obolo.
La carne rossa e sugosa nel piatto, invece che attirarlo verso di sé, lo scaraventò in una dimensione onirica. La donna rassettava, portando a spasso quelle due mongolfiere posteriori che veleggiavano e facevano come un delizioso fruscio di seta ad ogni passo: Vladi-mirk, Vladi-mirk, avanti, marsch. Vladimirka si chinò e Ottavo vide l’Africa da cinquemila metri, e fu invaso dalle correnti ascensionali, e provò l’ebbrezza dell’ossigeno rarefatto e della tempesta di uccelli, e la pressione gli catapultò il cuore a ridosso della lampadina a incandescenza sopra il tavolo e il muscolo prese un lieve sentore di bruciato e quando tornò nella cassa toracica fumava come un’omelette abbandonata.
Bevve un bicchiere di rosso per prendere coraggio.
«Vlad…»
Quando diceva Vlad, ecco, era cotto a puntino. Gli vennero gli occhi umidi e le labbra si atteggiarono a broncio infantile. Giocava con la forchetta, faceva le righe sulla tovaglia, poi il coltello si avvicinava alla forchetta e la carezzava con il manico e poi entrambi cadevano sulle righe, avvinghiati in un amplesso metallico. Vlad, sentendo nell’aria che non le avrebbe chiesto semplicemente il sale, ma che quel nome mozzo, sussurrato con voce tremante, era il preambolo di un’arringa, di un’omelia e una preghiera messe insieme, si mise a sbattere pentole e piatti, producendo un clangore infernale. E quando ebbe finito tolse il tutto dalla credenza e cominciò daccapo, con rinnovato frastuono.
«Vlad!» urlò Ottavo con tutta la sua voce baritonale, che un tempo aveva deliziato il vicinato quando si faceva la barba e un po’ meno quando litigava.
Lei si girò di scatto, rossa in viso, con un coltello da filetto stretto nella destra, nascondendo le mongolfiere e puntandogli addosso i mappamondi. E di nuovo Ottavo non seppe che dire, perché non era certo di essere lì, fra i satelliti della Via Lattea, in un mondo di sfere celesti, nuotando tra spazzatura spaziale, pentole e tegami. Guardalo lì, rosso in viso e imbambolato. Faceva quasi tenerezza.
«Vuoi un’altra bistecca?» Più che un invito, una minaccia.
«Fammi mangiare questa» rispose Ottavo, ancora un po’ perso nei muliebri mondi rotondi, cosicché il piatto dapprima era una bianca luna e non c’era nulla di male. Poi la mesta realtà con fatica prese il sopravvento. Il piatto era vuoto.
«È finita nell’altra dimensione» mormorò incredulo.
«Si chiama stomaco. È il tuo solo organo, dovresti conoscerlo bene.»
Forse fu il bicchiere di vino, forse la passione accesa, la testa viaggiava con sola andata.
«Non sapeva di niente.»
Vladimirka preparò il cibo per Briciola, consistente in carbonara, fette di salame e torta Saint Honoré, poi lo chiamò con una voce così melliflua che la stessa Circe si sarebbe trasformata in scrofa. Il cane non era sotto il tavolo, ma da lì partiva una costellazione di burro e sangue cotto sul pavimento, una bella curva che portava alla finestra aperta.
E a Ottavo sovvenne che, mentre galleggiava nei mondi paralleli, un essere peloso gli era salito sulle gambe e aveva appoggiato le zampe sul tavolo, come ai bei tempi, quando tutti i giorni si rizzava sul manubrio della bici e veniva portato a spasso. E poi aveva infilato il muso nel cestino della bici, cioè nella luna, mi correggo, nel piatto e il respiro pesante che Ottavo aveva attribuito a se stesso durante il giro del mondo in pochi secondi, era quello sottostante del cane alle prese con la sua bistecca. La sua bistecca!
Con un balzo Ottavo iniziò l’inseguimento della costellazione sugosa, attraversò l’orto con il cipiglio di un orco bianco, sotto gli sguardi attoniti dei nani.
«Bri! Bri! Dove sei!» gli sembrò di urlare, in realtà smorzava le vocali per non farsi sentire dalla ex, e così gridava «br br», come una cicala. Mariasole, che stava prendendo la tintarella, agitò la mano in segno di saluto, e con il dito indicò il campo. Che ragazza perspicace, che ragazza solidale, che ragazza coraggiosa. Che ragazza, insomma. Non le sfuggiva niente, capiva sempre tutto al volo, capiva le cose ancor prima che le cose fossero, capiva anche dove non c’era niente da capire. Era una ragazza dai nove sensi.
Dopo una corsa forsennata, ecco il buon Briciola, con la bistecca fra le fauci, vicino a Bauhaus, un cane venti volte più grosso, che aspettava paziente il suo assaggio.
Ottavo si mise carponi e si avvicinò sbuffando ai musi dei quadrupedi in festa.
«Ehi, Bri, quella fetta è mia.»
Bauhaus, composto e altezzoso, lo guardò con un’aria mista di rimprovero e compassione. Bri, per tutta risposta, strappò un pezzo di carne, poi la passò al compare.
L’uomo rimase ad aspettare, con un filo di saliva all’angolo della bocca. Bauhaus emise un sordo grugnito, che poteva significare buona questa carne o che schifo questa carne, ma valli a capire i cani, e il suo muso era una maschera impenetrabile. Il pezzo tornò al primo cane.
«E io?»
Briciola gli porse le terga, in atto apertamente ostile. Non si scende a patti con i disgregatori di famiglie, sembrava dire, ma valli a capire, i cani.
Ottavo pensò bene, prima che fosse troppo tardi, di barattare la scatoletta di tonno e piselli che aveva lasciato sulla bicicletta. Sarebbe piaciuta? E soprattutto, avrebbe convinto i due gaglioffi?
Passò correndo davanti a Mariasole, che tutta sorridente gli indicò la strada per la bicicletta e al ritorno era ancora lì in piedi che si stava sistemando il costumino. Con il dito puntato verso il campo gli strillò: «Buona fortuna!»
Ottavo con un tuffo tornò nella società canina, portando la scatola stretta in bocca. Guardate cosa ho qui, voleva dire, ma le parole gli morirono in gola quando vide i due cani coricati nell’erba passarsi la lingua sul muso, soddisfatti e in pace col mondo. Della carne non c’era più traccia.
Ottavo si sedette accanto a loro, e sotto gli sguardi vagamente annoiati aprì la scatoletta, raccolse un po’ del contenuto con due dita e lo portò alla bocca. Si trattava di pazientare per altri centottanta giorni.
Bauhaus guardava un insetto volare.
«Wof» borbottò Briciola. Sembrava sorridesse.
