In un’altra vita

Partii da Milano la mattina del 12 dicembre del 2000.

Uscivo da una notte insonne impiegata a cercare, invano, di finire “La schiuma dei giorni”. Non potevo incontrarlo senza averlo finito: gli avevo chiesto, una volta, di consigliarmi un libro, lui che leggeva tanto. Mi aveva risposto “leggiti La schiuma dei giorni, di boris vian”.

E pensando a lui l’avevo comprato, iniziato a leggere e continuato allo sfinimento. Lo dovevo finire, se non l’avessi finito -pensavo- sarebbe stato come andare ad un esame senza aver studiato niente: inutile.

Ma avevo un viaggio in treno di 2 ore ad aspettarmi, ce l’avrei fatta.

Che fatica quella mattina alzarmi, lavarmi i capelli, vestirmi…scegliere il modo in cui avrei voluto mi vedesse, cercare di capire in che modo mi avrebbe voluta vedere. considerare che apparivo così diversa da come doveva ricordarmi, pensare a come poteva essere diventato lui. Tutto col cuore in gola.

Ero quasi a Bologna quando lo chiamai.

Mi aveva scritto “vieni quando vuoi, anche senza avvisare”. così avevo fatto. non l’avevo mai chiamato, non avevo mai avuto il coraggio.

non sentivo la sua voce dall’estate del ‘95, quando lo chiamai, il giorno prima dei suoi esami di maturità, sperando che sarebbe tornato al mare dove l’anno prima ci eravamo conosciuti. Mi disse che sarebbe andato a Londra, che forse sarebbe venuto al mare per una settimana. non lo sentii nè lo rividi mai più. Il proprietario dell’albergo, una volta arrivata, una sera, parlando del più e del meno, disse che lui aveva chiamato, che aveva intenzione di venire, ma erano ormai al completo.

Il cuore mi batteva così forte che non riuscivo nemmeno a parlare, la mia voce tremava. La sua voce, la sua “esse” un po’ magiucchiata, il suo forte accento bolognese…era tutto uguale. Dopo 5 anni, l’avrei riconosciuta tra mille voci.

Mi disse che era in corso una riunione, che avrebbe cercato di liberarsi appena possibile. Mi diede appuntamento dopo un paio d’ore davanti alla Feltrinelli.

Finii le ultime pagine nella sala d’aspetto della stazione, accanto al buco della strage di Bologna.

Poi mi incamminai verso il centro.

Dopo aver girato per un po’ nel freddo umido della città mi sedetti, con la faccia rivolta al sole, sui gradini di San Petronio, aspettando l’ora del nostro incontro.

Lui mi richiamò, si era liberato, mi avrebbe raggiunta lì.

Il mio sguardo iniziò a cercarlo e ancora non pensavo fosse possibile che stesse accadendo a me.

e pensare che avevo provato per gioco a cercare il suo indirizzo e-mail in quel piovoso e nostalgico pomeriggio dello scorso settembre. E non era affatto scontato che l’avrei trovato. E non era detto che lui si ricordasse di me, tanto meno che gli sarebbe interessato rivedermi…

Decisi di scrivergli, di bussare timidamente alla sua porta.

Il mio essere lì in quel momento era legato ad una tale serie di coincidenze che non poteva essere casuale. La vita mi dava una seconda possibilità, quella che si sogna sempre ad occhi aperti ma che non accade mai. in quante persone l’avevo cercato invano in quegli anni?

Lo vidi, mi apparve quasi dal nulla, neanche il tempo di rendermi conto…

Me lo ritrovai davanti. Aveva una giacca di pelle nera, un paio di jeans, un maglione scuro. nessuna traccia di quei capelli ossigenati, un po’ punk, né del lungo orecchino che portava all’orecchio sinistro quell’estate. Era castano in realtà, e i capelli erano cortissimi.

Mi sorrise. il suo sorriso, quello sì, era lo stesso, seppure con un briciolo di malinconia nei suoi grandi occhi scuri, a soppiantare la spensieratezza dei suoi 17 anni.

Mi disse “Questo incontro è stato un crescendo mediatico…prima le mail, poi il telefono, ora finalmente ci vediamo…”

“Non sei cambiato niente” dissi io, e mentre lo dicevo pensavo che non era vero: era molto diverso, in realtà, ma era diventato proprio uguale a come mi aspettavo di trovarlo.

Lui mi disse “Tu sì, un po’”, riferito forse al mio terribile caschetto color carota, retaggio di ribellione post – erasmus.

