C’era una cosa che Albi adorava. Non era disegnare, non era pitturare. Non era studiare, naturalmente. Era scrivere. Preferiva i temi, in cui si poteva raccontare tutto quello che si voleva, senza bisogno di dovere sempre cambiare discorso come invece si doveva fare nei pensierini fino all’anno prima. Ma ora Albi era in terza e in terza si iniziava anche a studiare, si iniziava a fare i riassunti e le moltiplicazioni. Come abbiamo già avuto occasione di dire queste attività non entusiasmavano troppo il nostro Albi che anzi rimpiangeva la seconda nonostante quella punta di orgoglio inevitabile che provava nel vedersi ormai “grande” e andare al mattino nelle aule del primo piano e non più pianterreno. Ciò che tediava di più Albi era la matematica perché le moltiplicazioni erano belle, sì, la prima volta. Poi doverle fare per tanto tempo sempre uguali era una grande scocciatura. Albi era sicuro di una cosa: nella sua vita avrebbe studiato il meno possibile matematica. Sì, la matematica era stupida e monotona. Così quel pomeriggio appena finito di pranzare Albi aveva svolto subito le moltiplicazioni con la calcolatrice (di nascosto però) in modo che non capitasse di accorgersi solo alla fine, con la prova del nove, che qualcuna era sbagliata e andava rifatta. E poi aveva iniziato a fare ciò per cui fantasticava già dal primo mattino.
A questo punto bisogna fare un piccolo passo indietro e dire cos’era accaduto a scuola quella mattina. Il maestro Binini faceva spesso dei viaggi coi suoi figli in giro per il mondo. Regolarmente al ritorno da questi viaggi portava a scuola delle diapositive o dei filmini che proiettava contro il muro e faceva delle lezioni speciali sull’argomento in questione. Quella fredda mattina di inverno, mentre scendeva dall’auto del nonno, aveva visto il maestro entrare con il vecchio proiettore e un sacco di diapositive, molte più del solito. Era seguita una lezione lunga come tutta la mattina in cui per prima cosa il maestro aveva parlato degli antichi Faraoni dell’Egitto, dei loro costumi, dei loro maestosi monumenti, quindi aveva proiettato un sacco di diapositive che illustravano la pomposa maestà delle piramidi, la misteriosa magnificenza delle stanze all’interno, collegate da tortuosi e stretti cunicoli. Tutto questo aveva incantato Albi, che alla fine della lezione era rimasto letteralmente a bocca aperta. La sua mente evasiva aveva iniziato a galoppare senza freno fantasticando di mondi lontani governati da ricchi e potenti faraoni, uomini saggi e profeti di una fede misteriosa, profonda e antica. Iniziò ad addentrarsi stringendo forte la mano rassicurante della propria fantasia lungo i cunicoli delle piramidi osservando i geroglifici per comprenderne il significato, per carpire il segreto di quei maestosi monumenti costruiti quattromila anni fa con una tecnica ancora oggi a noi sconosciuta.
E non aveva ancora smesso, anzi, ora più che mai nel silenzio della sua stanzetta illuminata dall’abat-jour sul comodino, la penna in mano, s’immedesimava nei panni di un geniale archeologo alle prese coi mille misteri di quel popolo così affascinante. Tutto ciò stava diventando un tema, anzi, qualcosa di più. Perché in un tema non si possono inventare le cose e anche i pensieri devono essere veri e legati alle cose di tutti i giorni. In un tema non si può certo parlare di personaggi inventati che scoprono cose inventate. Inoltre il maestro non aveva dato da fare nessun tema. Eppure Albi continuava a scrivere un tema per sé, un tema che non avrebbe riletto né ricopiato né consegnato ne fatto leggere a nessun altro. Un tema tutto per sé in cui un archeologo inventato trova un ingresso nascosto della piramide di Cheope, quello che conduce alla cripta interrata, e partendo da lì percorre un misterioso cunicolo verso la cima della piramide seguendo negli ideogrammi la storia intera del popolo. Tra mille insidie e trabocchetti egli arriva nella stanza degli Dei, in cui nessuno prima d’ora aveva mai messo piede, una stanza di cui neanche si sapeva l’esistenza, considerandola gli egizi custode di un segreto troppo importante da essere anche solo menzionata. Egli qui apprende la cosa più incredibile e splendida, cioè l’esatta ubicazione della porta del tempo… D’altronde era così assurdo che un popolo capace quattromila anni fa di erigere monumenti che noi non saremmo in grado di costruire nemmeno oggi potesse tuttora esistere, nascosto sottoterra e isolato dal mondo odierno se non per un unico segretissimo pertugio? Albi credette di sì, benché l’idea fosse così affascinante. Nascose pertanto il suo tema sotto una pila di Topolini e si ripromise che nessuno l’avrebbe mai letto. Così non fu, come ebbe a scoprire parecchi anni dopo Albi, ormai non più tanto piccolo. Ma come aveva fatto quel famoso regista americano a trovare il suo tema in mezzo a tutti quei Topolini?
