I conflitti moderni di chi è in pace

È molto più facile essere un eroe che un galantuomo.
Eroi si può essere ogni tanto, galantuomini sempre
Luigi Pirandello

La cosa più difficile è capire.
Quello che succede, quello che ci dicono, capire le persone. La seconda cosa più difficile è sforzarsi di capire. Ora, proprio ora, io compirò questo sforzo, senza la garanzia di giungere alla meta: il capire. Sperando, nel contempo, di non procurare eccessivi travagli ad un cervello, il mio, ben poco uso, al pari di molti altri, a tali iniziative.

Mi sforzo di capire il significato di un Mondiale di Calcio.
“In fondo è solo un gioco”, spesso si sente dire, “ventidue uomini in mutande che rincorrono una palla”.

Eppure questo gioco è diverso dagli altri, esercita un’attrattiva che nessun altro sfiora nemmeno lontanamente.
Roba da sociologi? Alla vigilia della partita Stati Uniti-Italia, un giocatore statunitense dichiarò, più o meno, che quella partita sarebbe stata una guerra. La stampa italiana ne montò quasi un caso: come? uno sport è una guerra? Un’affermazione perniciosa. A prescindere dal fatto che: probabilmente, quel giocatore non intendeva metterla su quel piano; la diplomazia non è, e non è richiesto che sia, un attributo di un calciatore; spesso gli “azzurri” vengono definiti “gladiatori”, “eroi”, “guerrieri, tutte categorie normalmente impegnate in azioni belliche”, proprio dalla stampa; dicevo, a prescindere da tutto ciò, forse le partite di calcio dei Mondiali “sono una guerra”. Non solo, e non tanto, la guerra di chi è in campo, ma di chi li sostiene e li incita. Noi. Tutti, anche chi prova o simula indifferenza. L’indifferenza del singolo è fagocitata dall’interesse della collettività.

Durante i Mondiali, le rivalità tra i popoli si acuiscono, diventano incandescenti. Soprattutto le rivalità storiche. Ricordo che, da bambino, quando sui libri di storia studiavo le guerre, rimanevo esterrefatto nell’apprendere di tanti lutti e distruzioni, spesso non capivo nemmeno il vero oggetto del contendere dei conflitti. Ingenuamente, non mi capacitavo di come nessuno avesse pensato di far scontrare solo il più forte dell’uno e dell’altro popolo, se proprio questo “oggetto del contendere” esisteva. Risparmiando vittime e tempo. Oggi, le guerre paiono fortunatamente lontane, ovviamente solo per chi vive nei paesi “ricchi”, e in tutti quelli che hanno la propria squadra di calcio ai Mondiali, ma la voglia di guerra c’è ancora, esiste ancora questo impalpabile “oggetto del contendere”. Tra chi? Per cosa? La battaglia è affidata, come nelle migliori prospettive puerili, nelle mani non già del più forte, ma degli undici più forti. Raramente ho visto nel volto degli italiani una gioia paragonabile a quella generata dalla vittoria contro la Germania e la Francia, i nemici su cui si sono riversate antipatie vecchie e nuove, luoghi comuni triti e ritriti. Forse sono guerre anche più democratiche, perché i mandanti sono più numerosi dei mandati (alle armi), diversamente dalle “guerre vere” dove è vero l’esatto opposto. Che quelle partite siano una guerra lo dimostra anche il completo affossamento del celebre e, per l’occasione, inutile motto decoubertiniano. Che l’importante sia vincere e non partecipare è una verità valida in tutti gli sport professionistici, si dirà. Certo, per chi gioca.

Ma per un popolo intero?
Quanti significati si attribuiscono ad una vittoria ai Mondiali, significati che esulano completamente dallo sport?

Politici, sociali, economici. Si dice che, grazie alla vittoria al Mondiale, il prodotto interno lordo italiano crescerà di un punto. Gli utili dei quotidiani sportivi certamente molto di più. Sono preoccupato per il PIL francese, probabilmente subirà un ingente danno: milioni di persone, il giorno successivo alla finale, saranno state incapaci di lavorare produttivamente, troppo amareggiate per la sconfitta. Quanto costa un giorno di collettiva inefficienza lavorativa? Il calcio, quello dei Campionati Nazionali, si suole dire, rappresenta la metà di quello che Giovenale, definiva “panem et circenses”; al massimo poi, un po’ di becera e ridicola rivalità di campanile.

