Il campione

«Raccontami una storia di quando eri giovane.»
Gli occhi tondi del vecchio si strinsero, sorrise e incominciò.
«Ti racconterò la storia di un vero campione. Una storia di combattimenti all’ultimo sangue, avventure e lealtà.»
Il giovane non stava più nella pelle e si mise a saltellare per la gioia. Il vecchio attese. Fece calare un silenzio drammatico e poi disse.
«In quei tempi tutto era lecito. Era un’epoca di frontiera. Il pugilato, poi, era il campo prediletto di questo gioco al massacro. Una sfida in cui si mettevano alla prova le facoltà dei combattenti. Si combatteva a mani nude, anestetizzati dal contenuto d’intere bottiglie di whiskey. Gli incontri continuavano a oltranza e si disputavano in anelli di corda posati sul suolo polveroso. Di lì la parola “ring”, anello.»
«E perché poi è diventato quadrato?»
«Vallo a capire. Comunque, quadrato o tondo che sia, ricordo esattamente l’aria che si respirava. Terra, alcool e sudore. In quegli incontri all’ultimo sangue s’intravedeva ben poco della nobile arte che sarebbe diventata la boxe. Se non la vezzosa volontà del bizzarro. Ecco cosa c’era di nobile in quel periodo di barbare scazzottate: il morboso desiderio di sperimentare il grottesco.»
«Grottesco?»
«Sì, il desiderio d’intrattenersi con il ridicolo, il bizzarro e lo stravagante era comune a nobili, marinai, dame e stallieri. E non aveva confini. Dall’Inghilterra alla Francia, da Marsiglia a Genova: ogni città di porto diventava un ring e ogni banchina una scommessa. Dalle navi sbarcavano, fianco a fianco, uomini duri e animali esotici e io, che ero lì, ricordo con ansia quelle notti fra grida e bestemmie. Gallomachie, corse di topi, cani da combattimento, pugili contro savateur, orsi contro squali, tigri contro gorilla. Non c’era nessun limite e nessun decoro e, visto che il pane era poco, gli spettacoli dovevano abbondare.»
«Come al Colosseo?»
«Esatto, proprio come i gladiatori nell’Anfiteatro Flavio: completamente circondati dalla puzza di rabbia. Si sente a naso, sai? Io ricordo con nitidezza la prima notte in cui partecipai ad uno di quei tetri spettacoli. Lo sento ancora, quell’odore metallico che il sangue condivide con la paura.»
Parlando con le mani in grembo, dondolò dolcemente sui piedi. Il giovane l’osservò accarezzandogli il braccio. Con lo sguardo l’implorò di continuare. E il vecchio raccontò.

