Urlai con tutta la forza che avevo in corpo, ma dalla mia bocca non uscì neppure un suono. Mi ero dimenticato di dov’ero, in quale tremendo incubo ero sprofondato. A volte la mente gioca strani scherzi, rimuove da sola i brutti ricordi per convincere il nostro organismo ad andare avanti, a lottare per sopravvivere, quando anche vivere sembra essere diventata solo un’utopia. Mi trovavo prigioniero dei Selenidi, od almeno così li avevamo ribattezzati noi terrestri dopo l’invasione, in sospensione all’interno di una capsula contenente liquido necessario per il sostentamento del corpo, ma senza possibilità di fuggire. Gli alieni avevano invaso la terra pochi mesi fa, forse cinque o sei non ricordo, in un giorno qualunque e, senza cercare nessun tipo di dialogo cominciarono a sterminarci. Avevano cominciato a distruggere i centri di comunicazione, poi le basi militari ed infine erano atterrati da conquistatori. Le loro astronavi, non avevano fatto nessuna fatica per distruggere le misere difese umane, considerando anche il fatto che l’invasione era stata scoperta troppo tardi. I vascelli Selenidi, infatti, erano invisibili ai nostri radar di difesa interstellare ed una volta entrati nell’atmosfera non c’era stato scampo per gli uomini. Naturalmente non avremmo avuto scampo in nessun caso, i nostri aerei di difesa non avrebbero certo potuto competere con le loro astronavi dotate di tecnologia in grado di superare la velocità della luce e con armi talmente terrificanti che il solo pensarci mi fa venire i brividi. Ora la razza umana superstite, vale a dire quella che non era stata eliminata direttamente nel primo tremendo attacco portato con missili al plasma, viveva, anzi esisteva, rintanata nelle fogne, nei cunicoli, ammassata, triste e sconfitta. Quelli che venivano trovati in giro per le strade non venivano più disintegrati all’istante come all’inizio, ora ci trovavamo in quella che io e gli ultimi umani della resistenza avevamo chiamato fase due, ossia la colonizzazione della terra. Gli alieni, come gli uomini in altri tempi, ora cercavano manodopera e cavie per le loro esigenze pratiche ed i crudeli esperimenti, la storia si ripeteva sempre. Ero stato catturato durante la mia ultima missione di ricognizione, avevamo studiato un piano insieme agli altri che prevedeva la distruzione della base madre che i Selenidi avevano installato sulla terra. Erano così sicuri di aver assoggettato completamente la razza umana che non avevano nemmeno previsto la presenza di difese intorno al loro comando generale. Non ritenevano nemmeno pensabile che esistesse ancora qualche pazzo con un’idea così folle, ma si sa, la disperazione da il coraggio e noi eravamo davvero disperati. Sarebbe bastata una bella bomba, anche rudimentale, per distruggere quel covo d’assassini e forse, a quel punto, gli uomini si sarebbero resi conto che gli alieni non erano invincibili. Si sarebbero resi conto che, insieme, avremmo potuto vincere e scacciarli dal nostro pianeta, avremmo potuto vivere di nuovo liberamente invece di accontentarci di questa situazione di schiavitù che umiliava più della morte stessa. Ero soddisfatto del mio giro d’ispezione, la situazione intorno alla base degli alieni era tranquilla, poche guardie, scarsa sorveglianza, era la nostra grande occasione. Stavo tornando al covo per sistemare gli ultimi dettagli del piano, tutto avrebbe dovuto funzionare alla perfezione perché, di sicuro, non avremmo avuto una seconda possibilità. Eravamo pochi ma determinati, certo sapevamo che, con molta probabilità, non saremmo usciti vivi da lì dentro, ma non ci pensavamo o forse, cercavamo di non pensarci troppo. Del resto ognuno di noi aveva la sua cicatrice scolpita sul cuore che non lo faceva dormire la notte, c’era chi aveva perso un figlio, chi la moglie, chi l’intera famiglia. Amici, colleghi, conoscenti, tutti avevano un motivo per odiare gli invasori, eravamo soli e perciò pronti a tutto. Stavo pensando a questo quando girai l’angolo con eccessiva sufficienza, l’adrenalina in corpo mi aveva reso incauto. Fu questione di un attimo, non ebbi nemmeno il tempo di scappare o d’impugnare la pistola che avevo in tasca, un raggio stordente, che ormai conoscevo bene, m’investi violento e mi ritrovai per terra, riverso a faccia in giù. Il brutto di queste armi era che immobilizzavano la preda colpendo i centri nervosi del cervello, ma la mente restava lucida, un’altra maledetta cattiveria dei Selenidi. Non s’accontentavano di stordire la preda, la volevano presente, vigile, in modo tale da potersi gustare il panico dipinto negli occhi della vittima. Avevo già subito la sensazione dolorosa di quel raggio, la non percezione del corpo era tremenda, specialmente se unita ad un intenso formicolio alla base del cranio ed alla consapevolezza che, con molta probabilità, sarebbe stata la fine. La prima volta mi salvai perché i Selenidi in ricognizione non fecero in tempo a portarci via tutti quanti, i loro mezzi d’evacuazione terrestre avevano capienza limitata, perciò caricarono più uomini possibili poi andarono via, tanto quelli restati sul suolo non avrebbero potuto fuggire da nessuna parte, ci sarebbe stato un altro rastrellamento, il