Luna popolare

[Pubblicato su ‘L’informazione’ del 4 novembre 2007 all’interno della rubrica ‘Il racconto della domenica’]

C’è un principio che mi sembra di ricordare. E, al principio, una voce che mi accompagna come in un film di Brian De Palma. C’è un odore, forte. Di sudore e legno vecchio. La sensazione di polvere umida che si aggrappa alla pelle. È molto strano, se ci si pensa: che un mondo così perfetto e bello abbia, da vicino, un odore così forte. E così trascinante da non potersi più allontanare, né per capriccio né per necessità. Che spesso è la necessità di provare sentimenti reali, per non confondersi più.
Gli attori che trascurano l’amore per le prove, diceva il sottotitolo minaccioso di una vecchia e strana trasposizione dell’Amleto shakespeariano, saranno abbandonati, sempre abbandonati. All’epoca non m’importava di nulla e credevo che l’amore avrebbe capito e mi avrebbe lasciata andare, certo che sarei tornata. Ma l’amore, allora, era un concetto astratto: non aveva un nome, non aveva un volto e non aveva biancheria ad affollare il cesto dei panni sporchi. Le cose cambiano, quando si concretizzano. Una vecchia lezione.
Al principio c’è una bambina di tre anni che impara a leggere prima del tempo e sorprende i passanti nel bel mezzo di una fiera, annunciando con voce decisa ciò che gli striscioni suggeriscono. Una bambina di sei anni che si mette in posa per le fotografie come una diva degli anni ’30. Una bambina di dieci anni che sogna interviste nella villa di Los Angeles. Una ragazzina di dodici anni che prepara il discorso per la notte degli Oscar, con un’imitazione di plastica dell’ambito premio stretta tra le mani. Una ragazzina di tredici anni che per fare qualcosa da raccontare si iscrive al gruppo di teatro della scuola e poi immagina camerini e specchi con le luci intorno, rose rosse e caffè. La stessa ragazzina, che comprende di doversi cambiare nell’unico stanzone di un minuscolo teatro senza nemmeno una sedia su cui appoggiare i jeans a vita troppo alta.
Al principio ci sono le parole di mio nonno: conoscevo due sorelle, una fa l’attrice. E anche l’altra è puttana.

Ci sediamo, come ogni notte dopo le prove, in un pub di legno a farci servire da cameriere che ci considerano qualcuno. Forse non sarà vero, ma l’indiscusso valore dell’apparenza gioca tutto a nostro favore. Noi mangiamo meglio, beviamo meglio, fumiamo meglio e ci puliamo la bocca molto meglio degli altri. I nostri gesti sono più eleganti, le voci più calde e le parole più parole di quelle di tutti gli altri. Portiamo sempre con noi questa bellezza, così forte, così facile da assorbire immersi nella luce di un riflettore. Per tutti quelli che nel mondo sembrano soltanto uomini non c’è che la poesia e un piccolo sogno come il nostro.
Sotto i raggi di una luna popolare, stasera in cartellone c’è Goethe, o meglio la sua imitazione più celebre. Il nostro giovane Werther racconta di come lei se ne sia andata. Portava il nome di un personaggio dei Cent’Anni Di Solitudine di Gabriel Garcia Marquez: una mente troppo candida per questa terra, volò in cielo con le lenzuola. La sua volò ad Amsterdam con un pittore quarantenne. Lacrime, e applausi per la vita che si confonde con il gioco del teatro.
La notte finisce a casa di uno degli attori, che seduto sul divano suona alla chitarra quella che dovrebbe essere una canzone rock. Suona con tanta violenza che le sue dita iniziano a sanguinare ma lui sembra non accorgersene nemmeno. Mi chiedo cosa sia stato ad attrarmi in lui, forse è semplicemente vero che un uomo capace di parlare può convincere di qualunque cosa.

Il profumo dell’arrivo, il sapore di una partenza sono forti e dolci come quello della pelle scottata dal sole. Il profumo di una partenza, il sapore dell’arrivo di un attore lo sono molto di più. Una volta imparati, i meccanismi di questa strana macchina, la notte d’improvviso diventa più notte. In qualche modo più triste. E le stazioni somigliano a fotografie in bianco e nero, in cui manca soltanto lo sguardo di una donna bellissima con il vento che le scombina i capelli.