Il calcio, quello dei Campionati del Mondo, è un fenomeno assai più complesso. Milioni di persone hanno accolto il carosello, anzi, il trionfo dei “combattenti azzurri”, così come nell’antica Roma sfilava il corteo delle truppe vittoriose, con alla testa il duce triumphator, che entrava in Roma attraverso la Porta Triumphalis, oggi arriva il pullman che, attraverso il casello autostradale, giunge al Circo Massimo, con alla testa dei nuovi guerrieri il generale/allenatore. La metamorfosi, da atleta a guerriero, forse non imposta, è sicuramente caldeggiata dal popolo in trepidante attesa della vittoria sul nemico, non sull’avversario. Poco importa se un guerriero non eccede in eleganza, cultura, eloquenza, o se, come “uomo”, non è integerrimo e virtuoso, l’importante è che sia vincente. Le sue eventuali scorrettezze (insulti, sputi, gomitate, testate, colpetti assortiti) sono deprecate perché irregolari e quindi di ostacolo alla vittoria finale. Il bottino non è una semplice statuetta di metallo, se è vera solo la metà la storia del PIL (e pare proprio che lo sia), 90 minuti sull’erba hanno prodotto più risultati di 5 anni di trincea sul fronte occidentale.

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Presidente e membro fondatore dell’Associazione culturale Tapirulan, lavora come grafico e art director a Cremona. Qualcuno lo chiama anche Fabio Toninelli, ma solo per le grandi occasioni, come battesimi, matrimoni e convocazioni in questura. Ha partecipato alla realizzazione di un paio di guide turistiche su Cremona e provincia. Il suo sogno nel cassetto è di ricevere – un giorno – una onorificenza. Una qualsiasi.

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7 commenti

  1. Si vede che questo articolo è stato scritto da uno che il mondiale quest’anno non l’ha vinto ;). Ad ogni modo mi è piaciuto molto, bravo French! Ci manca solo una foto Lippi-Dux che entrano in Roma e poi è perfetto!!!

  2. Allora: io quest’anno ho tifato Italia e la nostra vittoria mi ha inorgoglito. Però non ho cambiato idea sul calcio. Lo abolirei…

  3. Ringrazio Betty per i complimenti, l’articolo l’ho scritto il giorno dopo la finale (anche se è stato pubblicato solo ora) e può darsi che abbia risentito del mio umore di quel momento…

  4. A proposito, mi ero dimenticata…COMPLIMENTI anche per la citazione di Pirandello. Hai scelto proprio una bella frase ;).

  5. Amareggiato? Non ti credere che in Francia fosse diverso il clima! poco ci manca che Chirac si metta a piangere e zizou si butti sotto al pullman…. mi associo al commento di Betty…l’articolo è stato scritto da uno che il mondiale non l’ha vinto.. ma dall’altra parte molte cose sono vere.. non dimentichiamoci che questi uomini che rincorrono la palla oltre ad essere in mutande sono miliardari….ne vale poi così la pena di prenderserla così tanto?

  6. I soldi che prendono i giocatori di calcio… vecchia storia. Un’ingiustizia, tuonano in molti. Forse non è giusto, ma equo.

  7. È insita nella natura animale la competizione per la supremazia, per il cibo, la patata e in generale la conservazione della specie. Quindi quello che accade in occasione di una finale mondiale è semplicemente più grosso, perché più grosso è l’evento, ma perfettamente equi-naturale rispetto ad una rissa per una ragazza davanti a una discoteca. Solo, si vorrebbe che uno degli animali più intelligenti della terra (direi il terzo), l’uomo, riuscisse a superare questa fase evolutiva. Però poi mi dico che sì, potrebbe superarla, ma solo se vivesse in riflessione e contemplazione (chissà se i monaci buddhisti tibetani hanno guardato i mondiali). Perché al contrario, sottoposto a quotidiane piccole vessazioni, l’animale uomo, incapace di trovare la via della rivolta, tende a diventare irascibile, turbolento, facinoroso. Ecco allora il vero, prezioso ammortizzatore sociale: se tu non puoi prenderti una rivincita ci pensa Materazzi/Gattuso/Maradona a farlo per te, e puoi festeggiare con gran giubilo per le strade del tuo paese (come io ho fatto).

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