Le mie chiappe e il mio smalto

Sono quasi le otto di sera. Io e mio marito siamo in macchina. Direzione, casa dei suoi. Ascoltiamo un vecchio cd di Jovanotti. Lui tira fuori il pacchetto di Marlboro che tiene nella tasca della giacca. Si accorge che gli sono rimaste solo cinque sigarette. Bestemmia. È sempre nervoso, quando deve vedere sua madre. L’analista gli ha spiegato che lei ha rischiato di rovinargli la vita. Mica ci voleva l’analisi, per capirlo. Non mi sembra una tragedia, gli dico, fermati in una tabaccheria. Prima che chiudano, però, sennò col distributore automatico ci serve la tessera sanitaria e ci tocca perdere un sacco di tempo, e già è tardi. La mia soluzione gli pare coerente al problema. Alla prima T nera che incrociamo, accosta in seconda fila. Scende di corsa rischiando di farsi tirare sotto da un autobus. Dopo neanche trenta secondi risale, col pacchetto e un accendino. Ci fermiamo a un semaforo, l’ennesimo, rosso. Tiro fuori dalla borsa le mie Pall Mall. Prendo l’accendino che ha appena comprato e poggiato nella buchetta vicino al freno a mano. È uno di quelli con le foto attaccate sulla plastica. Ne fanno di tutti i tipi: col faccione quadrato del Duce, con lo sguardo nel futuro del Che, con la faccia matta di Lennon, con le pecorelle. Il modello che ora ho in mano, invece, è di quelli coi culi.
Leonardo si scusa, di fronte alla mia espressione allibita.
«Manco ci avevo fatto caso… mi sembrava uno normale», dice sottovoce per giustificarsi.
Taccio. Guardo le natiche sode; su quella destra c’è stampata una mano con le unghie smaltate di rosso. Non mi dà fastidio che abbia comprato un accendino del genere. Non sono arrabbiata. Non sono così bigotta, ringraziando Dio.
Accendo la sigaretta e torno col pensiero indietro nel tempo, a una quindicina di anni fa…

Sono una studentessa universitaria fuori sede. Al verde, perché i miei da casa non possono mandarmi tanti soldi. A Milano la vita costa un occhio e io frequento ragazzi e ragazze che, invece, beati loro, se la passano bene. Lavoro come cameriera in un pub, il mercoledì e il venerdì. Anche gli esami vanno male, quando mi ricordo di darli. Un mio compagno di corso mi dice che c’è un’agenzia fotografica che cerca belle ragazze. Tutti mi considerano una niente male, lo so. Sono consapevole delle potenzialità del mio corpo: quando cammino per strada i maschi si voltano. I più rozzi fischiano pure. Mi assicura che è una cosa seria, nulla di sporco, che il fotografo è un amico del padre di un amico di suo cugino. Mi dà il numero. Telefono. Dall’altra parte la voce di una donna mi dice che sì, hanno bisogno di una bella ragazza per delle fotografie e che la paga è buona. Prendo appuntamento per il giorno dopo. Ho bisogno di soldi. Non sto facendo nulla di male, in fondo. È un lavoro come un altro.
Sono in periferia. Per arrivare ci sono voluti tre cambi di autobus. Cerco il nome dell’agenzia fotografica sul campanello di un palazzone di cemento. Suono. Seminterrato, mi dice la stessa voce del telefono. Non sapendo come vestirmi mi sono messa jeans e maglietta. Mi apre una tarchiata, la proprietaria della voce, che ora ha anche un volto. Inespressivo. Si presenta: è la segretaria o qualcosa del genere. La stanza è disadorna. Ci sono soltanto una scrivania, un telefono, un computer, un telo bianco e dei faretti. Tra poco arriva il fotografo, mi dice quella, e intanto riprende il solitario su Windows che il mio arrivo aveva interrotto. Chiedo informazioni. Mi spiega scocciata che lì si fanno foto che poi finiscono in un archivio online, disponibili per la vendita. Non capisco bene, e per non fare la figura della scema, taccio. Dopo una mezz’ora arriva il fotografo. Quarantenne, mal messo, con la pancia. Cerco di saperne di più. Praticamente, mi dice, qui facciamo fotografie che poi delle aziende compreranno per usarle. Sono scettica. Lui intanto mi guarda con occhio clinico. Mi dice che si tratta di nudi artistici. Sono una ragazza seria, gli dico. Lui mi rassicura: è tutto ok, non devo preoccuparmi, uno scatto mille lire. Posso tirarne su anche una cinquantina, perché non sono male, a sentirlo. Mi dice che non scatterà foto al mio viso, che nessuno ne saprà mai nulla. Ho un po’ di timore. Faccio la fame. Mi faccio convincere. Mi spoglio tra le pareti di cemento. Sono imbarazzata. È freddo, tra l’altro. La tarchiata non mi fila. Lui, forse è gay, mi dico, per tranquillizzarmi. Penso di essermi cacciata in un casino. Dopo neanche un minuto mi ritrovo sotto i flash. Mettiti così, girati, toccati il seno, tira fuori il culo, bravissima. Bello smalto che hai. Guarda, fai una cosa: afferrati la chiappa con una mano… Peeerfetto. Dopo un po’, mi diverto anche. Alla fine mi paga. Sessantaduemila lire. Mi dice che ci risentiamo. Io penso di no, che può bastare così.

