LADRI DI SOGNI

Simona la ragazza dell’est stava per ripartire per casa sua, arrivò su quel piazzale a pochi passi da un parco per sfasciacarrozze, c’erano decine di altre giovani donne, cameriere, badanti, infermiere, cubiste.
Simona nella vita faceva l’operaia in una fabbrica di farmaci, ogni sei mesi se ne tornava a casa dove aveva un bambino da mantenere, teneva stretta la sua pesante valigia, subito gli si fece incontro Victor, capelli rasati, una cicatrice sul mento, l’occhio ceruleo senza espressione, parlava sei, sette lingue per fottere meglio il prossimo aveva studiato, a fianco a lui l’amico italiano Luigi tutto impomatato, con gli occhiali da sole anche quando c’erano giornate grigie, avevano sempre tra le mani una chiave di una mercedes o di una bmw.
Simona era la prima volta che ritornava a casa e fu sorpresa da quei due che le dissero vedendo la sua enorme valigia gonfia.

lei stringendosi nel suo cappotto bianco e nero un po’ sgualcito rispose.
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disse secco l’italiano gettandole fumo in faccia
Lei non gli rispose e si mise in un angolo mentre altre donne se ne stavano in cerchio a parlare tra loro.
disse Victor e quei due se ne andarono.
In quel piazzale dove non passava anima viva cominciò un rito sconvolgente agli occhi di Simona, ogni donna si presentava a quei due, loro avevano una bilancia, posavano la loro borsa sulla bilancia, quasi sempre il peso eccedeva e allora l’italiano cominciava a tirare fuori gli oggetti dalla borsa senza rispetto mentre la ragazza protestava.
Victor gli diceva di calmarsi, ad una ragazza polacca dissero che la borsa eccedeva di cinque chili, gli tirarono fuori due gonne appena comprate, una decina di compact disc, due bambolotti di peluche per suo figlio, mentre lei cominciava a piangere, Victor e Luigi ridevano e dicevano alla ragazza di calmarsi.
Victor consegnava la roba sequestra a una ragazza italiana tutta in jeans, con la bocca sottile e la coda nera, metteva tutto su un furgoncino.
Quelle ragazze se ne andavano piangendo, ad un tratto ad una ragazza moldava fu sequestrata una pelliccia, due paia di scarpe, una maglia del Milan per il nipote, lei protestava, per pochi grammi eccedeva quella maglia, piangeva che voleva portarla d a suo figlio, la strappava dalle mani di Michela l’aguzzina italiana, Michela cominciò a schiaffeggiare la ragazza moldava, gli gettò addosso la sua valigia e gli urlava di salire sul pullman, nessuna delle altre ragazze mosse un dito per difendere Sasia la moldava.
Simona impietrita seduta sulla sua valigia osservava, poi fu il suo turno, lei che amava disegnare per diletto si era portata un cavalletto a casa e buoni colori a tempera, ma gli furono sequestrati, Simo cominciò a urlare contro Victor, che le diceva
Michela ridendo portava via tutto, Simo avrebbe voluto strangolare quella donna ma nessuno reagiva, tutto sembrava già scritto, erano mesi, erano anni che tutto quello avveniva nel silenzio di quella città italiana.
Era terribile quando Victor con crudeltà faceva vedere per l’ultima volta quegli oggetti sottratti a quelle ragazze, Magda la polacca fissava piangendo la sua gonna a fiori e il pokemon per il nipote, diceva Victor, l’italiano scriveva, segnava ogni oggetto sequestrato impugnando una matita con quelle sue mani dalle unghie sporche, poi Michela metteva tutto su un camioncino.
Dopo alcuni mesi Victor portò pure il figlio quindicenne, più spavaldo di lui, palpeggiava le ragazze e dopo cinque minuti le schiaffeggiava, le metteva una contro l’altra, tanto che ad ogni viaggio successiva l’aguzzina diventava una delle ragazze che mesi prima viaggiava a fianco di Simo.
Alla fine di quelle giornate quei tre si spartivano tutto quello che avevano sequestrato.
Quella storia andò avanti per mesi, Simona diventò importante per le sue connazionali perché sapeva disegnare, e tutte le chiedevano di disegnare le bambole, i giocattoli, le magliette da calcio, le gonne che Victor e Luigi le sequestravano, Simo di nascosto osservava e poi disegnava, che almeno quelle ragazze avevano un ricordo.
I primi tempi Simo piegava la testa e andava avanti per la sua strada, c’era quel figlio da andare a trovare, da riempire di attenzioni, ma viaggio dopo viaggio Simo accumulò un odio feroce per quei traghettatori dell’Inferno, li guardava negli occhi, seguiva il movimento delle loro mani, quelle scene con la bilancia dove c’era in palio la sofferenza, la sottrazione della gioia, la perdita della felicità e loro erano i giudici inappellabili della felicità, erano i giudici e nessuno doveva, poteva protestare.
Un giorno Simo seguì Victor con un taxi, vide dove portava tutto quello che aveva sequestrato a quelle donne indifese, quelle donne umiliate.
Una sera alla fine di un viaggio, arrivo in Golgozia, dieci, quindici donne presero di mezzo Victor, cominciarono a picchiarlo, a dargli calci e pugni, in mezzo alla neve alta un metro che si macchiava di fiotti di sangue, si misero in mezzo due guardia spalle di Victor, ma le donne ebbero la meglio.
Trascinarono Victor in una pista di pattinaggio, lo denudarono, sopra la pista le donne avevano appeso decine di peluche e gonne, e cravatte, e orologi, quegli oggetti un giorno sottratti, felicità sottratte, costringevano quell’uomo con le gambe legate a prendere in alto quegli oggetti, gli dicevano che se ci riusciva lo avrebbero liberato.
Lui si dimenava, urlava, tendeva quel corpo muscoloso ma nudo e fragile, il freddo gli bloccava i muscoli e i nervi e il sangue, lui, Luigi e i due guardiaspalle uno ad uno agonizzavano mentre le donne cantavano e urlavano ridendo, tra urla sovrumane.
Quando quei quattro corpi morirono, le donne si misero a pattinare al ritmo del Bel Danubio Blu.
A Roma il figlio di Victor e due italiani erano già entrati a capo di una organizzazione di viaggi per ragazze, lui era sempre elegante e profumato, aveva la chiave di una bmw in mano, teneva una pistola nella giacca, canticchiava O sole Mio, giurava agli amici che non avrebbe fatto la fine di suo padre.

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Tito Pioli
Tito Pioli

Per pigrizia non ho mai amato molto viaggiare, se non per vedere arte e quartieri fatiscenti, per questo ho cominciato a scrivere, per immaginare il mondo, per sognare il mondo, perchè immaginare è sempre più bello e profondo che vedere.

Ho scritto tre romanzi:
"L'isola che non c'é", giunto secondo al premio Linus Baldini e Castoldi 2004 (un imitatore di animali si trova a convivere con gli anni settanta tra politica e stragi di stato)

"La cuoca puzzona" (parla di una cuoca indiana che sa cucinare tutti i piatti del mondo e cercherà di salvare il suo paese con molti ostacoli) ha ricevuto apprezzamenti scritti da case editrici nazionali e da editor ma finora non pubblicato

"La banda dell'arte", segnalato al recente premio "L'autore" della Firenze Libri, ora in lettura (parla di un professore di arte che cerca di portare la sua classe di precari nel mondo dell'arte e della bellezza, ma loro saranno attratti dal male dell'arte...)

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