Come barzellette annacquate – parte 1

UN VECCHIETTO NIENTE MALE

Non mi piace volare.
Non mi piace l’odore indaffarato degli aeroporti, non mi piace quella nauseabonda miscela di centomila profumi dentifrici ascelle dopobarba scorregge deodoranti aliti pesanti, non mi piace il check-in, non mi piacciono le scale mobili, i tapirulan, le scritte che scorrono, i sensori e tutta quella gente che telefona in continuazione sbatacchiando valige contro i garletti degli altri. Non mi piace imbarcarmi, non mi piace la forma della fusoliera, non mi piace sentirmi come uno scarafaggio seduto in una grondaia. Non mi piace la cintura di sicurezza che m’inchioda al sedile, le istruzioni in caso di emergenza mi generano brividi nella schiena, non mi piace rollare, detesto il decollo, odio i vuoti d’aria. I pasti fanno schifo, il vino e la birra pure, le riviste delle compagnie aeree sono soltanto alberi affettati molto fini. Ogni volta che entro in un aeroporto una voce mi ripete ‘non farlo, non farlo…’; ogni volta che ne esco penso che se Dio avesse voluto che il genere umano volasse ci avrebbe dato le ali. Ci ha però dato il libero arbitrio, il che è anche peggio, se consideriamo che su quegli affari, dopotutto, ci vado con le mie gambe.
Sul Cork-Dublino di ieri avrebbe tirato su anche il Barone rosso. Un fratello cattivo del fokker che traballava da fermo, figuriamoci in aria, con due elicone che giravano e macinavano neve, pioggia, piccioni e madonne. E io dentro appiccicato al finestrino a domandarmi perché continuiamo a salire e scendere e salire e scendere e salire cogli occhi fissi a contare i giri undutrequatcincseisett che non diminuissero floppete floppete flop-pe-te floppp e noi giù a picco, le unghie conficcate nel bracciolo, inermi come parassiti su un gabbiano alla pesca.
Mi immagino la scena.
Arrivo in cima alla scala ansimante, spompato, con un diavolo per capello.
Un enorme portone in legno poggiato su cardini grossi come polpacci. Tutt’attorno una nebbia lucente. Suono. Dall’altra parte qualcuno dice, con voce assonnata: “Chi è?”
“Alberto C.” dico scocciato.
Silenzio. Poi: “Alberto C.…Alberto C.… Qui non risulta. Uhmmm, non la aspettavamo…”
“Infatti. E’ proprio per questo che sono così incazzato! E APRITE ‘STA CAZZO DI PORTA!”
“Il linguaggio, per favore …”
“Prego cortesemente vossignoria di concedermi il riguardo di schiudere codesta cavoluccio di porta”, ribadisco emettendo graziosi cuoricini di sapone dalla bocca.
Gira la chiave, skratakrang! Il portone si apre cigolando, esce un tizio in pigiama con una fiammella sul dito che usa per fare luce e un cerchio giallo sulla testa, tutto storto.
“Le sta cadendo l’aureola”, sorrido sardonico.
“Grazie…” e la raddrizza. Mi guarda: “Senta… siamo chiusi ora. Può ripassare fra qualche eone?”
Cerco di mantenere la calma: “No, mi spiace ma non posso proprio ripassare: laggiù non ci posso tornare perché il mio corpo è poltiglia. Un altro non me lo potete dare perché altrimenti appena torno di sotto vi sputtano e dico a tutti che la metempsicosi è realtà. Quindi…”
“Sì ma ora siamo chiusi. L’orario è…”
“ME NE SBATTO DELL’ORARIO! Voglio parlare col titolare. SUBITO!”
“Mi spiace…” e fa per chiudere il portone.