«Elisa, che hai? Sei sovrappensiero», chiede mia suocera durante la cena.
«No, niente… scusatemi…»
Mi alzo per andare sul terrazzo a fumare. Chiedo a mio marito da accendere. Mi ripassa il mio culo. La mamma nota l’accendino, chiaramente disapprova. Esco. Me lo rigiro tra le mani. Me lo infilo in tasca. Torno di là.
Dopo, in macchina, lui mi chiede da accendere. Gli dico che gliel’ho ridato. Dice di no. Insisto. Si arrende. Del resto li perde di continuo, gli accendini.
La notte, a letto, non dormo.
Alle cinque mi alzo. Vado in salotto. Mi rigiro il mio sedere tra le dita. Proprio sopra il mio culo c’è scritto Foltro. Accendo il computer e immetto questa parola senza senso in Google, il quale mi indirizza a una pagina web di un’azienda di Ascoli Piceno che vende all’ingrosso oggettistica spicciola. Nella homepage c’è scritto che fol sta per Follini e tro per Troiani, i due proprietari della baracca. Torno a letto. Dormo malamente.

Il pomeriggio seguente mi decido.
Scrivo una mail simpatica dove spiego a Follini e a Troiani l’assurda situazione. Sono curiosa, voglio saperne di più. Descrivo dettagliatamente il modello di accendino, culo e smalto. Invio.
Controllo ripetutamente la mia casella per tre giorni. Dopo mille spam e duemila notifiche Facebook, la Foltro finalmente mi risponde:

Gentile signora Elisa
tutto quello che possiamo dirLe è che l’accendino per cui Lei hai posato è prodotto a Fozhou, in Cina. Non sappiamo quanti ce ne siano in giro per il mondo. Per l’Italia la Foltro ha l’esclusiva sull’intera linea. Stimiamo una presenza, tra residui di magazzino e venduto, di circa cinquantamila pezzi. Questa è forse la mail più assurda che abbiamo mai scritto.
Salgo in macchina e torno in quella tabaccheria. Il mio culo è ancora lì, nell’espostiore sul bancone. è circondato da altre arrapanti anatomie di ragazze probabilmente inconsapevoli quanto me di essere commercializzate da due soci di Ascoli Piceno. Vedo il prezzo: un euro. Compro un pacchetto di sigarette. Cinquantamila euro è il valore del mio culo. In Italia, per lo meno. Ma di certo, paesi musulmani a parte, sono praticamente in tutto il mondo. Non io, giusto le mie chiappe e il mio smalto. Rido, tornando a casa. Forse è isteria. Sono un oggetto riprodotto. Sono un elemento in una catena di montaggio. Sono un oggetto doganale. Ho il culo venduto in chissà quante valute. Le mie belle natiche sono state comprate dai cinesi. E forse sfruttano il lavoro minorile.

Leonardo rientra che sono passate le otto. La cena è pronta. Dopo il caffè tiro fuori l’accendino, che nel frattempo ho conservato, ovviamente, come una reliquia.
«L’ho ritrovato. Cosa pensi, di questo culo?»
Teme una scenata di gelosia. Insisto. Tace. Insisto. Ha paura. Si scusa. Insisto.
«Si, non è male… ma non volevo comprarlo! Che palle…», sbotta, stremato.
«Ti piace di più questo o il mio?»
«Il tuo, perché è vero» risponde sicuro, di getto.
Sorrido. Lo abbraccio. Lo bacio. Non gli spiego tutta la storia. Se è andata così, mi dico, ho proprio un bel culo.

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Maurizio Perelli
Maurizio Perelli

Figlio di Settimio e Rita, nasce a Rieti nel 1982. Sa manovrare discretamente una motopala, cosa che da bambino non avrebbe mai immaginato. Ha letto qualche centinaio di libri ma ancora non ha deciso qual è il suo preferito. Considera impresa ardua scrivere una sua breve autobiografia ed è indeciso se far menzione della laurea in Antropologia Culturale. Sua madre gestisce una baita in montagna e lui ha la nomea del tutto meritata di essere un oste scontroso. Gli dispiace terribilmente di non aver avuto l’occasione di abbracciare forte Fernanda Pivano.

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