Ognun per sé e Dio per tutti

Quel cameriere deve essere
uno intelligente un po’ stupido.
Massimo Bontempelli

Cameriere…
Nulla di fatto.
L’inserviente non se ne dà per inteso.
Impudico tralascia l’effimero cenno del mio arto superiore destro, finalizzato ad ammaliare la sua attenzione.
Potrebbe se non altro ostentare l’efflato dell’impulso.
Invece il vile volteggia aggraziato fra i coperti.
Dimentico di me. Della Divina Creatura assisa al mio fianco. La cui impazienza tracima dai percettibili sussulti della scollatura. Dentro la quale i miei occhi si sono immersi da innumerevoli eoni per non più riaffiorarne.
Lo diresti quasi demoniaco, nel suo caparbio accanimento.
Per tutti ha un gesto, un pensiero, una deferenza.
Non per noi.
Che ci struggiamo smaniosi di fame e di rancore.

Cameriere.
Che fai, mia Divina?
Tu che assediata per mesi e mesi, alfine capitolasti, abbassando l’agognato ponte levatoio.
Tu vai reiterando esasperata le avvisaglie d’insofferenza.
Tu implorante brandisci la mia mano come l’impavido cavaliere lo snudato ferro, parata all’improba pugna.
Tu palesemente impetri dal sottoscritto un intervento risoluto, oltre che risolutore.
Ma io, disperso, non so più contra quale coriaceo tramezzo gittar lo cranio.
Non più colma è la mia faretra.
Che strale scaglierò mai…

Ca. Me. Rie. Re.
Sia impietosa con te la Malasorte, malnato inserviente che fingi di ravvisare solamente adesso i miei spazientiti ammicchi.
Alfine giungesti per appagare le nostre concupiscenze alimentari.
Che cosa vi servo.
Manco l’interrogativo punto alla fine del fraseggiare, sai apporre. Orbene, disutile manovale: arrecaci – e lesto più che esser non puoi – un qual si voglia tipo di vivanda. Degli ingredienti assai poco ci cale. Ma che sia per ambo la medesima, giacché io e la Divina Creatura desiniamo all’Unisono, come si conviene alle anime marchiate da candenti affinità.
L’inetto si dilegua a riportare l’alimentare ambasciata.
Ora, però, dovremo disporci a reiterata attesa.
Considerando gli scandalosamente dilatati tempi del clientelare servigio, sa il cielo quanto impiegheranno ad assemblare quanto ci bisogna per ammansire le appetenze nostre.
Ormai sono parato ad evenienze streme.
Mentre la Divina in me ripone una smodata speme.
Né più mai ardirei disattendere cotanta aspettazione.
Ma alfine il cameriere perviene e con la protervia del suo tracotante agio, recapita due piatti tondi.
Io e la Divina vi scrutiamo ansanti.
Mastodontiche pizze tracimano dalle fumiganti stoviglie. Circuiti di crocchiante impasto asperso in gran copia con fiordilatte, irrorato di solanacee vermiglie, nonché foderato di fragranti bulbi liliacei di Tropea nativi.
Su di essi ci avventiamo celeri, io e la Divina Creatura, col solo intendimento di fagocitare quanto più alimento potesse capire nelle cavità orali nostre. E ingurgitiamo con fare belluino quella che il volgo appella pizza con cipolle.
Manco un frantume superstite lasciamo sul duro campo di battaglia…

Le fauci alfin sollevo dal grato rancio.
E mi oriento alla Divina, onde rivolgerle sapienti ammicchi di blanda lussuria verbale quale sapida caparra di ben più congrui eventi.
Ma – orrore nonché sconcerto! – nemmeno conchiudo l’articolazione de’ primi fonemi ch’Ella beccheggia, conquisa da Supremo Raccapriccio.
«C’hai la fiatella», sibila schifata.
Sui frali omeri miei s’abbatte la Turchina Arcata che sorregge l’Orbe. Ed Ella seguita a guatarmi con il molesto tedio degli efferati per nulla usi alla pia clemenza che sola genera sostegno oltre che liberatorio balsamo.
Di più: la Divina discosta sedia e decolleté ponendo inter nos un funesto per me interstizio.
I perniciosi miasmi degli abiurati ed aulenti bulbi s’ingeriscono nel potenziale ménage à deux di cui fregiarmi ambivo.
Già mi fingevo avvinto ad Ella, intento a proficui colloqui carnali sostenuti con satisfatta reiterazione. Spasimando all’unisono. Pertanto in iroso avvilimento io mi logoro, giacché fra noi l’amor sensuale mai deragliò dai binari d’una vieta consuetudine sostanziata in atti di frugalissima lascivia.
Vaniscono le fallaci parvenze che ci vedevano serrati in facinorosi amplessi, mentre io ricerco il provvidenziale fusibile entro cui spandere l’astiosa mia stizza…

