La canna del fucile di Alfio brillava appena, lambita da un’alba che non voleva saperne di uscire.
Alfio sembrava dormire, ma il suo occhio era vigile, vedeva lo stelo davanti a sé – percorso da un piccolo bruco verde – che divideva in due fette uguali la campagna, e poi la strada e il campo di grano e in fondo gli alberi in colonna, venti esatti. Alfio contava e ricontava e di tanto in tanto osservava i progressi del bruco sullo stelo.
Un battito d’ali spostò l’aria immobile e la bocca da fuoco si levò lenta e sicura accompagnando il volo di un’anatra selvatica.
Occhietto con una manata fulminea deviò il fucile. «Ma cosa ti salta in mente?»
«Mi salta in mente uno scherzo del mattino – disse Alfio – e tu ci cascherai sempre.»
«È che i fucili ora mi fanno un po’ paura.»
Alfio tornò a posizionare la canna verso un punto a lui noto e rimase impassibile.
«Posso parlare un po’?»
Alfio spostò lo sguardo verso l’amico, ma senza guardarlo davvero. «Basta che non ti infervori, che non gesticoli. Trattieni la tua risata da upupa e cerca di dire qualcosa di sensato.»
Occhietto non si offese. Di bello aveva due qualità: sapeva tenere compagnia ed era un ottimo compagno da riporto. Mansueto, privo di stress, conservava una loquacità eccessiva durante l’attesa, ma al momento cruciale l’attenzione verso la preda esplodeva ai massimi livelli, come azionata da un interruttore. In compenso in veste di cacciatore non era granché, chiudeva spesso l’occhio che mirava, sparava senza togliere la sicura, faceva confusione con le munizioni e aveva impallinato tre cacciatori. Ecco perché ora si trovava disarmato a fianco dell’amico, nell’erba alta e bagnata del primo mattino.
«Mi ricordo quando…» sussurrò.
«Lascia stare gli episodi del passato» disse Alfio fra i denti. Il bruco sembrò fermarsi ad ascoltare.
«Hai ragione, è meglio seppellire il dolore una volta per tutte. Però saresti ancora il miglior cacciatore di anatre che abbia mai conosciuto. Ricordi quella volta che con un colpo ne infilasti quattro? Tutti si chiedono ancora come hai fatto.»
«Solo un colpo fortunato» disse Alfio al bruco. Al bruco venne fame e cominciò a mangiare lo stelo.
Uno, due, tre, venti alberi. Nessun rumore intorno, sulla terra e nel cielo. Occhietto si tolse il berretto e si grattò la testa, tolse gli stivali e si grattò i piedi, tolse la giubba e si grattò le ascelle. Alfio lo fulminò con lo sguardo.
«Non è colpa mia, lo sai che quando sono nervoso mi prende la grattarella. Eppure quando andavamo a fagiani ero di marmo, ero capace di stare lì un’ora muovendo solo la bocca. Ricordi, quando andavamo a cacciare i fagiani?»
«Stupidi uccelli, stupide ali. Facile come un bicchiere d’acqua» mormorò Alfio con un tremito nella voce.
«E infatti venne il tempo che andavamo per campi con i piedi legati, per combattere ad armi non dico pari, ma insomma…»
«È sempre stato troppo facile vincere» disse Alfio al bruco, che si stava gonfiando di cibo.
Occhietto grattò ancora una volta la nuca, poi calcò il berretto sulla testa.
«Gli stivali» disse Alfio. «È meglio che te li rimetti, sennò quando dovrai correre farai cilecca.»
Occhietto si sedette e li infilò a fatica. «Ricordi il fagiano maschio, quando guardava fisso davanti a sé? Che portamento, che eleganza.»
«Lascia stare i fagiani. Con loro abbiamo chiuso». Gli fece cenno di chinarsi e rimanere zitto. Arrivò un rumore, un rombo di motocicletta. Era Pino, con il suo armamentario per la pesca. Alfio gli puntò il fucile addosso. Occhietto, che ci cascava sempre, gli deviò la canna e Alfio, che faceva sul serio, mandò una scarica di pallini fra un nugolo di moscerini che si erano radunati sulla traiettoria del primo sole. Pino strizzò il freno e per poco non cadde. Il cesto con le esche volò e si spalmò nella polvere. Pino tirò una sequela di bestemmie da zittire il bosco, poi si guardò intorno con un misto di rabbia e spavento. Decise di tornare indietro, la moto slittò sui vermi, derapò, ripartì titubante.
«Cavoli, per fortuna ci sono cascato ancora, questa volta sul serio hai fatto sul serio!»
«Buon per Pino» disse Alfio. «Io odio i pescatori.»
Occhietto accese una sigaretta. Alfio glie la strappò e la buttò lontano, poi indicò il bruco neghittoso all’apice dello stelo. «Ti piacerebbe che ti fumassero in faccia?»
L’amico incrociò le braccia, fece un muso da lepre e guardò verso il cielo, con il capo esteso in modo innaturale, i nervi del collo tesi e affioranti, gli occhi socchiusi come per meglio proteggersi da un’offesa dolorosa e perenne.
«Avanti, sputa il rospo.»
Occhietto lo guardò di sguincio, mugolando come un setter nel sonno. «Lo sai bene, lo sai.»
Alfio gli sfilò una sigaretta dal taschino, glie la infilò in quel muso di lepre e glie l’accese. «No che non lo so» disse ridendo, mentre mentalmente si scusava con il bruco.
«Amare gli animali non vuol dire condividere il loro destino nella gioia e nel dolore. Il bruco va per la sua strada, il fagiano anche. Ora non tocchi più una coscia di pollo o un’orata, eppure non sei in pace con te stesso.»
