Le dimensioni di un gabbiano

E’ un gabbiano. Pedona con le ali larghe, le punte radenti all’asfalto.
Queste zampe scolorite. Questa testa piccola e ottusa.
Ha nel becco qualcosa di grosso. Lo posa, emettendo un “Kiii” acutissimo. Il “qualcosa” si muove, sussulta. Si vede appena, sul grigio della strada. E’ un piccione. E’ ai minimi termini, ma si muove. Prova a scappare.
Scappa dal suo aguzzino bianco ed enorme.
L’avete mai visto, un gabbiano? Dico da vicino?

Un gabbiano è enorme.
Mica una piccola “V” sui fogli a quadretti.

Il gabbiano si muove veloce e becca. Becca per terra, colpisce alla cieca. Con cattiveria, per un animale. Il piccione rotola e starnazza sordo, vittima del suo istinto di sopravvivenza che gli nega la possibilità di arrendersi. Arrendersi, sì, perché cosa potrebbe fare?

Un gabbiano è enorme, e forse ha anche i denti. Come le papere. Come le oche del campidoglio.

Io mi faccio largo come posso. Penso che qualcuno dovrebbe dire qualcosa. Fare qualcosa. E’ un’indecenza. Siamo già in ritardo. Il conducente suona il clacson. Niente.
Io pensavo che i gabbiani sentissero, anche se, di certo, non hanno orecchie. Invece, questo gabbiano sordo si attacca alla sua preda come un mastino infernale, insaziabile. Deve avergli fatto un gran torto per meritarsi un simile trattamento. Forse è entrato nella sua zona di rispetto. Forse ha provato a prendergli il nido. Qualcuno dovrebbe scendere e dargli un calcio. Così la smetterebbe di devastare le spoglie di quel povero piccione. Però, quanta anima ha questo piccione! Non si direbbe un animale combattivo.
Un uomo, al posto suo, sarebbe già morto.

Il brusio cresce. Il conducente impreca. Tira giù il finestrino ed esce a mezzo busto con la testa. Un grido lancinante arriva dal becco del gabbiano. Il piccione tace e rotola. Non ha braccia per sostenersi. Il collo si torce sotto il peso del proprio corpo incalzato da una mole soverchiante.
Un gabbiano è enorme.

Alcuni pedoni si avvicinano. Molti sono intimoriti, qualcuno è curioso. Le macchine incolonnate iniziano la loro sinfonia: in giù non si va, c’è il gabbiano. In su non si va, c’è l’autobus.

Adesso scendo io, penso. Adesso scendo e lo prendo a pedate. E se è malato? Magari ha l’aviaria? Ecco perché la signora, giù in strada ha un fazzoletto sulla bocca! Pazzo è pazzo, guardalo lì!

Il conducente riprova con il clacson. Questa volta usa il bitonale e mi sembra di vederle le piume bianche dell’animale che si spostano per l’onda d’urto. Fa Poti Poti come le corriere in curva. Ma qui non c’è nessuna curva. Siamo sul dritto. E il gabbiano ha quasi finito. L’autobus avanza e i freni comprimono. Sibilano quelli e cigolano le balestre. Credo che l’autista voglia avvicinarsi al gabbiano per farlo volare via. Mi pare che il piccione sia morto. No, è vivo. Sbatte un’ala. Il muso arancio dell’autobus si china e strappa mezzo metro. Gli arriva così vicino che le ali macchiate di nero sfiorano il radiatore rovente.

Non lo vorrà mica schiacciare?! Sapete che danni può fare una bestia del genere sotto un autobus? Qui sotto è pieno di roba, tipo fili. Un gabbiano è enorme.

La signora grassa inizia a sudare. Ha una voce alta, da lirica. Suda sulle labbra. Ha delle goccioline, sulle labbra. Di sudore. E i suoi denti sono piccoli e uguali. Tutti canini.

Finalmente si alza in volo. Lento, lentissimo. Le ossa vuote, come la balsa. Il gabbiano ondeggia di fronte a noi. Secondi interminabili, di vero silenzio. Ha il collo sporco e gli occhi piccoli. Cattivi. Le ali coprono il parabrezza. Quello che resta del piccione è a terra. E’ cosa morta.
Qualcuno dice: vai, vai. I freni lasciano la presa e l’autobus riparte in discesa. La ruota gira lentamente e passa su quello che una volta era stato un piccione. Lo schiaccia fino a farlo entrare nella scalfittura del pneumatico. Del carnefice nessuna traccia.

Io dico che è un bene che se ne sia andato da solo. Un gabbiano è davvero enorme.
Anche per me.

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Edoardo Cavazzuti
Edoardo Cavazzuti

Odia cordialmente il termine “Creatività”. Se chiedete a lui, vi dirà che è un costruttore. Ama le storie, il brand design e i LEGO, ma si occupa anche di marketing, web, social media, formazione e, più spesso di quanto dovrebbe, di contenuti. Dice che il Grunge non è mai esistito. Dovesse cambiare lavoro, farebbe l’insegnante; avesse più costanza sarebbe uno scrittore.

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