RICORDO: aveva ombre scure sotto gli occhi. Di riflesso sollevai il braccio per seguirne il contorno con le dita, ma mi fermai a pochi centimetri dal suo viso e lì terminai il gesto. Sospesa. Come fotografia di carezza.
Mi accorsi per la prima volta di non aver mai toccato il suo viso. Strano, perché mi sembrava di conoscerne l’odore.
Scuoto la cenere della mia sigaretta nel pezzo arrugginito di un vecchio motore, insolito centrotavola in questo pub di tavoli di legno e birra.
Quando ero piccola non capivo come si potesse scegliere di fare cose che sappiamo arrecarci un danno grave, come fumare. Ma anche amare, in certi casi. Poi con il tempo ho iniziato anch’io a fumare e ad amare male, qualunque cosa significhi. È strano: crescendo si moltiplicano le domande, ma si dimenticano le poche risposte esatte che eravamo in grado di dare.
-…
Accavallo la gamba destra, mai che faccia il contrario. Che poi, a voler essere precisi, il contrario sarebbe non-accavallare la gamba destra. Ed è una cosa che mi capita di fare, naturalmente. Non accavallo mai la gamba sinistra, ma questo non è il contrario.
Scuoto la cenere e vorrei dire qualcosa. Qualcosa che strappi il silenzio.
-…
È solo che se lo strappo, questo silenzio, dietro potrebbe anche comparire qualcosa che non ho voglia di vedere: un soprammobile kitsch. Una di quelle madonnine nella conchiglia, con le luci intorno. O un gatto siamese fatto di sassi, con gli occhi di plastica e le zampe di legno. Resto in silenzio.
-…
A volte mi sembra di non essere in regola. Ad esempio: bisogna venirmi molto vicino per sentire il mio profumo. In una donna non dovrebbe essere così. Il profumo di una donna si dovrebbe sentire da lontano, come il suo passo. Come quando arriva la pioggia. Come il profumo di mia madre, che sa di India. Sa di cose lontane e canti leggeri. Su di me, sa di deserto. Ma non arriva lontano.
-…
Non credo che foglia sia una bella parola, non scivola via. Fluorescente è una bella parola, liquida. Penso a prima che lui arrivasse, ai giorni sempre uguali. Non è semplice accettare l’idea che probabilmente questo è il punto più alto che si possa raggiungere. Non è affatto semplice accettare l’idea che molto probabilmente non sarò mai più felice di così.
Silenzio, attorno. Senza strappi. Un silenzio assordante. Voci che rimbalzano sulle pareti e sulle mie spalle, un leggero solletico.
-A cosa pensi?
Strapp.
-A niente.
Penso a questa cosa dell’amore, [Penso che dovrei smettere di fumare].
che si insinua in ogni fessura
e scioglie le certezze.
Che si fa ingabbiare in rime senza vita
e ne sfugge non visto,
per trovare rifugio in qualche punto
tra il collo e la spalla.
Che promette l’eterno
e ne descrive l’odore.
Una bella invenzione davvero.
L’ennesimo angolo del poligonale caos
su cui non abbiamo arbitrio.
Un gioco di probabilità
per qualche forza celeste,
non per noi.
Che tuttavia di questo unicamente
ci sentiamo responsabili.
Per la sua assenza,
colpevoli. [Penso che dovrei smettere di fumare.]
-A cosa pensi?
-Penso che dovrei smettere di fumare.
Fuori batte la stessa pioggia, sui vetri che sanno di freddo. Goccia-goccia-goccia, come una filastrocca che stanca le case.
-Con la tua forza di volontà non dovrebbe essere un problema.
-Cosa?
-Smettere di fumare.
-Ah, sì… No, non dovrebbe.
-…
-Non è facile accettare l’idea che non sarò mai più felice di così.
Sorride. Ed io penso che dovrà pur esserci un modo per preservare questa bellezza, questo moto dell’anima che non riesco a racchiudere in nessuna parola. Anche se un nome l’avrebbe. Ma non vorrei che il suo fosse lo stesso di cui gli uomini abusano, vorrei che fosse come se l’avessi scoperto questa sera. Vorrei che fosse come se lo avessi inventato io, l’amore. Sarebbe bello. Ma va bene anche così.
Si spengono le luci del soffitto, stanno per chiudere.
Quando ero piccola, ogni sera prima di addormentarmi facevo sgocciolare dal dito qualche goccia d’acqua del bicchiere-del-sonno sulla lampadina accesa accanto al letto. Una notte la lampadina mi esplose in faccia e mi procurò una cicatrice a forma di 9 sulla guancia sinistra – all’età di quattro anni, poi, mi nascosi dietro la tenda del salotto ed inghiottii una quantità spaventosa di pillole al fluoro per i denti al sapore di fragola, rischiai l’avvelenamento e passai un’intera notte a bere acqua e carbone per potermi liberare di tutte quelle pastiglie.
Ma non era questo, quello che volevo dire: quando ero piccola un amico mi costrinse a giocare a nascondinalbuio. Io ero terrorizzata da quello che pensavo potesse celarsi nelle cantine scure, tra i mobili avanzati dal trasloco. Eppure adesso mi chiedo chissà cosa si teme, da bambini, quando si teme il buio. E penso che sarebbe bello se tutte le paure si dissolvessero nel tempo, se il loro ricordo suggerisse al nostro viso soltanto un sorriso di tenerezza.
La mente ha ripreso ad oscillare tra confuse schiere di pensieri, ma questo non significa che non lo ami. No davvero, lo amo. Solo, non voglio pensare a cose troppo grandi. Non adesso. Adesso voglio pensare a cose piccole. La mattina, per quanti sforzi io faccia, non riesco a smettere di sbriciolare le fette biscottate sul comodino.
-Ti amo- dice.
-Anch’io.
Forse domani potrei provare a fare colazione in cucina.
