Le macchine che fabbricano le macchine

Guido assonnato lungo via Bxxxx per la milletrecentesima volta, prima sigaretta del giorno, finestrino abbassato, l’aria gelida in faccia, i fanali illuminano i prati, gli alberi, qualche lepre che zampetta nei campi perplessa e veloce, all’alba di questo sole che tarda a sorgere. Non farete granché strada, belle: ho sentito degli spari in lontananza, qualche chilometro fa. Cristiano Godano mi rantola nelle orecchie un’esasperata ‘Cara è la fine’ quasi che potesse svegliarmi da questo torpore mentale dovuto non tanto al sonno arretrato quanto al pensiero della giornata che mi attende.
Arrivo davanti allo stabilimento, sono le sei meno cinque, ancora buio pesto. Mai che si trovi un cazzo di… no, eccolo: un posto! Freno per capire se ci sto oppure no. La portiera si apre improvvisamente. Una negra vestita succinta a dir tanto sale, mi sorride, richiude. Dice: “Andiamo?”
E questa da dove sbuca? Non c’è niente da fare: i negri di notte sono invisibili. “Ma che ‘andiamo’ e ‘andiamo’. Fammi il piacere: scendi, va’”
Mi guarda in silenzio. Spiego: “Ma non lo vedi come sono vestito? Te forse avrai finito il turno, ma io attacco fra cinque minuti, e devo ancora parcheggiare.”
Mi promette un pompino gratis se l’accompagno sulla via Emilia.
“Interessante. E me lo faresti mentre vado o quando arriviamo?”
“Come vuoi.”
Sei meno due, fra due minuti attacco: otto ore a scoperchiare il fusto, arpionare il sacco con la morsa, ribaltarlo fuori dal fusto, vuotare il pomodoro nella vasca, buttare il sacco, impilare il fusto. Un altro bancale, un altro, un altro ancora. Impila, vuota, codice a barre, beep beep beeeep. Otto ore così, cercando di non farmi schizzare il cervello fuori dalla testa attraverso le orecchie.
“Un pompino mentre guido… mmmmhh. Sta bene.”
Ravana nella borsetta, piglia una bustina di plastica molliccia, ne estrae un preservativo.
“Non vorrai mica usare quell’affare!” esclamo.
“Certo, ovvio.”
Ovvio, già, ovvio… resta che un pompino col preservativo è un po’ come mangiarsi un cioccolatino con la carta, come fumarsi una sigaretta dal lato del filtro. Come chiavarsi Salma Hayek dopo che t’hanno appena detto che in realtà è un uomo.
“Bah, lascia perdere.” dico, e ingrano la marcia.
Arriviamo in via Emilia in pochi minuti. Doveva esserci un suo amico ad attenderla, ma non c’è nessuno.
Apre la portiera, mi accarezza una guancia: “Grazie amore, sei gentile.” Scende.
“Dov’è il tuo amico?” chiedo.
“Non… c’è.”
Sei e dodici. Diomio, mi toglieranno mezz’ora di paga.
“Dove abiti?”
“Reggio Emilia.”
Scoperchia, arpiona, ribalta, vuota, beep, beeep!
“Se lo vadano a prendere in culo. Sali.”
Mi guarda senza muoversi. “Sali, ho detto, devo pregarti?”
Sale: “Allora vuoi scopare?” dice.
“No, ti porto a casa. Come ti chiami?”

Mojique, suppongo si scriva così, ha recuperato una borsina da dietro un albero ed ora si leva i… vestiti da lavoro per mettersi su qualcos’altro. Indugia. Ora è seduta nuda al mio fianco, non si riveste. Ha certamente notato le mie numerose occhiate. “Ti piaccio?”
Rallento ma continuo a guidare. “Altroché. Sei bellissima – ribatto – posso… toccarti?”
“Se vuoi…” ride.
Levo la mano da cambio ed accarezzo la coscia soda come una scultura, liscia come il ghiaccio, calda come il peccato. Accarezzo il fianco, morbido ed invitante, accarezzo i grossi seni turgidi per il freddo. Mi s’indurisce il cazzo.
