MIACULLA, Primavera 1977
In quella città in cui si dibatteva di suole di scarpe e di tagli di giacca, con Mary la ballerina scalavo i ponteggi che vestivano le chiese e ascoltavamo il caos dei volteggi dei piccioni nelle feritoie, facevo il verso del piccione al piccione e quello mi fissava e Mary rideva, sapevo imitare decine di voci d’animale, al telefono rispondevo con un nitrito di puledro irlandese, alla posta ordinavo un vaglia con un barrito d’elefante d’Africa, io che un tempo avevo trasformato le mie classi in porcilaie e stalle ero pronto a stupire la città con le mie imitazioni.
Avevo studiato da animale perché l’uomo mi sembrava talmente noioso, quando a scuola mi parlavano di tempio in antis io ero nel bosco a cercare di riconoscere una pavoncella ed imitare la sua voce, quando c’era da scegliere tra Dio e Marx io ero sulla spiaggia a distinguere la rondine dal balestruccio che non era da tutti, mi servì molto nella vita perché io avevo ascoltato in silenzio mentre intorno a me tutti urlavano senza ascoltare gli altri.
Mary aveva una gonna lunga a fiori e i capelli rossi sciolti sino in vita e occhi verdi in cui perdersi per sempre, gli orecchini a goccia e le unghie dipinte di rosso, tagliate e pulite, una faccia da finta suora come piacevano a me, Mary mi faceva mancare il respiro, la vedevo girare per le strade di Miaculla già da lungo tempo, con i fiocchi di neve o con i raggi di sole lei teneva la testa ben eretta e non spesso china come la mia, provava passi di danza nelle piazze vuote avvolte nella nebbia, con le mani piene d’anelli d’oro la vidi lavare la testa di una down, faceva sorridere quella povera ragazza che se l’avessi avuta io per le mani, quella ragazza sarebbe diventata ancora piu’ anormale, io la seguivo per la strada esattamente a distanza di nove metri.
Non uno di più non uno di meno, ma mi nascondevo dietro ai lampioni e agli angoli della strada facendo il verso del pollo sultano, alcune volte lei si rivolse ai vigili: “disturbo alla quiete pubblica” diceva il verbale.
Le parlavo di come ipnotizzavo i pesci del mare e lei rideva, facevo il verso della gru all’edicolante e lei rideva, avevo conquistato Mary senza dichiarazioni, facevo la rana e l’asino e si rideva, le giuravo che avremmo fatto uno spettacolo nel teatro principale della città e lei rideva.
Sembravamo due malati di mente, anche far l’amore fu una passeggiata, dalle auto intorno alla nostra suonavano un po’ per i versi d’antilope che sentivano dentro la mia cinquecento, ma non andò male: “Non nascerà un panda vero?” mi chiedeva Mary preoccupata.
Avevo conosciuto gli animali attraverso Esopo, mia madre mi leggeva ogni giorno una favola e a chi le rinfacciava che io passavo tutto il tempo nelle lagune a vedere i fenicotteri e nel bosco a osservare i gufi e urlare come loro, invece che andare a lavorare come tutti gli umani, lei orgogliosa citava la storia di Esopo della leonessa e della volpe.
La volpe scherniva la leonessa rinfacciandole di non sapere mai mettere al mondo piu’ di un figlio per volta: “Si” rispose quella “Uno solo, ma un leone”.
Così io descritto un leone da mia madre, mi sentii così leone da diventarlo almeno nella voce, ed Esopo divenne la mia guida spirituale per tutta la vita.
Maculla era la nostra città dove c’erano merli e tortore, ma erano in pochi a distinguere le rondini dai rondoni. Miaculla delle schiene curve dei vecchi accompagnati da una giovane mano, Miaculla delle confessioni davanti ad un bicchiere di rosso o sotto un crocefisso.
Miaculla degli animali dello zooforo del Battistero che di notte forse andavano in giro per la citta’ ma nessuno se n’era accorto, nemmeno io che li cercavo da una vita in ogni tombino per sapere che voce avessero, Miaculla dei pioppeti dove portare l’amore della propria vita, a Miaculla si aveva il culto di ciò che non si muoveva: le pietre antiche, i conti in banca, i tortelli, la musica di un compositore dell’800, Miaculla ci aveva stancato perchè frequentare qualcuno piu’ bello di te è sempre difficile e nessuno ha il coraggio di dirle sei bella ma ti lavi poco, sei bella ma hai l’alito cattivo, sei piu’ bella di me e nessuno mi guarda, quella città non ci voleva perchè non eravamo nornali, ma noi le avremmo fatto uno scherzo.