destino degli uomini era segnato. Ci avrebbero catturato la prossima volta, solo la nostra agonia, l’ansia e la paura, sarebbero aumentate. I prigionieri poi erano quelli che se la passavano peggio, molto meglio morire subito oppure in battaglia, magari in una sciocca ed impossibile azione di guerriglia come avevo deciso io. Chi era catturato, infatti, era utilizzato come cavia d’esperimento, oppure era smembrato ed utilizzato, in parte, come pezzo di ricambio. I Selenidi erano organismi bio-tecnologici, un esoscheletro con supporti organici, l’efficienza del robot unità con la genialità dell’uomo, il sogno della perfezione che si realizzava. Ora mi trovavo qui, inerme, in una capsula di stasi, respirando liquido rigenerante come un bambino nell’attesa di nascere, ma non era questa la vita che desideravo. Un rumore attirò la mia attenzione. Mi girai a destra e vidi che il prigioniero accanto a me veniva portato via. Si apriva, chiamiamola così, la capsula di stasi amniotica, il liquido scolava per terra e l’uomo veniva estratto da due guardie Selenidi che lo prendevano con forza e gettavano per terra. Seguivano alcuni momenti terribili in cui l’umano, chiunque esso fosse, lottava con i propri polmoni per respirare, cercando d’espellere il liquido che era penetrato nei bronchioli fino a raggiungere il più remoto degli alveoli. Una volta che l’uomo si era di nuovo abituato a respirare normalmente, ancora debole e scosso, veniva portato a forza di braccia in un’altra stanza e da lì in avanti posso solo immaginare cosa sarebbe successo. Nessuno dei prigionieri tornava nella capsula una volta che n’era stato fatto uscire. Tra poco sarebbero venuti a prendere anche me, si sarebbe trattato di qualche ora, o di giorni, tanto il tempo qui non contava più. Non m’importava, non avevo paura od almeno, non n’avevo più. Sarei uscito da quella gabbia e sarei volato via, libero come un uccello. Ora che ci penso, mi ricordo una canzone di tanti anni fa che s’intitolava proprio “Free as a bird”, era bellissima, una di quelle musiche che ti entra nel cuore e non ne esce più perché è con l’anima che è cantata. Maledetti Selenidi, anche la musica vi siete presi, ma non vi permetterò di prendervi i miei ricordi, piuttosto…mi guardai intorno, non potevo fare nulla solo, in fondo perché non tentare, era un’idea disperata, ma in una situazione assurda, andava bene qualunque cosa pur di non pensare. Avevo bisogno di un piano, anche misero, ma ne avevo bisogno, per lottare e, soprattutto, per non impazzire. Come fare per uscire da qui, l’unico momento di relativa libertà sarebbe stato all’apertura della vasca. Certo, ma certo, avrei sfruttato proprio quel momento. Quando sarebbero venuti a prendermi, dopo aver aperto la capsula, io, probabilmente avrei tossito forte per cercare di respirare l’aria ora che i miei polmoni non erano più immersi nel liquido. In quel momento i Selenidi abbassavano la guardia, convinti che nessun umano che stesse per soffocare potesse abbozzare una reazione qualsiasi ed avevano ragione, ma io ora, avevo un piano. Quando sarebbero venuti da me, avrei solo fatto finta di respirare l’aria esterna, avrei trattenuto il liquido nei polmoni e poi, avrei assalito i due alieni, cogliendoli alla sprovvista. Dovevo essere veloce certo, ma lo sarei stato, ne sono sicuro. Una volta messi fuori combattimento, allora si che avrei potuto tossire e magari anche soffocare, ma solo dopo. Volevo morire da uomo libero, ma se per assurdo il piano avesse funzionato, avrei potuto vivere da uomo libero, che è sicuramente meglio. Avrei liberato gli altri umani rinchiusi come me e forse, insieme, avremmo formato una nuova resistenza, più forte, più grande, fatta da uomini e per gli uomini. Si, potevamo farcela. M’investi un senso di beatitudine che non provavo da molto tempo e scivolai in un dolce torpore decisamente anomalo per la situazione, non m’accorsi nemmeno dei due Selenidi che s’avvicinavano alla mia capsula di stasi. Premettero il bottone che fece defluire rapidamente il liquido ed io, sciocco ed impreparato, mi ritrovai senza fiato, a tossire, in lotta contro i miei polmoni come tutti gli altri prima di me.
Invasione
20 Dicembre 2006 – Autore: Andrea Laprovitera
Andrea (Andy) Laprovitera nasce il 10/09/1971 ad Orvieto (Tr). Cosa abbia fatto in questo tempo nessuno lo sa, forse nemmeno lui. Ora lavora in ospedale facendo radiografie e T.C. varie, cercando di non pensare mai alle persone come cose. Lettore indefesso (forse anche un po' fesso), coltiva da sempre il sogno della scrittura e colleziona partecipazioni a piccoli concorsi e qualche pubblicazione in quotidiani e settimanali locali ed in antologie cartacee di vari editori. Il suo amore più grande (a parte la fidanzata che lo segue e lo compatisce tra fiere del fumetto e concorsi vari) rimangono i comics. Ovviamente, non sapendo disegnare (e qualcuno dice pure che non sa scrivere, ma questo è bene non dirglielo perché è un po' permaloso) si dedica alla sceneggiatura creando storie e personaggi a volte comici, altre volte drammatici, passando dal romantico all'horror, toccando il realistico e la fantascienza.
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