«Cosa te lo fa capire?» disse Alfio, che aveva la medesima sensazione.
«Non puoi continuare a fare il cacciatore se con la caccia hai chiuso.»
«Ma a me piaceva mirare, colpire, uccidere un animale, era una botta di vita» disse con un singulto represso. Si asciugò un occhio. «Ho la passione della caccia, cosa ci vuoi fare.»
«Guardami bene, guardami. Qui nelle palle degli occhi. Non puoi chiedere a un amico di fare l’uomo da riporto, soprattutto se è il tuo migliore amico. E poi non è più una caccia, è un safari, rischiamo ogni volta di più, uno di questi giorni verremo incornati.»
«Se non caccio muoio di noia. E poi ora ogni colpo è benefico, è come una scudisciata ben assestata sulla mia schiena colpevole, sparo per espiare perché ogni volta che la polvere prende fuoco prende fuoco anche il mio cuore ed io sono felice di soffrire. Ogni volta che soffro penso ora al nobile fagiano con le sue stupide ali, ora all’anatra ammantata di bianco come una regina, come la mia buona regina assassinata. Le quaglie, tutte le quaglie che ho ucciso, cosa sono per me? Piccole anime in volo! Non reclamano vendetta, ma sanno cos’è la pietà. Bruco senza nome, vuoi essere adottato?»
Il bruco guardò le lacrime di Alfio, insignificanti come la rugiada che aveva incontrato da poco, e cercò di comunicargli il fastidio per il fumo che gli arrivava addosso. Chi era quell’idiota che tentava di darsi fuoco accendendo una miccia in bocca?
«Devi abbandonare le tentazioni della vita, come mio cugino, lui sì che ci è riuscito.»
Alfio si voltò lentamente, con la curiosità di un bambino e la speranza di un ragazzo. «E come ha fatto?»
«Si è staccato dai desideri.»
«E poi?»
«Poi è morto. Si era staccato troppo, penso.»
Alfio gli fece segno di stare zitto. Ascoltò l’aria, la fiutò a fondo quasi per saggiarne i rumori che potevano galleggiare lontani, mandò il sospiro mesto di un amante deluso e gli comunicò:
«È da molto che ci penso, ho deciso che oggi è l’ultima volta che mi fai il riporto.»
Occhietto spalancò talmente la bocca che la sigaretta gli cadde dalle labbra, con buona pace del bruco. «Io non vorrei che tu abbia detto così solo perché io…»
Alfio fermò le parole con un gesto della mano. «Da qualche parte bisogna cominciare.»
Occhietto si fregò le mani, poi si accorse che dava l’impressione di gioire eccessivamente e fece una faccia come per far intendere che comunque avrebbe fatto volentieri l’uomo da riporto ancora due o tre volte almeno, se non di più. «Vuoi dire che è l’ultima volta anche per te?»
Alfio negò con la testa. L’ultima volta no, non si può rinunciare alla preda da un giorno all’altro.
«Cambi compagno? Vuoi dire che cambi compagno?»
Alfio fece di nuovo no, non si può rinunciare a un amico per così poco. «Se proprio non saprò resistere, farò da solo, sono un corridore anch’io, no?»
Dalla bocca di Occhietto uscì il verso dell’upupa, subito soffocato. «Oh, ricordo bene la festa di San Firmino.»
Il viso di Alfio si accese. «Ecco vedi? Quella era una battaglia ad armi pari.»
Una sorta di grugnito giunse da lontano, sordo e rabbioso. Lo stelo si inclinò sotto il peso del grasso bruco e aprì l’orizzonte a destra. Occhietto cambiò fisionomia, il naso si inumidì, apparve la punta della lingua fra i canini aguzzi, le punte degli stivali si ancorarono al terreno. Ora non sentiva le parole del compagno, era tutto proteso verso la preda in arrivo. Ora non era l’ultima volta, era una volta come tutte le altre e lui non si sentiva né triste né felice, stava facendo il lavoro in cui riusciva meglio.
Alfio vedeva solo la curva della strada, non la luce del sole ormai alto, non più i venti alberi, nulla del paesaggio che era intorno. Il suo istinto si era fissato sulla preda, e la preda compariva sulla strada, con occhi di vetro e zampe di gomma, arrancando sulla salita fra sbuffi neri di olio bruciato. «Forza – mormorò – più vicina, cara». Puntò la canna sulla ruota e lasciò partire un colpo solo. L’ape car sbandò e una cassetta volò sulla strada, sparpagliando il contenuto. Un’ombra aveva coperto il sole per un istante, Occhietto si era lanciato con il passamontagna sul volto, a falcate lunghe ed eleganti, più nobile e lieve di un antico dio.
L’uomo dell’ape car sgusciò fuori e cercò di radunare le considerazioni del suo cervello, ma Occhietto gli era già addosso, con il gomito poderoso come una mazza. L’uomo prima di cadere nel torpore pensò stupidamente che sarebbe giunto tardi al mercato ortofrutticolo.
Alfio sorrise nello stesso modo di quando vedeva una lepre, colta nel suo salto più bello, piombare nell’erba senza più affiorare. Seguì con sguardo paterno il suo amico che tornava con due cassette fra le braccia e già rimpiangeva di avergli detto di voler rinunciare a lui.
«Cosa portiamo a casa di bello oggi?» ebbe il tempo di chiedergli prima che si infilassero nella boscaglia.
Occhietto gli mostrò melanzane e lattughe. Venti splendidi esemplari, tutti in un colpo solo. Meglio delle quattro anatre. Ma nemmeno Alfio ricordava se fosse una storia vera.
Il bruco li guardò andare via, poi iniziò la discesa e si preparò ad affrontare la sua vita breve.

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