

La solita partita a scopa della domenica pomeriggio: un orecchio alla radiolina per le partite, un occhio alla schedina sul tavolo. E quattro al gioco: i montanari sono gente semplice e onesta, ma se capita l’occasione, la mossa furba la fanno. Tanto, più nessuno va al bar con la roncola. Prima sì, ma erano altri tempi, tempi che tra un bicchiere e l’altro si giocava alla mura; tempi che certa gente s’era dovuta ritirare dalle competizioni: un falegname con tre dita riesce ancora a lavorare; giocare a mura, no.
Quel giorno il Tone pitùr faceva coppia fissa con il Piero soèr; l’Angelì del’ortaia era invece il socio di Pippo cavrér. Di solito lui faceva coppia con l’Aldo masadùr, che però in quel momento era a letto con la badante della mamma, che aveva il pomeriggio di libertà.
Le partite di calcio erano finite da un pezzo, insieme ai loro sogni di vincite milionarie. Che poi, mica sapevano cosa farci con tutti quei soldi. Una domenica che pioveva che Dio la mandava, al Tone gli era venuta la malinconia; per mandarla via, Pippo gli aveva chiesto:
«Te cosa fai se vinci mettiamo due miliardi al Totocalcio?» Loro, di euro, nemmeno volevano sentir parlare.
«Pota, la casa ce l’ho già; la macchina, ce n’abbiamo due; a cena fuori c’andiamo quando ci pare e piace; le ferie, non c’abbiamo l’abitudine in famiglia; l’orologio d’oro me l’hanno regalato per i cinquant’anni…»
Era rimasto lì un po’ a pensarci su, poi gli era venuto il mal di testa. Non era nato per fare il milionario, e neanche gli altri tre. Ecco perché non vincevano mai.
A un certo punto l’Achille, il padrone del bar osteria Maià e bif, tirò lì un sacramentone che anche quelli della Tivù fecero gli occhi così.
«Porcapelanda, ecco perché entra più nessuno… ha messo giù un metro di neve!»
I quattro, imperterriti, finirono la partita, poi andarono a controllare. Aperta la porta, si trovarono davanti una muraglia bianca e gelida: il vento aveva schiaffato lì un paio di metri di neve, non c’era verso di uscire.
«Pota, tocca che ci dai la cena!» rise il Tone.
La Margherita, moglie dell’Achille, ci mise niente a scaldargli il minestrone e un pollastrello nostrano con le patatine arrosto. Il Maià e bif era già un buco di suo; con quella siberia c’erano solo loro quattro insieme ai proprietari e alla figlia, la Luisona: mica tanto sveglia, ma faceva il caffè che venivano anche dai paesi vicini a berlo. Sarà che c’aveva due tette che quando ci buttavi dentro l’occhio, prima di tirarlo fuori avevi bevuto tanto di quel caffè che potevi vincere i campionati mondiali di nervoso.
Alle nove di sera aveva messo giù un altro metro e mezzo di neve, non si usciva neanche dalle finestre. Dopo la scopa erano passati alla briscola; l’Achille c’aveva dato dentro col camino, loro con qualche calicino di rosso della casa.
Il bar sembrava proprio un rifugio di montagna: aveva ancora i tavoli e le sedie di una volta, tarli compresi, che si erano ambientati così bene da mettere su uno spaccio di segatura: la smerciavano all’oste in cambio dell’ospitalità. Brave bestiole, non davano tanto fastidio, appena un po’ quando facevano le riunioni di condominio. Volevano che l’Achille gli serviva da bere, ma reclamavano sempre: a loro il vino piaceva solo se sapeva di tappo.
Fortuna c’erano appena quattro tavoli piccoli e uno grande, per quando venivano le nonne a giocare a tombola, che consumavano spuma e mangiavano il favoloso ciambellone fatto in casa dalla Margherita. Il segreto stava nella lavorazione tutta a mano: impastava la Luisona, due mani e due braccia che sembravano delle presse.
Tre giorni che giocavano a carte; la neve era a più di quattro metri. La tivù aveva detto: «Ancora isolato il paese di Prato Chierico, in particolare la località Boàl.»
Proprio quella dove si trovava il Maià e Bif.