«Quella notte, una nave da carico battente bandiera australiana approdò nel porto di Genova. Le operazioni di scarico iniziarono verso le 2,30 di mattina. I camalli furono svelti e la stiva si svuotò in un attimo. Quegli uomini, tagliati dal sale e dalla tramontana, facevano una certa impressione. Facce di cuoio da veri marinai. Avevano fisici asciutti e nervi a fior di pelle, abituati com’erano a tendersi tra “terrazze” verticali e sartiame. Uno di loro, in particolare, aveva una fama eccezionale…»
«Grande! Era un eroe?»
«Quasi. Quello scaricatore era alto e possente, ma con una grazia da ballerino di fila. Camallava da solo casse da due tonnellate e, camminando in bilico su una passerella di legno ondeggiante, le depositava sul molo. Una dopo l’altra, senza soluzione di continuità. Ricordo i suoi occhi… Nei suoi occhi solo fame e cattiveria.»
Il vecchio s’interruppe e il giovane lo tirò per un braccio per farlo ridestare da una memoria tanto vivida quanto lontana.
«…i compagni, quella sera, decisero che il loro campione sarebbe stato lui. Aveva una grande responsabilità, capisci?»
Il giovane annuì assorto.
«Presero una gomena marcia d’acqua e tracciarono l’anello. Poi, in un inglese infarcito di dialetto iniziarono a contrattare con l’equipaggio australiano. Gli stranieri risero, si guardarono e, in breve, fecero la loro scelta. Iniziarono a girare banconote di tutti i tagli. Il camallo genovese attendeva nel ring. A torso nudo stirava i muscoli del collo e scioglieva le braccia. Senza timori guardò gli australiani posare nell’anello una cassa di legno forata. Lui, per tutta risposta, si bendò le mani, prese una golata di alcool e si asciugò la bocca con l’avambraccio. I suoi occhi castani rimasero immobili, già in trance agonistica. Di quei minuti di trambusto ricordo poco, solo il vociare dei marinai e lo sciabordio della risacca sul molo.»
«E poi?»
«Poi un piede di porco aprì la cassa con fragore. Il lato frontale cadde snudando i chiodi arrugginiti. Il camallo si riscosse. E io finalmente vidi.»
Gli occhi castani del vecchio corsero fino al quel giorno di molti anni fa. E si fermarono lì.
«All’interno della cassa s’intuiva una silouette ricurva. Poi piccole zampe anteriori tastarono la penombra fra l’ilarità generale. La figura contenuta nella gabbia avanzò. Quando videro uscire il busto, i genovesi schiamazzarono sguaiatamente. Il naso tagliente annusò l’aria tentennando. I camalli, piegati in due per le risate, s’interruppero solo quando la parte posteriore della figura uscì dalla gabbia. Di sicuro pensarono che Madre Natura doveva aver creato quella “cosa” in due giorni differenti, perché quel busto esile non aveva nulla a che spartire con le esplosive zampe posteriori.»
Il giovane ascoltò rapito. Il vecchio fece schioccare la lingua, si passò un braccio sulla faccia e proseguì.
«Uollabi, si capiva dalle parole degli australiani che, sbattendo i pugni al petto, lo aizzavano. E io sentivo rimbombare nella testa, quel nome. Uollabi! Uollabi! Uollabi! Poi l’incontro iniziò.»

