Initializing new year

Esausto, il vecchio anno si stacca dal desktop come un’icona necrotica. Lo osservo trascinarsi sul display diretto alla presa dell’alimentazione, bramoso soltanto di sbronzarsi di elettroni fino a dissolversi in un insignificante array di impulsi di clock. Mi lancia liquide occhiate mentre striscia penosamente sul ventre tumefatto dall’abuso di trojan. Si getta dentro alla presa come un viscido spider che ritorna al suo cluster, circondato da putridi file temporanei.
“Initializing New Year” dice lo scheduler. Tocca a me: attacco fra poco.
La testa gira come un floppy disk, non riesco a distinguere la realtà dallo screensaver, fluttuo sospeso in uno heap estraneo e malvagio come una variabile non indirizzata. Cerco di alzarmi dalla mia RAM, la nausea si intensifica, insistente come uno spooler. Cammino a fatica, i piedi sono più piantati di un sistema operativo, lo stomaco ribolle che sembra l’emettitore di un triodo. Com’è che mi riduco sempre così?
Il cielo è nero come una shell di emme esse dos, la luna è rancida, dev’essere finita in un deadlock. Incedo caracollando lungo la pista, affondando il passo nel fango numerico che ricopre il rame, gli stivali incrostati di sudici bit. Il gelido silenzio avviluppa  milioni di piccoli byte che attraversano la cache da una parte all’altra giù dalle striscie come parser incauti.
Gli edifici integrati mi sfilano di fianco uno dopo l’altro, inciampo ripetutamente nei loro pin equidistanti come radici scrupolose. Attraverso distratto la giunzione per effetto tunnel, svolto in un connettore: sono quasi arrivato.
Mi girano le lune: in questo momento vorrei soltanto liberarmi di questi dodici menhir digitali conficcati nella schiena, di questo eliocentrico cerchio alla testa fastidioso e sfuggente che pare una ‘e’ di Nepero. Entro, mi siedo alla mia postazione CMOS. Mi guardo attorno: lavoro in una VLSI, c’è più gente qua dentro che in un livello di Doom. Mi chino in avanti, premo il tasto di accensione del BIOS  e mi aggrappo ai resistori. La gravità aumenta, il bootstrap decolla rumoreggiando come un defrag. La nausea mi aggredisce nuovamente, trattengo un warning.
Il mio supervisore si avvicina alla scrivania tracotante come un driver appena installato: “Processing New Year – dice – enter password!”
Sorrido, emetto due silenziosi NOP. Stronzio di un quarzo, ma chi si crede di emulare? ‘FAQ U, son of a Microsoft’, penso, ed inizio piezoelettricamente a trasmettere.

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Alberto Calorosi
Alberto Calorosi

Alberto Calorosi è nato a Genova nel 1972, vive e lavora a Parma. Nel 2007 qualche suo racconto è apparso sulla rivista La Luna di Traverso, sul quotidiano di Parma L’informazione e su un paio di antologie di racconti. È redattore di Tapirulan. Considera Fabrizio De André il più grande artista di tutti i tempi e si rammarica di non avere avuto l’opportunità di conoscerlo, anche solo per chiedergli cosa accidenti significa all’ombra dell’ultimo sole. Un giorno o l’altro imparerà a pattinare.

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11 commenti

  1. Ehi cowboy, non esagerare con quell’Ono-Sendai. Se non vuoi che il tuo ICE diventi vulnerabile.

  2. State attenti a come parlate. Ho messo un segugio sintonizzato sui vostri feromoni sulle vostre tracce.

  3. una vocina dentro insisteva a ripetere che coma sarebbe stato tra i primi a commentare questo articolo… troppo tardi… purtroppo il mio ICE è già vulnerabile… tant’è vero che mi sono beccato l’influenza proprio ieri…

  4. UFJ…mi hai ricordato una delle tante lezioni di glottologia quando il prof. esordiva con frasi del tipo ¨la parcellizzazione logico-concettuale è velleitaria¨ che inserita in un conteso di una materia ancora più ostica e astrusa mi faceva sempre concludere la lezione con la pagina bianca, la data e la scritta minuscola in calce NO COMMENT!

  5. ciao ragazzi cerco una graziella, sedile basso impugnature in plastica se possibile ben tenuta. telefonate al 338 9878678

  6. Il riferimento al livello di Doom non ti fa onore! Ci sentiamo tra 10 giorni e se vuoi ne parliamo!

  7. il riferimento al livello di doom, oltre che dolorosamente generazionale, è la citazione più colta dell’intera storiella: frankie hi-nrg, ‘quelli che benpensano’: a memoria… ¨nasi bianchi come fruit of the loom che diventano più rossi d’un livello di doom¨. ne vado orgoglioso. sul resto strapazzatemi pure.

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