Trovammo casa proprio sopra lo zoo di Miaculla, li chiamavo uno ad uno quegli animali e qualcuno rispondeva pure, il piu’ loquace era il ghepardo, la piu’ silenziosa era la capra, quei versi erano tanto simili a quelli dei miei amici pescatori di Miaculla che davanti al mare urlavano e bestemmiavano per il poco pesce, li seguivo nella loro pesca notturna, mi facevano sentire meno solo nella notte, volevo scoprire la voce dei pesci, gli unici che mi sfuggivano.
La mia Luna andava in gita con i vecchi nei castelli dove qualcuno chiamava il nome di un fantasma di cui si fantasticava, mangiavano in trattoria e potevano mettersi a cantare in coro da un momento all’altro o un Parigi o Cara o Tu che m’hai preso il cuor addentando una fetta di torta al limone e brindando con Torna a Surriento battendo in coro le mani, tutti adoravano la lirica ma nessuno di loro nella vita era mai riuscito a entrare nel teatro della città.
L’ospizio dove vivevano i vecchi di Mary era una povera fattoria di brandine con coperte bucate e sgualcite intorno a tavoli gialli sotto il pergolato dove i vecchi intingevano il pane nel latte, i topi camminavano piano come bradipi, le donne cucivano le camicie piene di buchi degli uomini, scarseggiava la carta igienica e intorno solo fabbriche che costruivano macchine per gelato, ciminiere a sbuffare fumi bianchi, le galline incerte sui muriccioli e ragazzini a bestemmiare nel campo di calcio di fronte alla parrocchia.
Una volta alla settimana Mary portava quei vecchi intorno al teatro dai muri gialli e le imposte verdi, quel teatro che sembrava una culla da cui un uomo tende le mani ed emette i primi vagiti, proprio come quelle voci di tenore in prova interrotto dalle gocce di pioggia e i vecchi mettevano le mani ben aperte sui muri, ai piedi di quelle finestre da dove usciva la voce d’una Violetta o d’una Adalgisa e quando la cantante in prova interrompeva l’aria a metà, erano Luisa che aveva distribuito benzina per tutta la vita e Gino che aveva passato la vita a tagliare bistecche a proseguire con “Croce e delizia al cor” tra le colonne davanti al teatro, nessuno di loro sarebbe mai entrato in quel teatro.
Franci mi fece felice e dopo una serata a dar da mangiare a una vecchia e una notte a coccolarla per guadagnare il sonno, la mia Vita venne a trovarmi e andammo a fare uno spettacolo per i pescatori di Miaculla, prima e dopo la pesca, sui barconi gialli con le vele bianche ammainate a bere sangria e a mangiare polipi e alla fine anche i pescatori si interrogavano sulla vera voce dei pesci e allora provavano a immaginarla e provavano a chiamarli: “Un giorno ve la farò sentire la voce dei pesci” promisi loro per vederli sorridere.
Quasi sempre i pescatori di Miaculla cantavano anche se avevano i buchi nelle camicie, il vuoto nello stomaco, la miseria nelle pupille, loro cantavano Rosamunda e dalle case di mattoni della collina guardavano di sotto i grattacieli e forse s’immaginavano che i ricchi oltre che piu’ ricchi e arroganti erano anche piu’ alti dei poveri e con quei grattacieli volevano toccare il cielo con i capelli per farsi proteggere dalle nuvole.
Avevano la pelle dura, sapevano che in quella città non erano padroni ma solo ospiti anche un po’ buffi, dileggiati a ogni angolo di strada per il puzzo che emanavano e allora era meglio per loro stare con lo sguardo a pelo d’acqua e guardare di sotto che anche li’ in fondo c’erano i grattacieli tra le alghe, c’erano le montagne, le anime e la vita ma nessuno dei pescatori pensava di essere qualcosa di importante in quel mondo.
I vecchi di Franci e i miei amici pescatori, tutti volevano entrare anche solo una volta nel teatro piu’ bello della città. Ma i vecchi non potevano perche’ non avevano soldi, perche’ spesso ruttavano, spesso sghignazzavano per le barzellette sporche, spesso urlavano per passarsi una caramella e i pescatori invece che potevano vantare l’abitudine al silenzio per non spaventare i pesci, avevano qualcosa di intollerabile, puzzavano, grondavano sangue, non erano presentabili agli occhi della gente, della società. sotto le luci d’uno dei piu’ importanti teatri del mondo, eppure tutti volevano vedere un nostro spettacolo e cosi’ fu, ma prima io e Mary dovevamo affrontare la prova generale.