La fidanzata-bambina del regista, il peggior Luogo Comune sul mondo del teatro, insiste affinché ci venga assegnato il camerino delle ballerine di fila: un lungo stanzone più simile allo spogliatoio di una palestra fuori moda. Finge l’atto di cortesia, elogiandone la grandezza, ma è chiaro a tutti che ci voglia far sentire lontane anni luce dal ruolo che ci spetta. Io e Luce raccogliamo le nostre cose e scegliamo l’ultimo camerino. Sulla porta attacchiamo una stella di carta con i nostri nomi. Accendo le luci attorno allo specchio e mi fermo a godere del momento. Forse non arriverà un inserviente ad annunciare tra cinque minuti in scena! E forse non avrò le rose rosse ed il cappuccino caldo sulla toilette accanto alla porta. Forse non avrò nemmeno la toilette, ma -miseria!- oggi va bene così.

Ad un certo punto ti fermi e rifletti. La lampadina della camera è fulminata. Da tre mesi.
Nel lavandino una dozzina di piatti sporchi e incalcolabili posate. Sul frigorifero la lista della spesa in cui le voci generiche frutta e verdura vengono puntualmente ignorate, la lavatrice piena e piena la cesta dei panni da stirare. Un appunto sul tavolo: pulire la casa, come se non saltasse prepotentemente agli occhi. È maggio, ma metti ancora maglioni di lana per continuare a posticipare il cambio degli armadi.
Decidi di seguire l’istinto, quel qualcosa che ti suggerisce di alzare il telefono, di iniziare una lettera in cui dirai grazie, dirai basta così.
-Cosa farai domani?
-Me lo sono chiesta anch’io.
-E quale sarebbe la risposta?
Probabilmente,
-Le pulizie.

Poi.

Passano i giorni, passano i mesi. E arrivano momenti in cui ti manca ogni cosa.
Ti manca arrivare a scuola o al lavoro con i residui del trucco di scena sul viso, stanca, ma con la consapevolezza di aver fatto qualcosa di grande. O perlomeno qualcosa.
Ti manca ripassare le battute sull’autobus con la gente che guarda e non capisce se tu sia pazza, o se tu sia un’artista.
Ti manca persino Giuseppe Verdi, sulle banconote da cinquemila lire.
Ti chiedi se tu sia davvero stata quella che eri, se sia finito il tempo in cui il Sacro Fuoco dell’Arte ardeva e scoppiettava in te, se sia possibile sentirlo svaporare così. O se la sua presenza non sia stata altro che un bagliore riflesso da chissà dove.
Forse è solamente passata la stagione.
La chiamano scelta. Ma ti sembra la definizione sbagliata. Perché forse sì, forse hai scelto, ma non riesci a ricordare quando. Non riesci a ricordare come, quali siano state le parole. Ti senti oltre il bivio come se qualcuno ti avesse trasportata durante il sonno, un sonno indotto. Effetto Roipnol. Comunque sia, hai fatto una scelta che tutti identificano con l’aggettivo possessivo tua. Ti resta da rispondere ad una semplice domanda: hai trovato il segreto della felicità oppure hai semplicemente smesso di cercarlo?

Poi.

Ad un -altro- certo punto capisci. Che non ti è mai piaciuto quell’odore. Che ami l’ordine e la pulizia e non sai tollerare le stanze sporche dei piccoli alberghi. Non sai stare lontana da casa, non rinunceresti a quella biancheria-ad-affollare-il-cesto-dei-panni-sporchi per nulla al mondo. È questa, la tua risposta.
Fortunatamente avevi un sogno-di-riserva.

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Tiziano De Martino
Tiziano De Martino

Mi chiamo Tiziano De Martino, vivo a Roma. Lavoro nelle Sale Operatorie di un Ospedale vicino al centro della città.
Non ho una macchina veloce, non ho un cane, non ho una stanza tutta mia. Una volta avevo un sogno nel cassetto. Ora non ho né un sogno, né un cassetto in cui riporlo. In quel cassetto adesso tengo un diploma di Tecnico dell’Animazione e uno di Tecniche Cinematografiche e Televisive che non mi sono servite a molto, e una Laurea con lode in Scienze Radiologiche e Radioterapiche che mi permette di vivere. Non sono uno scrittore. Non ho mai vinto un concorsao letterario. Alle Superiori nei Temi non riuscivo quasi mai a prendere una sufficienza.
Mi piace il Mare, il Natale ed il Cappuccino.
Scrivere mi rende felice.

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