Non c’è peggior sordo…

Il vecchio John è sordo come una campana, lo è sempre stato, almeno da quando io sono il suo vicino di casa e sono passati un bel po’ di anni. Quando non si mette l’apparecchio acustico è un disastro; non sente la sveglia, il televisore rimane acceso giornate intere con il volume al massimo e il postino suona sempre sei, sette, otto volte, senza fortuna.  Proprio com’è successo stamattina. Ma io, che sono un buon vicino di casa, ho ritirato la sua posta  Eho firmato la ricevuta di quel grosso pacco, anche se avevo dimenticato gli occhiali.

Il pacco arrivava da una ditta di coltelli dell’Arizona o del Texas, senza occhiali, non sono riuscito a leggere bene. Era un bel po’ pesante e mi sono chiesto cosa  diavolo potesse farci  un vecchio ottantenne sordo di tanti coltelli. Ho decido di andarglielo a chiedere e mi sono portato il pacco a presso, giusto per fare quattro chiacchiere con lui, dopo averlo obbligato ad indossare il cornetto acustico.

Il cancello del vialetto era spalancato, come l’aveva lasciato il postino. Ho portato il pacco fin davanti alla porta di casa e ho scampanellato forte, ma neanche per me c’è stata risposta.  Ho bussato e chiamato John ad alta voce e anche il suo cane, Mango, ma niente. Allora ho lasciato il pacco davanti alla porta e sono andato sul retro, dove John coltiva un piccolo orto e ha tanti alberi da frutto, ma qui solo pomodori  che risplendevano nel sole pieno del primo pomeriggio e  qualche macchia viola di melanzana fra le foglie verdi, ma del vecchio John nessuna traccia. Il sole era davvero forte e ho messo una mano davanti agli occhi, per non esserne abbagliato, maledicendo la mia scarsa memoria che mi aveva fatto dimenticare pure gli occhiali da sole. La vecchiaia è davvero una gran brutta compagnia. La porta sul retro era aperta. Ho gridato forte, di nuovo, per non cogliere di sorpresa John e spaventarlo,  ma inutilmente.

Ho attraversato  la veranda, il salotto e mi sono ritrovato  in sala da pranzo. Tutto era pulito e ordinato, come al solito. Forse il vecchio John stava solo schiacciando un pisolino. Pensai di tornare più tardi, ma proprio in quell’istante, Mango, il vecchio basset-hound del vecchio John, schizzò fuori dalla cucina, come impazzito.  Feci un salto dallo spavento. Era imbrattato di sangue, ansimava  e aveva gli occhi fuori dalle orbite. Doveva essere veramente terrorizzato per correre così veloce, lui che di solito si trascinava stancamente con la lingua e le lunghe orecchie a penzoloni, floscio come una catena di salsicce. Mi avviai verso la cucina, percorrendo il corridoio che era sporco delle zampate rosse di Mango. Il cuore  dalla gola doveva essermi passato nelle orecchie, tanto batteva. Spalancai la porta, pronto a battermi con chiunque, ma la scena che mi ritrovai davanti fu davvero inaspettata. La cucina era sottosopra, c’erano sangue e vetri rotti dappertutto, sul tavolo e sul pavimento.  C’erano macchie rosse ovunque. Il vecchio John era di spalle, volto verso il lavandino  colmo di piatti e pentole sporche. Imprecava ad alta voce contro Mango, lo chiamami ma neanche allora rispose. Aveva le mani completamente coperte di sangue. Pensai ai coltelli nel pacco e fui terrorizzato. Ero stato amico di un serial killer per anni, senza rendermene conto. Forse le donne che John aveva fatto a pezzi, perché di certo doveva aver fatto a pezzi qualche donna, erano sepolte nell’orto e ora facevano bella mostra di sé nei pomodori e nelle melanzane. Rimasi immobile, annichilito, pietrificato dalla paura.

Il vecchio John ruotò il rubinetto imbrattandolo di rosso e infilò un dito sanguinante sotto l’acqua e della ferita non rimase più alcuna traccia. Al posto del rosso sangue riemersero i guanti gialli di gomma, per lavare i piatti. John si girò di scatto: io gridai e lui gridò dallo spavento. Gridammo. Gridai cosa diavolo stesse facendo e lui gridò che stava facendo la passata di pomodoro e quell’imbecille del suo vecchio cane aveva appena giocato a bowling con le sue bottiglie di conserva, riducendo la cucina in quello stato. Continuammo a gridare, perché il vecchio John era senza apparecchio acustico e si sa, lui è sordo come una campana, ma io, senza occhiali, sono cieco come una talpa. Accidenti, vecchio mio, la vecchiaia è davvero una gran brutta compagnia.

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Anna Martinenghi
Anna Martinenghi

Anna Martinenghi, Classe 1972, 162 cm – 50 kg.
È una “scrittrice non famosa”, asimmetrica e differita.
Non essendo famosa scrive ciò che le pare e le piace (non sempre bene). È specialista di incipit – biglietti d’auguri e telegrammi di condoglianze. È onnivora di parole e ne rumina parecchie, almeno due pacchetti al giorno. Nel 2009 il destino ha scritto per lei la sua prima raccolta di poesie “DIDASCALIE” e l’ha fatto pubblicare a "edizioni Cinquemarzo" di Viareggio.
Può smettere quando vuole.

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