Ho sempre avuto problemi con la destra e la sinistra e non solo da bambino. Anche ora, molto più che adulto, mi ritrovo a dover riflettere quel secondo in più, per distinguere un lato dall’altro. Non mi viene istintivo, non c’e niente in me – nessuna funzione innata – capace di farmi orientare con naturalezza nello spazio, specie se si tratta di spazi molto grandi. Niente di ossessivo o di patologico; si tratta solo di una sensazione di disagio, della necessità impellente di trovare subito un riparo, un riferimento, una toilette per scaricare l’incertezza.

Più conosco la vita e più mi rendo conto che le persone si dividono in due categorie: i tolemaici e i copernicani.  E’ sempre una questione di certezze e di punti fermi. C’è chi ha bisogno di essere costantemente al centro del suo universo, con uno stuolo di satelliti al seguito e chi più modestamente si accontenta di girare intorno alle poche certezze che riconosce come tali. Io sono decisamente copernicano. Ho bisogno delle mie stelle fisse: la sveglia puntata la sera, i quadri dritti sul muro, i nodi ben fatti delle cravatte (altrui, se possibile). Disegno traiettorie brevi e incerte e il mio asse è piuttosto inclinato a causa del mio costante equilibrio precario. Sono una pallina lanciata a tutta velocità nel flipper dell’universo che vorrebbe scendere un attimo e sedersi su una panchina a tirare il fiato.  Su quella panchina a fianco del parcheggio dove lascio l’automobile ogni giorno, prima di iniziare il lavoro.

C’è un signore su quella panchina, quasi ogni giorno, nemmeno troppo anziano. Vederlo mi dà una piccola certezza. Sta immobile, pensoso, con lo sguardo fisso, quasi beato. Una specie di Buddha urbano che m’infonde tranquillità quando lo incontro. Dovrei dire “incontravo”. Perché da qualche giorno non è più seduto sulla panchina a fianco del parcheggio. Il non vederlo mi rende irrequieto, agita la sabbia che c’è sul fondo dei miei pensieri, acuendo la sensazione d’incertezza, la necessità di trovare un riparo. 

Forse ha solo cambiato orari, si alza prima o dopo. Potrebbe essere ammalato o aver avuto un incidente, o è forse è stato rapito. Ecco, il flipper ricomincia e  pure io ricomincio a ondeggiare senza controllo, sbattendo contro pensieri che si accendono e mi danno diritto a un bonus di 1000 punti di stupidità.  Ho perso una delle mie stelle, ingoiata da un misterioso buco nero.

Finché questa mattina lo vedo di nuovo, ma non alla solita panchina. No. Lo vedo al bar mentre prende il caffè.  E non posso non chiederglielo. Non posso permettere che una delle mie stelle scompaia senza motivo.

Ordino un cappuccino e mi siedo al tavolo accanto al suo. Accenno un saluto  e poi azzardo timidamente “Si ricorda di me? C’incontravamo sempre vicino al parcheggio la mattina presto, ma poi non l’ho più vista sulla panchina”.

Lui mi guarda di traverso  e un po’ scocciato risponde: “Non ci vado più sulla panchina, perché da un po’ la ragazza che sta al secondo piano non si spoglia più davanti alla finestra, credo sia andata a vivere con il suo ragazzo. E io che cazzo ci sto a fare sotto il sole?”.

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