Mi portò all’Orsa a mangiare qualcosa. Iniziò ad accompagnarmi un imbarazzo che non se ne sarebbe mai andato: Dov’erano finite tutte le cose che avevo da dirgli? Tutte le esperienze che avevo fatto? Tutto ciò che di interessante pensavo fosse successo nella mia vita?

Tutto era scomparso. Nella mia testa una bolla d’aria vuota. Eppure avevo speso così tanti pensieri su ciò che gli averi raccontato, com’era possibile che fosse tutto scomparso? Non riuscivo a pensare a nulla, non riuscivo a dire nulla per paura di dire banalità, e quelle in effetti mi uscivano dalla bocca ogni volta che l’aprivo. Iniziai a pensare che infondo non ero poi cambiata tanto rispetto alla timida e impacciata sedicenne che aveva conosciuto. E iniziò a cogliermi uno spaventoso senso di inadeguatezza.

Mi portò alla mostra di Klee. I nostri passi scandivano il tempo e lo spazio. Le stanze bianche, la luce del primo pomeriggio si infilava dorata ad illuminare i colori.

Finimmo poi in un pub: gli avevo accennato che nei miei 6 mesi trascorsi in Belgio avevo imparato ad apprezzare la birra…

Quell’altra volta, anni prima, la sera in cui ci eravamo conosciuti, in un altro pub lui aveva ordinato un Gin-lemon, io una Lemonsoda. Uno schermo trasmetteva MTV via satellite dall’America: mi sembrò fighissimo. Da quella volta il Gin lemon diventò l’unico alcolico che mi veniva in mente di ordinare, in qualsiasi bar mi trovassi…E quel pub, il White corner, il mio preferito. Anche se non mi capitò più di entrarci con lui.

Sedemmo l’uno di fronte all’altra, due boccali di birra chiara tra noi, poi altri due, facilitavano le mie parole ad uscire allo scoperto. Parlammo un po’, per lo più delle nostre esperienze all’estero: io reduce dall’Erasmus, lui da una tesi in Olanda. Avevamo calpestato le stesse terre nello stesso periodo, attraversato le stesse “atmosfere liquide” del Nord … lo trovai incredibile.

Poi smettemmo di parlare. Non so per quanto tempo andammo avanti a sostenere l’uno lo sguardo dell’altro, quasi volessimo entrarci rispettivamente in testa. Nei miei ricordi fu un lungo quarto d’ora. Guardavo il suo viso di adesso confrontandolo con i miei ricordi, riempivo i miei occhi della sua immagine.

Quando uscimmo dal pub il mio equilibrio era piacevolmente instabile, fuori era già buio e andammo a casa sua. Aveva inizialmente pensato di portarmi ad una festa da amici, poi durante il lungo silenzio mi disse “mi sa che ti porto a casa, non alla festa”. Io, che iniziavo ad avvertire la stanchezza per aver perso la notte precedente, mi dimostrai contenta di quella decisione. Gli sorrisi e gli dissi “per me va bene, non ho dormito tutta notte, sono distrutta…”.
“perché non hai dormito?”
“per l’emozione di incontrare te…”

Camminammo fin sotto ad un portico tanto basso da dover chinare la testa. Aprì una porticina di legno marrone, a fianco la serranda di un garage, in una viuzza piccola piccola.

Entrammo direttamente in quella che era stata allestita come una cucina.

A destra c’era la stanza della sua coinquilina. Me la mostrò e mi disse che avrei potuto dormire lì se avessi voluto: lei sarebbe stata fuori quella sera. Quella stanza era, in effetti, l’interno del garage…

A sinistra della cucina la sua stanza, dipinta di azzurro, una piccolissima finestra quadrata in alto. In basso giusto lo spazio per il futòn, un comodino fatto di libri impilati, un piccolo tappeto sull’unico pezzetto di pavimento libero, uno stereo, poster qua e là.

Mi sedetti per terra, mi tolsi le clarks e mi appoggiai a gambe incrociate con le spalle al muro.

Mi chiese che musica preferivo, gli chiesi di mettere Satie: me lo aveva nominato in una mail, aveva paragonato le Gymnopédie alla pioggia che cadeva, mentre mi stava scrivendo, … ma io non avevo idea di ciò di che intendesse…

Accese la musica, si sdraiò sul letto, la lampada accesa su quel cubo di libri gli illuminava il viso. Mi lanciò un cuscino rosso a forma di cuore. Io mi sdraiai sul tappeto, abbracciai il cuscino.

Il pianoforte scioglieva lentamente la tensione ma continuavo a chiedermi che cosa ci fosse dietro quegli occhi, quale desiderio, quali sensazioni, quali sentimenti…

Passarono minuti, passò musica, passò un silenzio così denso da togliere il fiato.