Era il tempo della prova generale dello spettacolo nel teatro piu’ grande della città mentre Mary aveva preso contatti per fare spettacoli in carceri e ospizi era pronta per me, per il mio mondo, per una lezione d’amore.
Mary era convinta che l’uomo potesse con la sua voce e le sue idee elevare il mondo, creare rivoluzioni, offrire solidarietà, concedere l’amore, io invece volevo dimostrarle che i gesti silenziosi d’amore degli uccelli erano piu’ forti d’ogni filosofia umana.
La portai nei boschi di Miaculla, la portai a vedere come la poiana riesce a stare ferma in volo e poi prendemmo lezione d’amore dagli animali, ma Mary era titubante: “Devi provarmi il tuo amore” le dissi.
Le feci vedere le cicogne in amore e io e lei cercavamo di imitarle, alzavamo il collo al cielo e battevamo fragorosamente il becco e il nostro becco era il nostro naso, dopo che per un poco non le spaccai il nasino, Mary urlava: “Per fortuna che siamo uomini”.
Seguimmo i grifoni che nel volo d’amore si tengono uniti volteggiando insieme, io e Mary ci mettemmo sopra a un albero mentre lei non faceva che ridere, provammo a imitare i grifoni, colpi di testa contro i rami, calci nello stomaco, per poco non ci sfracellavamo a terra, quant’era difficile l’amore tra animali, ridevamo, urlavamo mentre in molti che facevano il bagno sotto le cascate si tiravano spruzzate di acqua e non ci facevano nemmeno caso.
Ma la tortura e la prova d’amore inflitta a Mary non era finita perche’ imitammo i galli forcelli che allargano e rialzano le penne della coda uno di fronte all’altro e quando fummo a sedere scoperto e pazzi d’amore a correre nel bosco, fu uno scandalo.
Ultima prova d’amore era imitare i falchi di palude che si afferrano per gli artigli in volo, per poi fare avvinghiati spettacolari voli acrobatici, ci mettemmo sdraiati su quei rami a tirarci e legarci con i piedi come loro, rischiando di precipitare, un sacco di botte, di morsi, ma di sesso nemmeno l’ombra, ormai ci odiavamo, poi stravolti cio addormentammo ai piedi d’una quercia mentre gli scoiattoli ci davano leccate sul naso, ci avevano presi per animali.
Che onore. Quanto avevamo imparato, ci amavamo di piu’. Finimmo pero’ la giornata in ospedale, un ospedale di esseri umani, non eravamo all’altezza dell’amore degli animali.
Lo spettacolo della vita ci attendeva, dovevamo rovinare la prima di teatro di tutta Miaculla, quel teatro di Jago e Pollione, di intrighi e fazzoletti, di gioielli a forma di rana, di cosce nude di donne, di truffe da organizzare, di imprese da realizzare a danno degli altri.
Dopo la prova d’amore cui costrinsi il mio amore Mary e in cui fallii miseramente, fu lei a costringermi a una azione di sabotaggio della cultura ufficiale, una penosa pagliacciata in odio a quella citta’ che ci considerava un uomo animale e una ballerina senza voce per quel palco, ma lo dovevamo ai suoi vecchi e ai miei pescatori.
Eppure sotto le luci dei candelabri tutti sorridevano anche se avevano un tumore, quel tonto dall’occhio di vetro era in frac in quinta fila anche quest’anno con la mano sulla gamba della sua vecchia moglie col naso mezzo mangiato, si sarebbe addormentato al secondo atto come sempre, gli occhi si scambiavano occhiate, le mani stringevano bicchieri, sederi, tartine, pugnali come sul palco.
Mary mi trascino’ in quell’avventura rischiosa e quando il mattino presto entrammo di soppiatto per studiare il piano per la serata mi venne un colpo; sembrava che il mondo ti fosse sulla pelle, dentro alla tua pelle, luci, piedi di cavallo del soffitto, braccia profumate di donna, anche se il teatro era vuoto sentivi l’alito della gente, cominciai a palpare il rivestimento delle poltrone di velluto rosso: “Non sarà solo loro la prima, questa volta” urlo’ Mary.
Quella notte ci confondemmo tra le comparse di quell’Aida di antichi egizi e mentre l’orchestra intonava il preludio e dai palchi intravedevo le dita inanellate delle donne, i loro capelli raccolti con le spille a forma di violino, le loro schiene nude, la lunga cenere penzoloni delle loro sigarette mentre guardano un uomo, i colpi di tosse.