“Ti va di masturbarmi un po’?”
Esita. “Senti: a casa ti ci porto lo stesso, se ti va di farmi una sega OK, altrimenti non c’è problema, fa niente…”
Infila la mano nei pantaloni elasticizzati della mia tuta da lavoro color verde ramarro, afferra il cazzo e inizia a muoverlo un po’. La cappella s’ingrossa a vista d’occhio tra le sue dita esperte. Sono arrapatissimo. Mi guarda negli occhi, abbassa i pantaloni e inizia a spompinare.
“Ma… il preservativo?”
“A me va bene così” biascica.
Rallento, socchiudo gli occhi e faccio un respiro profondo. Anche a me va bene. Va bene così.

Mojique indossa ora un paio di jeans stretti e strappati dappertutto. La felpa sbiadita aderisce al busto e risalta i capezzoli e la curva delle tette, una sfida aperta a quell’idiota di Newton e alle sue mele del cazzo. I binari della ferrovia scorrono veloci al mio fianco.
“Gira lì.”
Svolto, passo davanti ad un bar aperto. “Senti, ti va di fare colazione assieme? Almeno ti levi quel saporaccio dalla bocca.” Ridacchio.
Ci sediamo. Il bar è pieno di camionisti. Mi scrutano ripetutamente, sono assediato dai loro sguardi. Le puttane loro se le sbattono quotidianamente ma evidentemente farci colazione è un crimine piuttosto grave.
Mojique inizia a raccontarmi la sua storia. Viene dal Burkina Faso, ha ventiquattro anni e una laurea in geologia. Sa quattro lingue, conosce Uys e sa che cos’è un Laplaciano. E’ cristiana pertanto le chiedo se non ha paura di bruciare all’inferno, un giorno. “Meglio ‘un giorno’ che ora” commenta laconica. Coll’italiano stenta un po’: è qui da solo tre settimane, dice. Mi racconta in francese come è arrivata in Italia. Sua sorella un giorno è sparita. Dopo un mese è arrivata una lettera dall’Italia con dei soldi. Sua sorella le chiedeva di raggiungerla presto. L’Italia è così bella, diceva, vieni a trovarmi. Ma alla stazione ad aspettare Mojique c’era un giovane nordafricano, invece della sorella. L’ha portata in una stanza con tanti letti pieni di ragazze, in un casermone di periferia. Poi l’ha pestata, scopata lì davanti a tutte e le ha preso i documenti. Di notte le chiudeva tutte dentro a chiave, ma lei è riuscita a scappare. Si è rivolta alla polizia: chissà perché, non risulta come turista da nessuna parte, pertanto è una clandestina. Come risposta alla sua richiesta di rispedirla in Burkina Faso i poliziotti l’hanno picchiata e scopata a turno. Poi l’hanno riportata al nordafricano, il quale… esatto, l’ha ripicchiata e riscopata. Ogni volta che vi passa per la testa di fottervi una negra per venti Euro fatelo pure, per carità, ma ricordatevi che in un mondo meno indecente sarebbe lei seduta al vostro posto, e voi per strada a battere.
Pago il conto. I camionisti continuano a guardare disgustati. Mojique s’incammina verso l’uscita. Mi avvicino, cingo la vita con un braccio, la stringo a me e la bacio su una guancia, poi apro la porta e la conduco nel piazzale. I camionisti continuano a guardare sempre più disgustati. Guardo indietro da sopra una spalla: attraverso la vetrina vedo un tizio tarchiato alzarsi dalla sedia e incamminarsi verso di noi coll’intenzione evidente di farmi a fettine. Se non altro ha colto la provocazione.
Affretto il passo sospingendo la ragazza: “Sali, muoviti.”
Metto in moto e partiamo. Il camionista si arresta sulla soglia, ci guarda mentre gli sfiliamo davanti. Rientra nel bar. Persone disgustose, i camionisti.
