Come barzellette annacquate – parte 3

SBANG!

Riunione, poi di nuovo in aeroporto porcamiseria. Check-in, sicurezza, gate. Una cosa positiva degli aeroporti: c’è pieno di figa. Mi siedo a leggere.
Aprono il gate. Salgo. Menomale, almeno questo è un aereo decente, penso, rimirando i sedili confortevoli e puliti, i display LCD incastrati negli schienali, le maestose ali fuori dal finestrino che disegnano nell’aria forme curvilinee, sinuose, frutto di nuovi avanzatissimi studi di aerodinamica.
Non mi piace volare, devo averlo già detto. Non si tratta di paura vera e propria, tipo quelli che si aggrappano al sedile con dieci dita, il sistema nervoso rigido come un’autostrada e il sangue che pompa al cervello fino a farlo scoppiare come in quel film di Cronenberg. Semplicemente non mi piace, ecco.
Mi siedo, aggancio la cintura. L’aereo barrisce: quel rumore oscillante, sinusoidale, come di una sirena con la raucedine, poi accelera ed infine decolla. Fuori dal finestrino l’orizzonte si piega, le abitazioni scivolano inermi come su un’immensa pianura inclinata ricoperta di sapone. Siamo in mezzo alle nuvole, ora, le vedo scorrere come frettolosi batuffoli di cotone lacerati da una lama potente e crudele.
Un botto enorme: SBANG! Un lampo di luce mi abbaglia, una nuvoletta scura scaturisce dalla punta dell’ala a contaminare il bianco infinito in cui galleggiamo. L’aereo perde quota. Mi aggrappo al sedile con dieci dita, il sistema nervoso rigido come un’autostrada, il cervello in procinto di esplodere… ‘Sta succedendo – penso – sta succedendo proprio ora, e io sono inchiodato qui, maledizione!’
Quante volte mi sono chiesto cosa si prova a bordo di un aereo che precipita. Il senso di claustrofobia, sentirsi intrappolati, imprigionati, la vita che ti passa davanti, immagini, immagini, paura, disperazione, lacrime… No. Niente di tutto ciò. Me ne sto lì seduto, aggrappato al sedile a guardare le nuvole sfilare, la testa sottovuoto come se m’avessero ficcato in un orecchio un aspirapolvere di pensieri e lasciato questo soltanto: ‘sta succedendo ora sta succedendo ora sta succedendo…’, dissimulando il terrore in silenzio, con una sorta di tacita scaramanzia proprio come uno struzzo seduto per aria a diecimila metri che si è appena infilato mentalmente un cappuccio invisibile a forma di buco nella terra che, dio, speriamo funzioni almeno stavolta.
Pochi secondi, forse mezzo minuto: l’aereo beccheggia e poi ricomincia a salire. Nessuna comunicazione da parte del comandante, ricompaiono le hostess come fossero lumache dopo la pioggia armate di panini, bibite, snack, cravatte, sigarette, portachiavi a forma di aereo e smaglianti sorrisi da vibratore. Ricompaiono i passeggeri, che si tolgono uno a uno il sacchetto a forma di buco da sopra la testa.
Non ho idea alcuna di cosa sia realmente successo, probabilmente nient’altro che un fulmine. Non ha nessuna importanza per me: non voglio saperlo. Quello che so è cosa faccio se e quando appoggerò di nuovo il mio culo per terra, possibilmente senza spiaccicarmici, possibilmente a Madrid. Faccio che me ne esco dall’aeroporto, fumo una sigaretta, no, due, piglio un taxi per la stazione e me ne torno a Parma direttamente e senza passare dal via.
L’aereo atterra, si leva l’‘applauso degli italiani’, solo che qui non ci sono italiani a parte me che se applaudo le mani mi si frantumano in cocci. Fumo le mie due sigarette e poi piglio un taxi per l’albergo più vicino. Devo prendere una decisione. Una cosa è certa: o risalgo su un aereo subito o non ci salgo mai più.
Però… dopotutto è giovedì sera… sono a Madrid. Ripensandoci posso decidere anche domani. Nel frattempo… beh…