«Gli avversari si studiarono per un po’. Il marinaio saltellava con le gambe a compasso e fù subito evidente a tutti che, nei suoi viaggi, aveva appreso le nozioni basilari della boxe. Girò in tondo, seguendo il perimetro del ring. Il suo avversario saltellò fino al centro del cerchio mostrando, in tutta la sua lunghezza, una coda tonda e muscolosa. Uollabi aveva paura e le orecchie giravano in tutte le direzioni. Il primo a rompere gli indugi fu l’uomo che, sapendo le regole del gioco, si fece sotto con un diretto sinistro d’avvicinamento che Uollabi incassò sulla spalla, proprio qui.»
Il giovane vide il vecchio toccarsi il braccio.
«Uollabi era scioccato dal rumore, sentì crescere la paura dentro di se, ma non reagì. L’uomo incalzò. Sinistro, destro sinistro, Tutti sul muso. Bam, bam, bam. E questa volta la creatura australiana accusò, rimanendo stordita.
«Aveva già vinto?»
«No, no. era ben lontano dall’aver messo ko il suo avversario. Si riprese subito, scuotendo la testa triangolare. L’uomo lo guardò e rimase stupito: si era beccato tre pugni sul muso e non aveva emesso nemmeno un guaito, ammesso che guaisse. Uollabi, per evitare lo scontro diretto, si diresse verso l’esterno del cerchio saltellando con le enormi leve posteriori. I marinai non lo fecero passare e, facendo cordone, lo spinsero all’interno del ring. Si girò proprio mentre il genovese gli assestava un gancio basso sul marsupio. Emise un flebile suono, impercettibile a chi non fosse lì, a due passi.
«E tu come hai fatto a sentirlo?»
«Beh, diciamo che ero molto vicino…»
«Dai! Fico! E poi?»
«Negli occhi dell’uomo passo l’ombra di uno scrupolo. Sentendo affondare le nocche nel morbido ventre dell’animale tentennò. Il pugno era penetrato nell’addome di Uollabi senza incontrare alcun tipo di ostacolo: né muscoli, né ossa. L’uomo, evidentemente, era meno duro di quanto mostrasse. Attese, chiedendosi se, con un solo colpo, potesse arrivare a qualche organo vitale.»
«Vuoi dirmi che bastò un solo colpo al campione per vincere?»
«Tu credi?…Mmm…Ascolta. L’uomo attese e l’indecisione gli costò cara. Uollabi schizzò in avanti e, con le zampe anteriori, colpì il camallo in pieno volto. L’uomo sentì male e rivoli di sangue gli colarono lungo le guance.
In un incontro esiste un preciso momento in cui, anche se c’è un effettivo equilibro, le sorti si sbilanciano a favore di uno dei due contendenti. Un vero combattente, come imparai in seguito, continua a lottare anche quando sa che l’ago della bilancia sta per pendere dall’altra parte.»
«E quella volta? Dove andò l’ago della bilancia?»
«lasciami raccontare, non avere fretta. Allora…Uollabi saltellava come una molla e l’uomo, con i suoi pensieri, lo seguiva girando. Il boxeur non sapeva come approcciare al corpo a corpo: qualsiasi finta andava a vuoto, contro un avversario così puro e reattivo! La frustrazione si dipinse sul volto affaticato dello scaricatore che attaccò senza teoria.»
«Così, alla cieca?»
«Così.»
Il vecchio si mosse all’indietro e simulò una scherzosa carica a testa bassa. Poi ricominciò la narrazione, dondolando avanti e indietro.
«Sai cosa significa perdere un incontro di fronte alla propria gente? Cosa vuol dire andare al tappeto come campione e rialzarsi come perdente?»
I rotondi occhi castani diventarono lucidi, specchio di ricordi passati.
«E tu lo sai?»
«Certo, l’ho visto con questi miei occhi…e poi l’ho sentito sulla pelle.»
«E quell’uomo? Alla fine ha perso? Ma non era un campione super?»
«Lo era, ma ha avuto uno scrupolo. Si è bloccato per colpa di un microscopico moto di coscienza proprio mentre Uollabi si appoggiava sulla coda e, con le zampe posteriori, lo colpiva in pieno petto. Avere uno scrupolo. Un errore che gli costò caro. Perse conoscenza e si riebbe solo con i sali. Uollabi ritornò nella cassa saltellando. Dall’oscurità occhieggiò la folla per lunghi minuti. I debiti furono pagati e Genovesi e Australiani bevvero alla salute del nuovo campione.
L’uomo rimase a terra, nella polvere. Le mani sul volto, così.»

«Io uscii dall’oscurità e mi avvicinai. Lui alzò lo sguardo e vide il suo recente avversario che lo guardava. Si scostò spaventato. Appoggiai il naso sulla testa dell’uomo sconfitto.»

«In quel momento vidi gli occhi di un perdente da vicino e persi per sempre. Non ho mai più trovato un avversario che mi riservasse la dignità del dubbio e la cortesia degli scrupoli. Ho combattuto per molti anni ancora e spero che tu non lo debba mai fare, perché non ho più visto un uomo che sapesse perdere con la dignità di un campione.
Oggi sono vecchio e sto ancora cercando.

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Edoardo Cavazzuti
Edoardo Cavazzuti

Odia cordialmente il termine “Creatività”. Se chiedete a lui, vi dirà che è un costruttore. Ama le storie, il brand design e i LEGO, ma si occupa anche di marketing, web, social media, formazione e, più spesso di quanto dovrebbe, di contenuti. Dice che il Grunge non è mai esistito. Dovesse cambiare lavoro, farebbe l’insegnante; avesse più costanza sarebbe uno scrittore.

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