Sotto casa Mojique mi sorride: “Buonanotte.” Mi bacia e scende.
Inverto la marcia, sono le sette e nove minuti. Riavvolgo il nastro e mi dirigo verso la fabbrica con ‘Cara e’ la fine’ nelle orecchie a tutto volume.
Buonanotte Mojique, e addio. Adesso ho da fare, ma potrei anche amarti nella mia prossima esistenza.

“Dove cazzo eri?” dice Roberto, il figlio del capo.
“Ho fatto colazione con una troia.”
“Se ti sentisse parlare così di lei.”
“Già…”
Roberto è un idiota per due motivi. Uno: è il figlio del capo. Due: è un idiota.
“Vai subito dalla Patrizia, ti cercava poco fa.”
La Patrizia ha già messo Kharim allo svuotamento. Deambula perplessa, grattandosi il mento. Quando si gratta il mento è perchè non ha voglia di fare un cazzo. Quando non ha voglia di fare un cazzo si mette a circolare per la fabbrica seduta sul trattorino che lava il pavimento: “Con comodo, eh? – dice – che hai fatto finora?”
“Ho fatto colazione con una troia.”
“Parlare così della tua ragazza… Mio marito si sarebbe già preso un calcio in culo, dovesse rivolgersi a me così anche solo una volta.”
‘Ma che avete tutti, oggi?’ penso. “Patrizia, lei ha già divorziato due volte” dico invece.
“Alla graffatrice! E mandami indietro la spilungona” sbotta. La Patrizia è una buona caporeparto. Si fida di me, non mi controlla: a inizio turno mi dice cosa devo fare poi si scorda di me. Io le faccio trovare sempre le vasche piene, vado a parlare con Matteo se ci sono problemi con la chiamata o con Walter se s’inchioda qualcosa, presso la carta quando vedo che ce n’è troppa, se ho dieci minuti vado in cella frigo a vedere cosa c’è rimasto e a fumarmi una sigaretta oppure chiacchiero con Elisa, la tettona del vetro.
La graffatrice, sigh. La graffatrice sta alla Xxxxx come l’Inferno al Creato. Mi infilo i tappi e mi siedo per terra. Giornata in salita, oggi. Un Mortirolo, ma di otto ore. Ehm: sette, anzi, sei e mezzo ora…
Fluiscono in successione, uno dopo l’altro, i barattoli di doppio concentrato da cinque chili. Quando si fa il doppio concentrato l’addetto allo svuotamento – di solito io – si svena. Ma io sono alla graffatrice, oggi. Allo svuotamento c’è Kharim: è lui che se la picchia nel culo, stavolta. E l’odore: quella roba puzza come un morto. Un sacco su tre ha un dito di pomodoro nero. Dovresti chiamare De Chiari, il responsabile della qualità. De Chiari ti fa scaricare il fusto, ci infila il dito dentro, lo ciuccia, analizza, pensa, studia e ripensa, poi quando è convinto che non lo veda nessuno prende una paletta, toglie il pomodoro marcio e lo getta nella grata. Poi fa portare il fusto dietro e mezz’ora te lo fa ricomparire davanti facendoti credere che è un fusto diverso, come se a te possa fregare qualcosa riguardo ciò che versi nelle vasche. In sostanza è una specie di gioco delle tre carte, ma con una carta sola: una versione semplificata, per adattarsi alle facoltà intellettive di De Chiari. Per evitare tutto questo estralavoro De Chiari non lo chiami affatto e a meno che non contenga 200 chili di spremuta di cadavere il fusto lo versi tutto nella vasca. Quella merda non so a chi la vendiamo, ma so a chi lo diamo gratis: Kharim, Yussuf e tutti i negri e marocchini della fabbrica ne fottono un paio di barattoli a settimana. Se lo mangiano spalmato sul pane, dice Kharim. Ne vanno ghiotti. I negri avranno anche il cazzo più lungo, ma puoi mettergli davanti uno stronzo e un bicchiere di piscio e spacciarglieli per birra e salsiccia.