UNA VISITA AL PRADO

Mi sveglio alle nove. Il proponimento di ieri: visito il Prado la mattina e gironzolo per Madrid nel pomeriggio. Mi alzo, pisciatina, sigaretta e poi… torno nel letto a pensare. Quante cose strane ti capitano quando viaggi!
Ingrid, una donna che lascia il marito per scoprirsi lesbica ed innamorata. Una conversazione stimolante: una persona concreta eppure appassionata, razionale ma pazza; una persona vera. Mi racconta dei suoi mille dubbi che la rendono così umana; parla di questo fuoco che non riesce a spiegare, infatuata di una ragazzina… lei, proprio lei che di uomini, beh… insomma…
Mastico e rigiro nel cervello questo episodio come si farebbe con un chewing-gum. Prendo la realtà, ci aggiungo qualcosa, ricomincio da capo, tolgo qualcos’altro, inverto due eventi, inserisco un commento sagace, se mi viene, o una metafora balzana. Modifico i miei ricordi, sevizio la mia realtà talvolta fino ad ucciderla: a dimenticarla. E’ così che mi invento le storie.
E allora ad Ingrid aggiungo una figlia, cerco un nesso tra la sua storia e la mia. Infine – penso – Ingrid deve insegnarmi qualcosa. Per esempio un vecchio pensiero che feci su S. tempo addietro. Mi parve un po’ presuntuoso, allora, credere che mi respingesse per eccesso d’amore e accantonai in fretta la cosa. Ma può venir buono per Ingrid. Manca ancora qualcosa, un oggetto attorno a cui far ruotare la vicenda: la mia ‘Rosabella’. Mi sforzo ma non ci riesco: senza neanche accorgermene sono già passato all’altro episodio.
Valeria, l’addetta del reclamo bagagli: gentile, carina, magari pure spigliata, ma priva di quella scintilla… Voglio farne l’ennesima bella ma scema: un classico. Mi serve un po’ di complicità. Anche lei di Parma? Bah. Che abbiamo fatto? Le ho solo spiegato che mi è successo e le ho dato il documento. Nient’altro. Che mi abbia raccontato di quando ha perso lei la valigia? Banale. La foto sul documento, ecco! La guardano tutti storto, quella stupida foto! Mi invento una replica al confine tra audacia ed invadenza, che dovrebbe rompere il ghiaccio. OK, ora… il modo più veloce per sputtanarla. Le cade una spallina e le esce una tetta. Dai, scherzo. Ecco: non conosce il significato di una parola e mi fraintende. Semplice, immediato. Ma che parola? Niente da fare. Giriamo la frittata: prima trovo la parola giusta poi la cucio attorno alla valigia. Ancora niente. Ritorno a Ingrid. Mi serve qualcosa di tanto importante per me quanto io sarei per S.. Ma cosa? In aereo poi… Una catenina? No… ecco, trovato! Una vecchia foto. Perfetto: sta anche nel portafogli.
Due episodi ‘aeroportuali’, quindi, due brandelli di viaggio, vero o presunto. C’è poi quella paginetta dell’altro ieri a Vigo mentre me ne stavo sul terrazzo coi piedi sulla sedia e una birra in mano, in cui racconto di quant’è bello starsene su un terrazzo coi piedi sulla sedia e una birra in mano. Ci avrei trascorso tutta la serata, se non fosse stato per quel gabbiano del cazzo… Il gabbiano: devo metterlo dentro.
Mi sta nascendo tra le mani quel racconto che cerco di scrivere ormai da un anno; una storia di levatacce, di alienazione, di pace e divertita sorpresa nei confronti del mondo: quello che a volte succede nei miei cosiddetti viaggi d’affari. Una storia per una volta senza fidanzate, ex-fidanzate, scaricamenti e saluti non corrisposti. Senza invettive, malinconie, senza ripensamenti. E soprattutto senza un culo, una tetta o un pompino ogni venti righe. Magari ci metto dentro anche quel frammento di qualche anno fa: una notte tormentata, un sogno tanto surreale quanto vivido che buttai giù di getto sull’aereo di ritorno. Non è un granché, ma… aspetta… Facciamo che lo incontro davvero l’amministratore delegato della Pxxx. E se il quartier generale è sparso nel bosco chi può essere il direttore? Beh…
Mezzogiorno inoltrato. Accendo il PC e butto giù qualche frase sparuta: immagini, metafore e freddure che non voglio dimenticare. Oltre ad una traccia della storia. Che altro… uhm… c’è quel brano che racconta il mio ‘quasi incidente’. E’ orrendo: sarà dura raddrizzarlo, e poi non fa un cazzo ridere. Lo rileggo con la massima benevolenza: niente da fare, fa veramente cagare. Però mi piace quella frase finale in cui il protagonista s’incazza con Dio per averlo fatto precipitare e Dio gli risponde che in fin dei conti c’è andato con le sue gambe su quel trabiccolo. Tra l’altro Dio è un appassionato di flipper, he hee carina questa: la uso di sicuro. Al limite offrirò una birra a Kevin Smith dovesse mai questa storia finirgli tra le mani. In un paio d’ore sviluppo di getto quello che diventerà ‘Un vecchietto niente male’: il brano più divertente di tutto il racconto, un signor finale. Peccato mi tocchi metterlo all’inizio.