I pescatori scalarono le pareti del teatro ed entrarono sghignazzando e i vecchi si travestirono da maschere ed entrarono ruttando e bestemmiando.
Tutto era pronto in sala. La stretta di mano docile del prefetto, il livido nella schiena della moglie del commercialista, lo sguardo di un uomo e di una donna che si scambiavano le pupille da un palco all’altro, la moglie di un sottosegretario che si toccava continuamente una tetta temendo che quel pallone gonfiato scoppiasse da un momento all’altro. Mary entrò in scena mentre l’orchestra era pronta alle prime note.
Si sporsero dai palchi all’improvviso i pescatori di Miaculla con cesti di pesci e tenevano i bicchieri in alto in segno di brindisi, avevano le canottiere bianche rigate dal rosso del sangue di pesce, il pubblico zitti’ quei villani, alcuni urlarono: “Vergogna!”nessuno capiva come diavolo avevano fatto a entrare quei manigoldi, ma l’Aida avrebbe sopito tutto, le voci di quegli animali, anche il puzzo di quei farabutti, i pescatori sporgevano i loro bicipiti gonfi e fischivano alla pelle nuda delle donne, un gruppo di guardie si mosse verso quei palchi puzzolenti, ma le luci ormai si abbassavano.
Mary comincio’ a ballare mentre io andai sul bordo del palco, iniziai con i cinque versi del merlo, il primo che indica un nemico nelle vicinanze, volevo avvertire quello stolto pubblico che Mary stava per giocare un brutto scherzo a quella prima, a quella città, il secondo canto del merlo avverte che il pericolo è piu’ vicino, dai palchi le donne urlavano con le unghie proiettate in avanti: “Uccideteli!” Mandatelo a casa! Ma che scherzo è mai, noi vogliamo l’Aida!” urlavano, alcuni uomini si alzavano minacciosi e avanzarono verso il palco mentre i pescatori invocavano la voce dei pesci e i vecchi guardavano il sipario e i violini e piangevano come bambini, nessuno piu’ bestemmiava, nessuno piu’ ruttava.
Feci la voce dei cefali, dei polipi e dei tonni e quei pescatori si sporgevano dai palchi con gli occhi allucinati, alcuni piangevano, qualcuno tra il pubblico cominciò a intonare il coro dell’Aida, le mie gambe tremavano, ero là nel tempio della lirica a far versi d’animale e non me ne vergognavo.
A fatica riuscivo a concentrarmi sul mio canto mentre dietro al palco c’era una vera rissa di uomini, schienali di sedie, rossetti proiettati come proiettili, il terzo canto del merlo significava: “Andate a nascondervi presto!” mai quel giorno mi vennero bene quei versi che avevo provato per giorni interi.
Il quarto canto del merlo indicava la presenza di predatori specialisti nella cattura degli uccelli, come sparvieri, astori o rapaci notturni e quel teatro ne era pieno, travestiti da uomini, mentre i violinisti mi urlavano contro parole di fuoco, un uomo sparò in aria intimando di andarmene per sempre, venne poi il mio quinto canto del merlo, quello dell’angoscia”, quando il merlo è finito nelle grinfie del predatore, cinque, sei donne e uomini mi furono addosso, mi divincolavo tra unghie spezzate, denti aguzzi e piedi scalcianti.
Si alzò il sipario e cominciò la Marcia Trionfale: “Vogliamo l’Aida! Vogliamo l’Aida!” “Porci maledetti, animali!” e tutto il pubblico cominciò a intonare in coro la marcia trionfale.
I pescatori urlavano sconvolti: “La voce dei pesci vogliamo la voce dei nostri pesci!” si denudavano, presero i pesci dalle ceste e li gettarono ancora vivi in mezzo alla folla terrorizzata, gli uomini coprivano con le loro redingote la pelle nuda delle donne, alcuni fecero fuoco verso il palco.
Io, Mary e tutti i pescatori fummo messi nelle gabbie dello zoo, proprio quelle gabbie da cui io avevo imparato le voci degli animali, ora ero là dentro io fui messo in gabbia in qualità d’animale ad honorem, Mary fu messa dentro perchè ballava e non parlava mai, proprio come gli animali e i pescatori perchè puzzavano esattamente come gli animali.
L’Aida cominciò e i vecchi d Mary smisero di piangere, erano felici quel giorno: Se quel guerrier io fossi! se il mio sogno si avverasse!