La graffatrice prende i barattoli e li tappa. Io devo scartare un pacchetto di coperchi ogni quarto d’ora e infilarlo nel buffer d’ingresso. Non posso allontanarmi dalla macchina, ma lì c’è talmente poco da fare che dopo un paio d’ore stai calcolando la traiettoria migliore per atterrare su Plutone.
Osservo la linea di produzione e mentalmente la semplifico in blocchi funzionali, poi induttivamente in macroblocchi sempre più generali. Ora nella mia testa ci sono soltanto una decina di rettangoli con delle scritte, collegati tra loro da una linea incredibilmente ingarbugliata. Chi ha messo giù questa linea di produzione, penso, doveva avere scarsa dimestichezza con Euclide e i suoi postulati. Non che sia necessariamente una manchevolezza: c’è chi dice lo stesso di Gaudì. La macchina tossisce un paio di metallici ‘clang’. Ho in mano una pila di coperchi che infilo prontamente nella macchina. Rutta un paio di volte, e riparte.
Ho davanti un triste pachiderma metallico di quaranta tonnellate che ingoia continuamente pomodoro cotto, barattoli vuoti e tappi e caca barattoli pieni di pomodoro cotto e perfettamente tappati. Un robosauro sferragliante ma immobilmente adagiato sul proprio ventre, in coma vigile, mantenuto sadicamente vivo da una flebo di corrente alternata, a 50 Hertz e 380 Volt, suppergiù. Mi fai un po’ pena, povera bestia, accasciato in quell’angolo buio e bisunto. Ma io ti porterò via di qui, te lo prometto. Scapperemo di qui, io e te, una notte. Ti condurrò da mamma e papà, moriranno di felicità nel rivederti. Clang clang CLANG!
“Ops… scusa” infilo un’altra pila di coperchi.
Poso assente lo sguardo sulla Patrizia che mi transita davanti seduta sul trattorino che lava il pavimento. Con una mano guida, coll’altra si gratta il mento. Mi sorride. M’immergo nuovamente nei miei pensieri. La macchina fa il pomodoro Xxxxx. La macchina è fatta da un’azienda di nome Gxxxx. La Gxxxx ha delle macchine molto complesse per fare le macchine che fanno il pomodoro: rispettivamente la mamma e il papà di Robosauro. Queste macchine a loro volta sono fatte da altre macchine ancora più complesse e così via. Allora esiste una catena infinita di macchine che ne fanno altre, con una logica di complessità linearmente crescente e tendente all’infinito. Come quella superstizione indù che che pretende di conoscere il senso dell’universo. “L’universo sta su – dicono – perché è appoggiato sulla ‘Grande Tartaruga Che Sorregge l’Universo’.”
D’accordo, ma su cosa si appoggia la ‘Grande Tartaruga Che Sorregge l’Universo’? “Semplice, su un’altra tartaruga più grande: la ‘Grande Grande Tartaruga Che Sorregge La Grande Tartaruga Che Sorregge l’Universo’.”
Ma una macchina di complessità infinita avrebbe bisogno di infinito spazio per operare, e soprattutto di infinito tempo per terminare il suo compito. Ciò entra in contraddizione col fatto che io sono qui a mettere i tappi nel buffer. Ci dev’essere un errore.
Deve esistere per forza un numero finito di macchine che costruiscono altre macchine fino ad arrivare ad una Macchina Ultima dalla complessità molto grande ma non infinita. Il fine di questa macchina sarebbe quello di costruire una macchina più semplice che ne costruisce una più semplice e così via, fino ad arrivare alla macchina che costruisce la macchina per fare il pomodoro. Ma per esistere, la Macchina Ultima, dovrebbe essere stata costruita da un’altra Macchina Ultima di pari complessità, dal momento che abbiamo testé postulato l’inesistenza di una macchina più complessa. Ma è impossibile che una macchina possa ‘costruire’ una macchina di pari complessità; semmai è possibile che una macchina ‘crei’ una macchina di pari complessità tramite mitosi. Che si riproduca, insomma.