Sono le tre passate, ho fumato quindici sigarette e praticamente non sono ancora uscito dal letto. Il Prado chiude fra poche ore. La storia pare quasi completa. In questo momento non l’ho ancora vissuta, ma più avanti aggiungerò la cosa della cassa che mi capiterà domani. Tento di ribaltare il canovaccio in modo da chiudere con ‘Un vecchietto niente male’ ma proprio non riesco: se metto il ‘vecchietto’ dopo ‘Sbang!’ non funziona più niente. Mi serve un altro finale altrettanto robusto. Di certo non questa sbrodolata, men che meno la cazzatina della cassa. Da tempo ho in mente di riscrivere ‘La nazionalità di Che-Guevara’, una storiella di parecchi anni fa. Che-Guevara è argentino, ah, non me lo scorderò mai più. Avevo anche preso qualche appunto a riguardo… mi sa che… eccoli, infatti. Il problema è che non ha niente a che vedere col resto. Ma forse nessuno degli episodi ha poi molto a che fare con gli altri. Quindi… come incastrarla? Beh, potrei inventarmi una festa a Milano con Max… Sì, trovato: torno il giorno prima, si va assieme alla festa e poi dormo da lui.
Siamo al tramonto, oramai. Sono uscito dal letto ed ora mi trovo nella veranda dell’hotel con una lunga fila di bicchieri vuoti davanti. Ho trovato la parola da dire a Valentina e ho spinto il gabbiano che caga dentro alla storiella non una ma due volte: è bastato questo per farla funzionare egregiamente. Sto riscrivendo ‘La nazionalità di Che-Guevara’. Ho tolto tutta la storia della festa e ho concentrato l’attenzione su… beh, vedrete. A caldo mi pare più scorrevole, ora, e potrebbe anche essere un discreto finale. Ma non sono convinto del tutto: volevo lasciare il sesso completamente fuori da questo racconto. Mah, vedremo.
Sono le nove passate: sospendo e me ne vado a cena.
Ritorno in veranda sorseggiando un Tia Maria. Mi faccio un appunto: ‘aggiungere storia cassa’. Confesso: sono parecchio curioso di sapere che cosa mi accadrà.
Rileggo il tutto. ‘Il vecchietto’ è a posto così, ‘Che-Guevara’ in chiusura non è affatto male: ho provato a limarlo ma se tolgo il sesso si sgonfia completamente. Vabbé… Gli altri sono a livello di canovaccio oppure vecchi frammenti. Al centro c’è sempre quell’orribile storia dell’incidente, ho perso due ore a cercare di aggiustarla. Ma perché non la levo?
Eppure non sono soddisfatto. Sono ancora parecchio lontano dal vedere la fine e già mi rendo conto che non ho in mano il racconto che volevo. Ho invece una successione di barzellette lunghe con frizzo finale, più o meno divertenti, più o meno annacquate. Mi scervellerò nello sforzo di incollarle con l’unico risultato di esacerbarne la forma ed affogarle le une dentro le altre. Oppure le lascio davvero così, sì, magari per una volta lascio che la storia si componga nient’altro che di una manciata di barzellette annacquate. Sminuisce? Dai, forse no.
Mi faccio una passeggiata nel giardino dell’albergo: una gradevole brezza serale; contemplo le luci lontane della metropoli. Mi fumo una sigaretta camminando su e giù mentre mi sforzo di pensare a come chiudere degnamente il brano più lungo e melmoso: questo. Sto parlando di ciò di cui parlo: difficile uscirne dignitosamente.
Uhmm, uhmmm… sai che… sì, ci sono: corro di nuovo al tavolo, riaccendo il PC e mi metto a contare.
Cinque… quattro… tre… due… uno. Il telefono squilla: è Max. “Ciao Albi!”
“Max, ciao! Veloce ché sono in Spagna. Vuoi invitarmi alla tua festa, vero?”
“S…sì, come fai a saperlo?”
“Lascia stare, comunque accetto ben volentieri! Senti… io decollo domani nel pomeriggio, sarò a Milano sotto sera. Ci vediamo alle nove al bar Magenta, tu sei là, vero?”
“Beh… s…sì, vuoi…”
“…dormire da te? Ma certo! Grazie”.
“Senti ma come fai a…” percepisco lo sbalordimento nel tono di voce.
“E’ una lunga storia: un giorno la leggerai”.
“Ma…”
“Ciao, eh, ci vediamo domani. Alle nove”.
“C…ciao”.
Riattacco, sorrido. Anche questa è fatta. E pensare che dovevo andare al Prado, oggi.

Condividi il tuo amore
Alberto Calorosi
Alberto Calorosi

Alberto Calorosi è nato a Genova nel 1972, vive e lavora a Parma. Nel 2007 qualche suo racconto è apparso sulla rivista La Luna di Traverso, sul quotidiano di Parma L’informazione e su un paio di antologie di racconti. È redattore di Tapirulan. Considera Fabrizio De André il più grande artista di tutti i tempi e si rammarica di non avere avuto l’opportunità di conoscerlo, anche solo per chiedergli cosa accidenti significa all’ombra dell’ultimo sole. Un giorno o l’altro imparerà a pattinare.

Articoli: 78

Lascia una risposta