L’altro giorno ero in campagna. Provincia di Asti. Abbarbicata su un crinale, c’è una casa mai finita. Si direbbe il mio buen retiro. Il posto in cui vado a schiarirmi le idee, quando, come in questo periodo, mi sembra di non venire a capo di nulla. Di rimanere in letargo. Per mesi.
Bene, arrivai in questa casa e, come puoi immaginare, faceva parecchio freddo. Dovevo fare qualcosa.
Di fianco a questa casa mai finita, c’è un capanno pieno di 25,000 vasi di plastica vuoti e altre amenità.
Mi serviva un pezzo di tubo per finire di collegare la stufa, unica fonte di calore della casa, alla canna fumaria. Ovviamente, insieme ai 25,000 vasi avevo conservato anche dei tubi per stufa. Ne ho preso un paio e li ho spostati all’esterno del capanno per scegliere quello che aveva patito meno le ingiurie del tempo e dell’acqua.
Sai il capanno in cui tengo questa roba è fatto di lamiera.
Mentre li spostavo, mi sono accorto che uno era particolarmente pesante. Ho attribuito la cosa alla terra che, sicuramente, era rimasta all’interno del tubo.
Sai il capanno non ha mica il pavimento.
Alla fine ho scelto la sezione di tubo giusta, quella meno arrugginita, e ho finito il lavoro con la stufa. Ho messo un pezzo di mandorlo per riscaldarmi e, soprattutto, perché fa un buon odore.
Qualche giorno dopo, diciamo lunedì, sono tornato davanti al capanno per prendere un vaso e ho trovato una piccola bestiola morta. Per quanto ne so, doveva essere un mustelide. Una donnola, forse. Sì, una donnola morta di freddo.
La povera bestiola, che evidentemente era in letargo all’interno del tubo, non ha sopportato il freddo esterno a cui, involontariamente, l’avevo esposta. La piccola donnola, non potendosi svegliare, è passata dal letargo al sonno eterno.
Io l’ho scambiata per terra. E dire che stava vivendo.
Un vero peccato.
Quantomeno ora so che, a restare in letargo, si rischia di essere scambiati per terra inerte.