Ci metto in mezzo un piede. Cambio registro: “Senta, senta… la prego… non saprei proprio dove andare, mi sono fatto quarantamila gradini per arrivare fin qui… l’ascensore era pure rotto, non mi mandi via… la prego…”
Una voce possente: “Pietro, chi è?”
“Niente… uno scocciatore. Un’anima in pena, vuole parlare con lei… ora lo mando via…”
“Fallo entrare”.
“Ma…”
“Ti ho detto di farlo entrare”.
Il portone si riapre, San Pietro si scosta nolente: “Prego, si accomodi… ma si levi almeno quelle creature immonde d’in mezzo ai capelli: non sono ben viste qui. Ce l’ha un minimo di buona creanza?” Il suo sguardo è odio liquido.
Al centro della stanza un vecchio dalla stazza robusta, i capelli bianchi e una lunga barba fino al pavimento mi volge le spalle. Quattro falcate rabbiose e gli sono di fianco.
Si gira un istante: “Un attimo, eh, c’ho l’ultima pallina” e si rimette a giocare a flipper.
La palla va in buca. “Porco diavolo!” impreca, poi schiocca le dita e il flipper scompare.
“Dimmi, figliolo”.
“Figliolo un cazzo! Io non sono tuo figlio. Nessun padre ammazzerebbe così le proprie creature”.
“Sbagli, nella Bibbia…”
“ME NE FREGO DELLA BIBBIA! Io avevo un casino di cose da fare e invece di farle me ne sto qui a perdere il mio tempo con un vecchio rincoglionito che passa le giornate davanti ad un flipper!”
“Calmati, eh, ora conti fino a dieci e poi mi dici che cosa non va. Ricordati che io sono onnipotente”.
“Cosa non va? COSA NON VA? Sono morto! Ecco cosa non va!”
“E come saresti morto?”
“Non ‘sarei’ morto. ‘SONO’ morto”.
“E come sei morto?”
“In aereo, siamo precipitati. Morti tutti”.
“Ah, proprio non lo capisco come mai vi affanniate tanto a circolare su quelle bare volanti. Se vi avessi voluto vedere per aria ve le avrei messe io, le ali, non trovi?”
“Lascia perdere…”
“E gli altri dove sono?”
“Gli altri chi?”
“Gli altri passeggeri”.
“MA CHE CAZZO NE SO IO DEGLI ALTRI! Saranno di sotto, o magari hanno una religione diversa. A me interesso io, non gli altri!”
“Tu… cosa? Insomma… cosa vuoi?”
“Io non voglio essere morto. Se proprio volevi fulminarmi avresti potuto prima avvisarmi, così magari mettevo a posto un paio di cose”.
“So che vi scoccia ma tocca a tutti morire prima o poi, vi ho fatto così. Eppoi veramente io ti avevo avvisato”.
“Mi avevi… cosa?”
“Ti avevo avvisato”.
“E come, di grazia?”
“La voce…”
“Che voce?”
“Quella che dice ‘non farlo, non farlo…’”
“Quello non sei tu! Quello è l’istinto”.
“Istinto, voce… chiamalo un po’ come vuoi. E chi pensi te l’abbia dato l’istinto? Sentiamo”.
“…”
“Allora?”
Senza neanche rispondere giro i tacchi e m’incammino rassegnato verso l’uscita. Nell’angolo il santo ride come un dannato.
“Alberto!” tuona il vecchio.
“Eh… cosa…”rispondo mogio. Mi volto a guardarlo.
“Senti… si sarebbe liberato un letto giù in purgatorio. Siete un po’ fitti e la giornata è duretta, sai, quelli ne hanno parecchi di peccati da espiare… ma sono bravi ragazzi, se ti accontenti ti troverai bene… Non fare quella faccia, dai…” e mi strizza l’occhio. Poi schiocca nuovamente le dita e apre la mano. Davanti a lui si materializza un flipper e nel palmo una moneta da cinquecento lire.
Niente male il vecchietto, dopotutto.
“Per di qua”, San Pietro indica un’altra porta. M’incammino con lui verso il fondo della stanza.