Raggiunsi la sua mano con la mia, all’improvviso. La strinse, come se avesse aspettato solo questo dal momento in cui ci eravamo incontrati. Mi fece un po’ di spazio sul suo letto. Timidamente mi avvicinai, ci sdraiammo entrambi, occhi negli occhi. Il cuore mi esplodeva in petto.

Fu il mio primo bacio d’amore. Mi addormentai, protetta, avvolta dal suo corpo, con una serenità mai provata prima. Ero lì, finalmente. Ero dove avrei voluto essere da anni: tra le sue braccia. E adesso potevo dormire.

Mi risvegliai con i morsi della fame. Lui pensò che avessi finto di dormire, io difesi divertita il profondo e breve sonno in cui ero caduta.

Mi cucinò una pasta al tonno, unici 2 elementi commestibili in quella cucina di fortuna. Mi parlò di Bologna, di come ultimamente non fosse troppo viva: c’era un sindaco di destra, non c’erano più tanti rave come un tempo… Ascoltavo. E chi aveva mai visto un rave prima? Non scesi in particolari sulla mia totale ignoranza in materia. Mi sentivo un’altra persona: mi aveva accolta e ormai niente più importava.

Mi andai a lavare i denti. Il bagno era incastrato tra la cucina e stanza della sua coinquilina, ricavato in un pezzo del garage: la serranda a fianco del cesso come unica separazione con l’esterno. Che posto allucinante… Lo ritrovai seduto a gambe incrociate sul letto, mentre sceglieva nuova musica. Mi dava le spalle. Salii sul letto, mi inginocchiai e abbracciai la sua grande schiena. Lo sentii trasalire. Abbandonò la sua attività e mi portò davanti a lui.

Avevo quasi 23 anni. Non mi ero mai spogliata davanti ad un uomo.

6 anni prima mi ero innamorata di lui solo vedendolo, di spalle, salire i gradini dell’hotel col suo cane., Se soltanto quell’ultima notte al mare non mi avesse lasciata andare a dormire dopo la discoteca, se avesse fatto ciò che avrebbe voluto: chiedermi di fargli compagnia mentre rifaceva la valigia per tornare a casa. Se avessi io capito, se avesse lui capito, l’avrei amato allora.

Non sapevo che fare. Mi vergognavo all’idea di essere così inesperta. Non credevo davvero potesse essere una cosa da apprezzare. Mi sentivo impacciata e chissà quante ragazze prima di me erano passate tra quelle braccia…

Così stavamo lì, inginocchiati sul letto l’uno di fronte all’altra.

Si levò il maglione. Lo imitai.

Doveva aver capito il mio imbarazzo. Chissà quanto aveva capito? Ci infilammo sotto il piumone con i jeans ancora addosso e piano piano mi sfilò anche quelli.

Scese a baciarmi in un modo che mi fece sentire paralizzata. Il sangue era sparito dalle mie estremità, al suo posto un formicolio costante che mi impediva ogni movimento.

Nudi, ci addormentammo, dopo che ebbi accartocciato le mie lenti a contatto in un angolo, perché non volevo uscire dal letto. Avevo la sensazione che se fossi uscita di lì non ci sarei più rientrata.

Con le prime luci del mattino entrò in me e i miei ricordi sono così sfocati come la mia vista in quel momento.

Uscì a comprare dei cornetti per la colazione, mi disse “vestiti intanto, così poi usciamo. Devo andare dai miei a prendere il cane per portarlo fuori”.

Mi ritrovò vestita, mangiammo in silenzio. Capivo che qualcosa si era spezzato. L’atmosfera della sera precedente era un ricordo, come una specie di sogno.

Iniziai a pensare che l’avrei perso di nuovo. Mangiai controvoglia. Aveva sempre avuto il potere di farmi perdere l’appetito in effetti…

Andammo dai suoi, restai fuori dal portone di quella casa gialla di via San Felice dal quale uscì col suo cane Kim, la stessa che portò al mare 6 anni prima, la stessa di cui conservavo un ciuffo di peli attaccato sul diario…

