Quest’anno sono andato al mare a Rimini con un gruppo di anziani, io ne imboccavo due, Sincero e Rina.
Tutti i giorni, uno di fronte all’altro, stesso tavolo in riva al mare, due piatti di minestra fumante di anolini in brodo.
Fino a quando quei due erano all’ospizio in città quei due avevano sempre gustato i cibi, facendo i complimenti, dicendo che tutto era buono, che tutto era perfetto, che ne volevano ancora e noi volontari eravamo soddisfatti, gli regalavamo più volentieri i nostri sorrisi, ci mettevamo sempre grande impegno per fare nuovi piatti.
Poi da quel giorno in vacanza, in riva al mare qualcosa sembrava essere cambiato.
Ad ogni fetta di prosciutto, scaglia di parmigiano, tortino di spinaci, pezzo di crostata che arrivava, quei due muovevano con moto ondulatorio la testa e inarcavano il naso.
Assaggiavano appena quel cibo squisito e facevano una faccia schifata, poi tornavano ad inarcare il naso verso il mare, tendevano le orecchie per sentire lo schiantarsi delle onde sulla battigia.
Noi volontari li guardavamo senza parole.
Quei due vecchi dicevano che sentivano il profumo del mare, che quello era bello,
dicevano che quello era buono, masticavano addirittura dopo aver odorato il mare, come se quell’odore di mare fosse un cibo che li potesse nutrire, un cibo che potesse rendere felici.
Altro che anolini in brodo, altro che stracotto, quei due mangiavano mare.
Rina e Sincero avevano davanti a loro cibi squisiti, ma non facevano complimenti, non li annusavano, annusavano l’aria, si guardavano negli occhi quei due e dicevano che nell’aria c’era un buon profumo. Masticavano senza cibo in bocca.
Alcuni di noi, ridevano e non capivano, altri se ne stavano cupi e guardavano il mare e poi le bocche in movimento di quei due vecchi.
Rina e Sincero volevano ascoltare “Azzurro”.
Ricordo che io e i miei amici volontari vagavamo per la spiaggia ad annusare il mare con il naso all’insù, ma quasi tutti noi alla fine concludevamo che non era un buon profumo, qualcuno diceva che era meglio dare da mangiare dei pesci a quei due, che forse era quello che volevano.
Sincero dagli occhi celesti e inquieti, dal gesto nervoso e le mani grosse da contadino, a volte sbatteva le mani con rabbia sul tavolo, bestemmiava pure.
Rina dagli occhi nocciola spaventati e dolci, muoveva con delicatezza le mani, quasi suonasse un’arpa.
Nessuno dei due parlava piu’, solo con gli occhi parlavano. Guardavano il mare in silenzio. Sembravano ormai due morti dagli occhi aperti e dalla bocca aperta, noi dovevamo riportare verso le cucine in fondo alla spiaggia quei cibi squisiti che per la prima volta erano stati ignorati.
Mio Dio i piatti della cucina parmigiana che erano stati ignorati, derisi, vilipesi per un osceno odore di mare, ma che pazzia stava succedendo?
Noi facevamo a gara per preparare loro piatti prelibati, dai tortelli di zucca, alla bomba di riso, passando per il vitello tonnato e lo stracotto, fino alle torte sbrisolone e il castagnaccio, ma quei due continuavano ad annusare l’odore del mare.
Non toccavano cibo.
Che tutti ci guardavamo in faccia e in realtà era un odore non tanto buono, non certo più buono di quello dello stracotto o degli anolini.
Ci provammo a cucinare branzini e tonni, e sogliole e pure aragostelle ma né Rina né Sincero assaggiavano quei piatti da gran Ristorante.
Quel cibo marciva sulla tavola.
Che quei due avessero perso oltre che le forze e la bellezza, anche il lume della ragione? Il senso dei profumi e del gusto dov’era?, quello che fa star bene tutti perché non faceva star bene i due vecchi rottami Rina e Sincero?
Un giorno che venne la banda a suonare “Romagna mia”, quei due erano particolarmente allegri, noi non ci facevamo più vedere, li spiavamo da poca distanza coricati sulle sdraio.
Dopo ore di movimenti ondulatori della testa verso il mare e di lunghe aspirazioni con il naso, accadde qualcosa di stupefacente.
Rina spezzò un pezzo di branzino in diversi pezzi e mettendo in ordine i pezzi scrisse “Begli occhi, come il mare” e guardava fisso Sincero, Sincero rimase muto.
Andò avanti Rina per giorni a scrivere messaggi dolci a Sincero con fette di prosciutto e pezzi di mela, e cappelletti e scriveva:
“Vieni a casa mia che ti faccio da mangiare”
“Ti presento a mia madre” ma Sincero la guardava senza espressione.
Poi un giorno Sincero spezzò il formaggio parmigiano a pezzetti e scrisse:
“Le tue mani delicate, vorrei toccarle”.
Da quel giorno quei due continuarono a scriversi messaggi col cibo, con quel cibo prelibato e immortale, senza mai toccarsi.
Il problema era che quei due vecchi innamorati non mangiavano piu’, usavano il cibo solo per scrivere messaggi d’amore.
Noi volontari eravamo sconvolti, eravamo preoccupati, che non erano normali quei due, che noi eravamo normali.
Io e gli altri gli fornivamo pane, grissini, pezzi di pesce, di carne, pezzi di formaggio, per quei due vecchi il cibo era ormai diventato inutile, disgustoso.
Continuavano a masticare mare sorridendo.
Non mangiarono più, come se nutrirsi solo d’Amore potesse bastargli per campare, il loro amore li portò alla Morte.
Un giorno trovammo Rina e Sincero schiantati sul tavolo in riva al mare, finalmente abbracciati.