LA VECCHIA FOTO

Sul Dublino-Madrid Ingrid, una giovane donna olandese sulla quarantina, aspetto bello ma un poco austero, mi racconta di non star più nella pelle: “Love is love at every age…” dice entusiasta.
“Eh, già…” annuisco poco convinto. Ha ragione, per carità. Ma io sono fin sfibrato da questa dolorosa girandola di emozioni così simile ad un girone dantesco che non mi lascia in pace un secondo. L’aereo non è ancora in quota che le sto già parlando di S.. Del nostro rapporto così profondo e di come l’ho scaricata per scoparmi una puttanella conosciuta in vacanza, una con più carne esposta che in una macelleria e con la personalità evanescente come una scorreggia.
Mi ascolta un per po’, infine dice la sua: “L’amore tra voi è stato e non sarà mai più, rassegnati, proprio perché era così profondo. Se ho capito qualcosa di lei è che non potrà mai accettare di riaverti e amarti meno di prima”.
La guardo perplesso per qualche secondo: non sono certo di avere afferrato. Riprende: “Hai qualcosa, un oggetto cui tieni più d’ogni altro?” Ci penso un po’ poi estraggo una vecchia foto dal portafogli, più gialla che altro: “E’ il fratello di mio nonno. Una persona col cuore tanto grande quanto capriccioso…”
Me la strappa di mano. “Puoi lasciarmela e non rivederla mai più, oppure la strappo e te la restituisco. Che cosa scegli?”
“NON TI AZZARDARE!”
Sorride, mi restituisce la foto. “Ma certo che no. Allora, dimmi, che avresti risposto?”
Non ci crederete: le avrei lasciato la foto. Tutto sommato è proprio ciò che ha fatto S..
Ingrid ha rotto da poco col marito, dice, ma i rapporti sono ancora ottimi: l’affetto e la stima sono rimasti, e poi la bambina di otto anni: il loro gioiello più grande… “Markus – commenta – è una persona meravigliosa”.
“Perché l’hai lasciato, allora?” chiedo, lo ammetto, un po’ capziosamente.
“Ho trovato un nuovo amore… è stato più forte di me. Marina mi ha stregata!”, risponde.
Marina è una ragazza italiana di Venezia, ventiquattrenne, finita a Dublino in Erasmus. Dopo un anno di relazione clandestina hanno lasciato i rispettivi uomini ed ora si sono date appuntamento a Madrid per una vacanza romantica in Spagna e per decidere sul da farsi.
“Come hai potuto cambiare così… radicalmente…” chiedo. Ci sono un milione di frasi migliori, lo so bene: sto incedendo a fatica, parola dopo parola, in questa conversazione. Come parlare controvento.
“L’hai fatto anche tu, mi pare. Me l’hai appena detto”. Si riferisce, beh…
“Sì ma… erano sempre due ragazze…” replico titubante.
“Erano due persone completamente diverse, come Markus e Marina”. Prevenendomi aggiunge: “Non chiedermi troppe spiegazioni: posso dirti solamente che ho amato Markus per quindici anni e una manciata di altri uomini prima di lui ed ora… – sorride di nuovo – l’amore è l’amore…”
Non resisto: “Ma… il sesso?” Eddai, dovevo chiederglielo.
“Il sesso… è diverso. Tutto qui”.
L’aereo atterra. Bacio Ingrid: “In the mouth of the wolf”, dico scherzosamente, e poi le spiego che significa.
“In the… mouth of the wolf” ripete divertita, e si congeda.
Da questa conversazione in realtà non ho appreso granché sull’amore saffico, ma ho imparato che per quanto ti impegni c’è sempre qualcuno che la combina più grossa di te. Povero Markus.

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Alberto Calorosi
Alberto Calorosi

Alberto Calorosi è nato a Genova nel 1972, vive e lavora a Parma. Nel 2007 qualche suo racconto è apparso sulla rivista La Luna di Traverso, sul quotidiano di Parma L’informazione e su un paio di antologie di racconti. È redattore di Tapirulan. Considera Fabrizio De André il più grande artista di tutti i tempi e si rammarica di non avere avuto l’opportunità di conoscerlo, anche solo per chiedergli cosa accidenti significa all’ombra dell’ultimo sole. Un giorno o l’altro imparerà a pattinare.

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