Quando ci eravamo incontrati la prima volta io avevo voluto conoscerlo subito, ma non capivo come fare. Ero sola con i miei genitori, nemmeno mia sorella era venuta, neanche un’amica. Così avevo scoperto qual’era la sua stanza, gli avevo scritto un biglietto e infilato sotto la porta un pomeriggio, tornando dalla spiaggia. L’avevo visto tornare per portare il cane in pineta e volevo trovasse il biglietto una volta rientrato, prima di cena. Quella sera non avevo il coraggio di guardarlo, mi accorgevo che mi scrutava per capire chi fosse stato a mandargli quel biglietto. Mi vergognavo da morire. Avrei voluto scavare una fossa e infilarmici dentro. Pensavo che non mi avrebbe mai degnata di uno sguardo, che avrebbe anzi riso di me. Poi dopo cena, mentre ero in camera, bussarono alla porta: mai avrei immaginato potesse essere lui. Per fortuna i miei erano in giardino… Mi si parò davanti e senza neanche dirmi ciao mi chiese se volevo uscire con lui. Contemporaneamente usciva dalla sua stanza una ragazza conosciuta poco prima. Ero così imbarazzata che proposi a lei di uscire con noi. Lui era sbigottito, ma ormai era fatta. Non sarebbe successo nulla tra noi, né quella sera né per il resto della nostra vacanza. dopo quella settimana mia sorella arrivò, lui se ne andò, io e lei occupammo quella che era stata la sua stanza fino a poco prima. Sul davanzale della finestra le impronte delle sue All Star, sul pavimento un’incredibile quantità di peli lasciati dal suo cane. Erano una parte di lui, quindi li raccolsi e li nascosi, prima che mia sorella chiamasse la direzione per far ripulire il pavimento. Quella stanza, solamente 3 anni dopo, non esisteva più: l’intero hotel fu distrutto, per far posto ad un moderno residence. Tra le macerie tutte le notti estive della mia infanzia, della mia adolescenza. Non sono più tornata: nella mia memoria l’hotel è ancora lì.quella stanza è ancora lì e anche le mie scritte con i cuori a pennarello dietro il comodino.

Quello stesso cane passeggiava con noi per le vie di Bologna quella mattina del 13 dicembre del 2000.

Poche ore mi separavano dal mio treno per Milano. Poche ore e poche parole. Ma molte lacrime.
Ci salutammo alla stazione, davanti al mio treno in partenza, la mia mano nella sua, avrei voluto mi portasse via con sè. Non ero riuscita a fargli capire granchè di me in quelle ore, lo adoravo troppo. Lui mi aveva avvertita: il mio atteggiamento era sbagliato, non ci avrebbe portato da nessuna parte. Non accettava che mi sentissi inferiore a lui, erano tutte sciocchezze… Mi aveva aspettata per ridere insieme, e io me ne andavo piangendo. Terribilmente confusa. Le sue parole rigiravano in testa impazzite: la verità era che non sapevo che cosa volevo dalla mia vita, e lui l’aveva capito, e non sentiva di poter avere a che fare con le mie insicurezze. E non avevamo più niente da dirci.

Al mio ritorno trovai una sua mail.

“…L’atmosfera di languore che ho vissuto insieme a te strugge da sola le budella del mondo intero…ora è tutto dentro la mia mente e da solo riempie il vuoto delle mie giornate… e scusami se, in stazione, ti ho mandato via in fretta.

…they come up from different streets
they both were streets of shame
both dirty both meant yes… and the dream was just the same
and i dream your dream for you and now you dream is real
( how can you look at me as if i was just another one of your d…)”

Tre anni dopo mi capitò di ripassare per lavoro in quei luoghi. Ritrovai il vicolo, il garage…era ottobre, ma in un vecchio bar vicino c’era, appeso al muro, un grosso orologio: il datario fermo al 13 dicembre. Un brivido mi corse lungo la schiena.

Condividi il tuo amore
Serena Savi
Serena Savi

Serena Maria Savi è nata a Cremona e vive e lavora nell'area di Milano dal 1997, quando ha iniziato i suoi studi come industrial designer al Politecnico di Milano.
Fin da bambina le piaceva l'idea di progettare: qualunque cosa le mancasse, era pronta a realizzarla da sola, dalla casa delle bambole ai suoi vestiti: giocare era sempre noioso se non collegato a tutti i tipi di trasformazioni!
Creativa e, al contempo, precisa e metodica, ha avuto alcuni anni di esperienza nella progettazione di mobili, grafica, interni e ha avuto la grande opportunità di lavorare con grandi nomi come Dante Benini e Massimo Vignelli.
Ma ha sempre avuto una passione speciale per i gioielli e gli abiti, pensando che attraverso una scelta estetica sofisticata (e assolutamente indipendente dalla moda) possiamo trasmettere la maggior parte della nostra personalità. Quindi tra il 2009 e il 2013 dedica la maggior parte del suo tempo al mondo della gioielleria, dei bijoux e dell'alta moda, cercando sempre di progettare prodotti aggiungendo nuovi valori e funzioni inaspettate. Ha creato il suo marchio di gioielli, Se.Ma..Vì, progettando tutto, dal prodotto all'immagine del marchio.

Articoli: 12

Lascia una risposta