Appena posato.
Come narrarti come, di questo lungo viaggio d’estenuante discesa, dal vento anche cullato?
Potrei dal principio ma adesso conosco la fine, il principio era una piscina, ma affogo nell’insensatezza, quando sai come va a finire, vai mai a vedere cos’è?
Fino in fondo?
Alla sua fine, il suo inizio?
Cos’è?
Io no.
L’ho imparato nella mia caduta, quel poco che la mia condizione mi ha consentito, ho esperito e sulle labbra ho pronunciato posarsi la mia speranza.
Come i denti e come loro sono bianco, quando tra loro le comprimete.
Le labbra.
Comprimete.
Tra i denti.
Non c’è niente di disonorevole nella caduta, nella discesa agli inferi, come i pensieri del male o le piccole ossessioni, vi si cela solo il segreto del posizionar sotterra ninferno e a punta il desìo del paradiso.
Paradèsio.
Ma non ho viaggiato scalando in purezza, scrivete pure sui vostri fogli annotazioni sull’insensatezza.
La saggezza è per chi, amandola, la rifiuta.
Si chiama al rifiuto chi di purezza vuole non arenare il suo organo cuore.
Un cuore bianco, privo di pulsioni, accecante risulta e sterile.
Il seme che in corpo serbiamo e che il sangue sommuove (che per compito più non si può non sommuovere), trovarsi non può in campo denutrito ad attecchire.
Al pieno delle sue capacità, fiorir deve distratto in inganno giocoso, in inganno molesto a giorni alterni, ma solo a giorni alterni.
Occorre di neve una targa commemorativa.