Tuttavia, se si considera che nelle culture moderne, quantomeno quelle occidentali, si tende ad associare al concetto di riproduzione quello di vita, nel senso specifico si tende a considerare ‘vivo’ tutto ciò che dimostra una qualche volontà di riprodursi, ed essendo le macchine inermi per ipotesi, si giunge ad una seconda contraddizione.
Dal momento che le macchine non possono essere generate da una quantità finita né da una quantità infinita di macchine-ancestori, mi sento pertanto di concludere che le macchine non esistono, e dal momento che Robosauro qui davanti indubbiamente esiste, sarà qualcos’altro, ma non una macchina.
Clang, clang, clangclangclang! Povero Robosauro, senti come respiri male. Mi fa pena vederti così. Dio, dio, povero Robosauro. Di qui non possiamo scappare, ma io so come aiutarti. Sarà difficile ma devo farlo. Sarà un attimo: non soffrirai nemmeno un po’. Ti addormenterai sereno, per sempre. Non c’è nessuno… devo agire… ora!

Riprendo conoscenza.
“…pazzo? Si può sapere che ti è preso, Cristo santo!”
Mani sui fianchi la Patrizia sta strillando per la prima volta da quando la conosco, a dieci centrimetri dalla mia faccia inespressiva. Sirene d’allarme rimbombano dappertutto. Mi guardo in mano: stringo un cavo elettrico industriale. Lo allungo a Walter, che lo afferra scocciato.
“Il respiro… affannoso… faceva così rumore…” farfuglio.
“Fa… faceva r… r… rumore perché n… no… non hai messo i ta… i ta… i tappi, i-i-idiota!” Dimenticavo: Walter balbetta.
La Patrizia mi prende in disparte: “Alberto, da quando sei qui non ho mai avuto problemi con te. Ti senti bene? Se c’è qualcosa che non va basta che me lo dici, non voglio sapere nient’altro e ti lascio andare a casa anche subito.”
“Tutto a posto, Patrizia, mi scusi. Ora sto bene.”
“OK, le quattro ore sono finite, vai su dall’impallettatrice e mandami qui la ragazza cogli occhiali. E cerca di non farmi altri danni per oggi.”
La ragazza dell’impallettatrice ha un visino minuto, da topo, con degli occhialoni neri spessi come una ringhiera, e tutt’attorno un’enorme massa di capelli indomabili che escono dall’elastico, dalla cuffietta e da qualunque cosa in cui si cerchi di rinchiuderli. Va e viene con una Vespa scassata, perennemente avvolta in una Kefiah sdrucita, parla poco e quando lo fa dice cose strambe. Nella fabbrica è considerata ‘quella strana’. Mi spiega pazientemente che devo fare.
“Non sono affari miei, ma sarei curiosa di sapere che è successo laggiù. La Patrizia mi pareva piuttosto incazzata” dice infine.
“Ho pensato che la macchina fosse viva e stesse soffrendo, allora ho staccato la spina.”
Annuisce: “L’ho pensato anch’io, a volte, sai? Dico… che la graffatrice fosse viva.”
“Senti… sei l’unica qui dentro di cui non so neanche il nome… io mi chiamo Alberto.”
Afferra la mia mano tesa, la stringe debolmente. “Sara” dice, e sorride.

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Alberto Calorosi
Alberto Calorosi

Alberto Calorosi è nato a Genova nel 1972, vive e lavora a Parma. Nel 2007 qualche suo racconto è apparso sulla rivista La Luna di Traverso, sul quotidiano di Parma L’informazione e su un paio di antologie di racconti. È redattore di Tapirulan. Considera Fabrizio De André il più grande artista di tutti i tempi e si rammarica di non avere avuto l’opportunità di conoscerlo, anche solo per chiedergli cosa accidenti significa all’ombra dell’ultimo sole. Un giorno o l’altro imparerà a pattinare.

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