Non è degli agili, la corsa
Né dei forti, la guerra
Perché il tempo e il caso
Raggiungono ogni uomo
(Munich)
All’inizio soltanto l’assenza di luce. E la sensazione di galleggiare in una dimensione onirica che non mi appartiene. Il sogno di qualcuno, mi scopro a pensare quando mi prende alle spalle un odore di quasi estate, di eccitazione e di incerto amore adolescenziale. Conosco bene quell’odore, non ho bisogno di voltarmi: lui è qui. Un passo dietro di me. La sola persona che abbia mai desiderato al mio fianco, un occhio verde ed uno azzurro. Come se il tempo si fosse riavvolto, vecchia videocassetta di uno spettacolo amatoriale che lentamente e faticosamente torna al proprio inizio e concede un momento di profondo silenzio, prima di rivivere quella che potrebbe essere, come ogni volta, l’ultima volta.
Mi sento distante da me stessa, da quello che sognavo di diventare. Sembra così lontano il tempo delle grigliate sul fiume, lontane le birre a raffreddarsi nell’acqua corrente. Contessa De Artois, mi chiamavano quando i nomi erano alcolici, alcolici i pensieri. Aspettavamo la notte per rivelarci, per scandire alle stelle distratte i sogni e le paure con dizione da teleromanzo. Allora, che cosa è successo? Dove sono le risate incontrollabili, le promesse di eterna fedeltà, i motti alla Dumas: uno-per-tutti-tutti-per-uno? Dove sono, ora che l’unica cosa rimasta è un saluto con la mano da una parte all’altra della sala di un ristorante in cui capita la coincidenza di un incontro? Non so perché mi manchi, tutto questo. A dire il vero non sono nemmeno certa che mi manchi. La mia immagine, riflessa nel fiume, era quella di una ninfa triste che sapeva, sentiva, di dover essere altrove. Così ho seguito l’istinto, ho accettato di allontanarmi dalle certezze che non mi permettevano di vedere chiaramente quale fosse il percorso che desideravo per me, per i miei presunti ed indefiniti talenti. Ed ora, in un altro tempo, in un altro luogo, non riesco a far tacere quella voce nella mia testa che continua a suggerirmi quanto questo sia l’altrove sbagliato.
Mi volto, cercando il suo viso. Silenzio.
Non so da dove arrivi, la luce improvvisa che m’inonda con violenza -mi mostra una cucina che è la mia cucina, le mie tazze perfettamente allineate, la teiera sul fuoco che sta per soffiare- ma i colori resistono soltanto un secondo prima di sbiadire in una fumoso bianco e nero anni ’40. Guardo le mie mani, sono sbiadita anch’io, come tutto quello che riesco a vedere. Solo i suoi occhi non cedono e continuano a lanciare piccoli lampi commoventi di cielo e di mare. Ancora, silenzio.
Mesi fa, in attesa di un piatto messicano, non seppi resistere alla tentazione di ascoltare le strane teorie dei ragazzini seduti al tavolo accanto al mio. Discutevano la loro Teoria Dell’Oro: acquistare i diritti del silenzio. “Se acquistassimo i diritti del silenzio, allora ogni volta che in una stanza non c’è alcun rumore, qualcuno ci dovrebbe pagare. Diventeremmo ricchi senza dover mai lavorare.” “Ma quand’è che non c’è alcun rumore? Se uno respira, fa rumore… Le persone nella stanza non dovrebbero nemmeno respirare…” “E poi qualcuno, qualcuno di noi, dovrebbe essere presente e dichiarare che c’è davvero silenzio, altrimenti come facciamo a sapere a chi chiedere i soldi?” “E’ come la storia dell’albero che cade nel bosco!” “Quale albero?” “Quello che cade nel bosco: se un albero cade nel bosco e non c’è nessuno sentire, fa ugualmente rumore?” “Se non c’è nessuno a sentire, a chi frega se il cazzo di albero cade o no?” “Non è questo il punto!” “Invece è proprio questo, cazzo! Se nessuno sente il silenzio, nessuno ci paga!” “Il silenzio assoluto non esiste, lo volete capire o no?”
Quello che c’è ora. Questo, è il Silenzio Assoluto. Così perfetto ed innaturale da temere che possa prendere vita ed inghiottire la stanza ed inghiottire noi, che non siamo capaci di frantumarlo.
-Sono io che ti ho chiamata- dice infine.
-Te ne eri andato- dico io e lui abbassa lo sguardo. La luce nella stanza si spegne per il tempo di un attimo. Poi torno a vedere, l’occhio verde m’implora, l’occhio azzurro mi sfida.
-Non significa che volessi farlo.
Vorrei dire che non importa, che non ero tenuta a sapere quali fossero i suoi desideri. Che non sa che cosa significhi ricominciare. Ricominciare con gli sguardi, le confidenze, le paure e le speranze. Provare di nuovo un legame, leccare il sangue quando la corda si spezza e ferisce il tuo braccio come una frusta. Ripetersi a memoria la vecchia favola del tempo che dovrebbe sistemare ogni cosa, ma che è una menzogna. Perché forse sì, forse il Tempo cancella, riscrive, seppellisce. Il Tempo incarta i ricordi con pellicole patinate che riflettono la luce in modo tale da alterare ogni percezione, ma ci sono altre ferite di cui non si parla e che non si rimarginano. Smettono di sanguinare, certo, ma non si cicatrizzano mai del tutto e basta un niente, per riaprirle. Basta una parola, un profumo di-quasi-estate che colpisce con la precisione di un cecchino.
-Non significa che volessi farlo. C’erano altri problemi che dovevo risolvere.
-Non sono brava ad interessarmi di questioni che non mi riguardano.
-C’è chi lo chiama egoismo.
-Io preferisco auto-conservazione.
-…
-…
-Che cosa facciamo, ora?
Inizio a capire. Come spesso accade, non esiste una risposta che sia giusta. Non esiste una risposta che sia sbagliata. Esistono soltanto le possibilità. Prima di trovarmi qui, la sola immagine che la mia mente continuava a ripropormi era quella di una ballerina intrappolata nel suo carillon rotto. Eppure io, che ballerina non sono mai stata, non ero sicura di poter trovare una ragione che fosse buona per liberarmi. Dopotutto bastava la sottile consapevolezza di una via di fuga, a trasformare il carillon costruito da lui nel contrario di prigione: casa, rifugio. Scelta. Ora che sono libera di danzare in giro per il mondo, la musica si è interrotta. E di tutte le scelte possibili, nessuna mi fa sorridere.
-Andiamocene di qui, insieme.
Di nuovo, silenzio. Di nuovo la stanza scompare, restiamo noi a mantenere in equilibrio il buio. I suoi occhi sbiadiscono lentamente, ma c’è qualcosa che brilla nella mia mano. Una biglia di vetro, colorata, come un piccolo sole infuocato. Non posso dire sì. Non posso smettere di guardare la biglia di vetro, rossa, che improvvisamente è tutto ciò che resta.