Cameriere.
Mi perdoni. Sia garbato. Si degni di procombere qui, al mio alterato cospetto, anche solo per una risibile frazione di secondo, affinché possa ricogliere le rimostranze del mio cardio affranto.
Quella che lei ci ha inflitto. L’infame crosta costellata de’ frutti di Tropea. Lei non ha nemanco la pur minima idoneità a congetturare alcuna smunta illazione sul nocumento che ha cagionato a me la combinazione di commestibili fattori qui porta.
Poiché i nefasti, facondi e mefitici bulbi appalesano infami assai pei proponimenti mieiiiiiihhhhhhhhhh…
Asfghiferehrghueyeiuyutyaweryawwwwww.

Accade d’un subito.
Il rancoroso flusso del mio eloquio repentino si dissecca, come deviato da non previsto malessere. La favella si sbigottisce, più non scorgendo la calle che la convoglia verso la cavità orale.
Una dolia incommensurabile trascorre dal braccio alle zone nevralgiche della mia configurazione anatomica. L’apparato respiratorio s’incaglia, sospende le proprie funzioni.
Melmose tenebre avviluppano i miei sensi. Mi vi abbandono senza opporre riluttanza alcuna, affondando in esse come in uno smorto caramello.
Precipitando nell’oblio, il mio solo pensiero è per la Divina.
Che mai farà Ella se vilmente desisto da codesta piagnucolosa vallata?
Divulgherà cordoglio al mondo intero?
E il naufragar m’è acre in questa melma.

Riaffioro dall’oblio con compiaciuta indolenza.
Indugio. Mi attardo. Mi soffermo.
Il cerebro tuttora saturo delle immagini tra cui mi sono dibattuto nel precedente stato di latitanza spirituale.
Io nel pensier ho finto eventi di qua da venire o destinati a non venire affatto.
E dei quali non ho accantonato rimembranza alcuna, se non l’ambrato licore del rimpianto.
La palustre foschia si disfa.
Io mi ritrovo.
O forse è una chimera.

Eccomi.
Son qua.
A recepire sensoriali istanze.
Gli apparati miei sono in subbuglio.
Perlustro ocularmente il circonvicino ambiente.
Di primo acchito lo trovo a dir poco asettico, oltre che lattescente. Fa molto ricovero. Come in effetti si disvela al mio apparato percettivo.
Le ultime vestigia di Oscurità vaporano al tutto. L’Illuminazione mi coglie subitanea, consentendomi di concepire quale sia l’attuale mia condizione vitale.
Ristagno in ospedaliero giaciglio, con indosso un dei que’ vestimenti tra il bianco e il verde che lasciano il degente affatto privo di intima vestizione.
Al fianco mio la Divina Creatura più non s’asside.
Le rinvenute attitudini sensoriali non reperiscono le di Lei vestigia in alcuna latebra di codesto sanitario ricetto. Non scorgo ahimè le soavemente ingombranti sue sporgenze mammarie che tanto benaccette furono ai minuziosi pattugliamenti oculari cui sovente la sottoposi.
Mentre così io mi trascendo il tempo, giunge innanzi al giaciglio in cui impaludo da vai a sapere quante ore giorni o settimane una vezzosa operatrice sanitaria, apportatrice di novelle che auspico gaie o quanto meno inoffensive.
«Una visita per lei.»
Autorizzo a un passo dall’euforia il transito dell’inaspettato escursionista. Ciò che avviene in una manciata di secondi.
Nel travedere le fattezze di colui che ambisce pormi i suoi saluti, rasento il rinnovato mancamento. La bile è in fuga nel divisare l’abietta identità di colui ch’è appena sorto nella stanza mia.
È lui.
Il malnato inserviente, il volto piagato da un ebete simulacro di sorriso.
No. Tu non m’avrai, infingardo.
Palesando inaspettata destrezza, fuoriesco dalla branda, eludo l’operatrice di cui sopra, mi avvento sulla manovalanza, abbranco il miserabile suo collo.
E comprimo.
Incurante delle lamentazioni sue come lui lo fu delle mie.
Incurante del personale medico paramedico e di qualsivoglia altro genere infesti un sanatorio.
Fino ad esaurimento.
Il mio.
Ma anche il suo.
Asfghiferehrghueyeiuyutyaweryawwwwww.

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Enrico Cantino
Enrico Cantino

Enrico Cantino è nato a Parma nel 1965. Si è laureato in Materie Letterarie nel 1990 con una tesi sullo scrittore modenese Antonio Delfini. Suoi racconti sono comparsi su riviste letterarie, quotidiani e alcune antologie. Da diversi anni collabora con Tapirulan e con la rivista letteraria parmigiana “La Luna di Traverso”.

Articoli: 45

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