L’elicottero non poteva volare e i muli erano tutti in pensione. La Protezione Civile stava cercando di organizzare i soccorsi, ma gli abitanti della zona gli avevano mandato a dire di prendersela comoda: avevano buon rifornimento di viveri e di liquidi, e stare un po’ in casa al calduccio mica gli faceva schifo.
A quelli del bar non gli mancava proprio niente, avevano solo il problema della carta igienica, dopo tre giorni di minestrone e vino rosso: il Maià e Bif non era attrezzato per queste emergenze. Meno male che c’erano in giro un bel po’ di Gazzette vecchie.
Stanchi della scopa, della briscola e del tresette, erano passati alla briscola chiamata: siccome si gioca in cinque, presero dentro anche l’Achille.
Saranno state le nove della sera, che bussarono alla porta. Chi vuoi che bussi, con la neve che c’è?, pensarono tutti e tirarono diritto la partita. Bussarono di nuovo.
«Luisona, vai a vedere chi che c’è» grugnì l’Achille.
Lei smadonnò, che stava leggendo la Cronaca Vera, ma strisciò le ciabatte fino alla porta. La sua vocina da autista di caterpillar disse:
«C’è qui un pupazzo di neve che vuole entrare.»
«Luisona, raccontagliela a tua sorella.»
«Ma io ce l’ho mica una sorella!»
«Appunto!» scoppiò il papà.
E giù a ridere, con gli altri che facevano il coro.
Dalla porta entrò una folata di vento ghiacciato che corse a scaldarsi le mani al fuoco.
«Sera fò la porta!» urlò il papà.
«Lo faccio entrare o mica, il pupazzo?»
L’Achille si girò di scatto per dirgliene quattro ma cadde dalla sedia.
«Po-pota, gua-guardate là!» balbettò.
Sulla porta stava un pupazzo di neve, con sciarpa e cuffia di lana; sbarbellava dal freddo.
«Fate entrare, per Allah! Io non uomo di neve, io spaventapasseri di Etiopia. Niente lavoro. Stronzi uccelli poco mangia, non vola, non scappa, non spaventa. Muore tutti di fame e lascia me disoccupato. Trovato questo lavoro, ma non bello. Durare poco e mangiare carote e freddo. Qui caldo, profumo minestrone e bella tettona.
«Alà, porsèl!» gli gridò l’Achille «Vieni dentro, dai, che ti scaldi e con un goccio di rosso buono prendi un po’ di colore.»
Gli mise una sedia sotto il culo; la Margherita gli servì il minestrone con dentro una bella crosta di parmigiano. Il rosso no, perché era musulmano. Loro invece erano tutti cristiani, che il Signore benedicesse le loro mamme.
«E dove l’è la Tiopia?» domandò Pippo.
«Et-tiopia!» singultò l’immigrato, già mezzo sconfitto dall’ubriachezza passiva.
«Quella roba lì, insomma. Fa niente: ti prometto che quando ti scade il contratto ti assumo come spaventapasseri nella mia campagna. Vitto e alloggio gratis e ti metto su anche le marchette.»
Sul punto di alzarsi in piedi per applaudirlo, decisero che non era necessario tutto quello spreco di energie: fecero un caloroso brindisi da seduti. Poi la Luisona portò l’ultimo giro del suo caffè prima di andarsene a nanna in compagnia della Margherita.
I maschi rimasero incollati alle loro sedie: tirarono le due a cantare e raccontarsi storielle. Quelle del forestiero erano così piene di sole e di deserto che agli uomini gli si seccava la gola. Fortuna che non mancava il liquido per tenerla umida. Sarà stato per quello che dormirono tutta notte come sacchi di legna stagionata.
La mattina, l’omarino bianco c’era più: vicino al camino, una pozza di acqua, e basta. I cinque ci rimasero male: va bene andar via senza salutare, ma la pipì almeno falla al gabinetto. Peccato: era anche simpatico, a parte che per il vino.
«Ma tutte le religioni c’hanno i loro precetti» sentenziò la Margherita. «La nostra lascia bere il vino perché è come se fosse il sangue di Nostro Signore: tonifica e salvifica.»
Gli uomini semplici di fronte al sacro non sanno che ammutolire. Uscirono a spalare la neve.
