Monologo di Rino dentro il parco, l’anno prossimo

Eh, tra un po’ piove. Bene, bene, devo fare la pipì. L’altra volta, non so quando è successo ma è successo, mi scappava mentre pioveva e l’ho fatta. Lì sulla panchina. Sì, me la sono fatta addosso, sulla panchina. Non questa panchina, un’altra. Ora che ci penso non mi sono più seduto su quella panchina lì, chissà perché. Forse mi fanno schifo le mie.. i miei liquidi? Eh, può essere. Se mi schifo io figurati agli altri. Oh, per quello che importa. Non si è mica accorto nessuno che la facevo. Se ne sono accorti, non sono venuti a dirmi niente. Non si azzardano ad avvicinarsi. Ho la faccia brutta. Sono solo e ho la faccia brutta. Magari sono solo perché ho la faccia brutta. Non posso mica saperlo, questa è la faccia che ho, non ne ho altre, non posso mettermi a chiedere alle persone se sono solo per colpa della mia faccia… cosa vuoi che mi direbbero? La solitudine è una brutta bestia. Beh, dipende. Se devi fare la pipì non è mica una brutta bestia, a volte essere soli conviene. Sempre no, ma qualche volta sì. Beh, se uno riesce a controllarsi forse non conviene, esser soli. Che ne so io? Ho ottant’anni. Oggi me lo ricordo, non come quella volta che non mi ricordavo più niente. Dev’esser stato l’anno scorso. Solo che mi chiamavo Ettorino, mi ricordavo, e che abitavo vicino al parco. Del resto, nebbia fitta. Forse nemmeno mi ricordavo che abitavo vicino al parco, forse lo immaginavo solamente, non mi sembravo il tipo che fa i chilometri per andare al parco. Infatti non lo sono, il tipo. Mi guardavo il braccio tutto avvizzito, flaccido e nero di macchie schifose e mi dicevo che dovevo essere molto molto vecchio per avere una pelle così… consumata. Pensavo di avere cent’anni. Poi son stato meglio e mi son ricordato che avevo settantanove anni. L’anno scorso. Ora la memoria va bene, sì, abbastanza bene. Posso anche esercitarmi, ripetermi le cose della mia vita per dimostrare che la mia memoria va bene. Dimostrarlo a chi? A me, agli altri cosa vuoi che importi? Sì, ora riepilogo. Per quello che devo fare. Mi chiamo Ettorino… e fin qui. Questo me lo ricordavo anche in quel momento là di grande vuoto, l’anno scorso. Sono nato… quando sono nato? Se oggi è il duemilaotto, mi sembra almeno, aspetta che guardo sul giornale… sì, duemilaotto. Diciotto maggio duemilaotto. Ieri è stato il mio compleanno… guarda un po’, mi sono dimenticato di festeggiare. Mica male. Niente di più patetico di un vecchio che festeggia il compleanno. Per fortuna sono solo e nessuno sa che ieri ho compiuto gli anni, nessuno, non lo sa quella signora che cammina senza scarpe, guarda per terra a ogni passo, deve aver paura delle siringhe; dico io, se hai paura delle siringhe non camminare scalza, nessuno ti obbliga… neppure quel bambino lì lo sa del mio compleanno, quello su quel cavalluccio che ondeggia sulla molla a spirale… perché mi guarda? Ma… non mi guarda mica in faccia… io… vuoi vedere che me la sono fatta addosso? E ancora non piove, merda di una merda, devo guardare se l’ho fatta ma non devo far vedere a nessuno che guardo, sennò che figura ci faccio? Chissenefrega, però, della figura, chissenefrega di questo bambino che mi guarda la pipì sui calzoni, se questa pipì poi l’ho fatta, non sono sicuro, a me non interessa niente di nessuno, neppure di quel bambino che guarda e ride… no, non ride, sorride… però è carino, quel bambino lì. Assomiglia a me quando ero piccolo… mica vero. Io non ero bello, io ero brutto. Se lui è bello non mi somiglia… se mi somiglia non è bello… però quel bambino lì è bello. Allora non mi somiglia. Beh, non importa neanche questo… ma io, io non stavo pensando a qualcosa d’importante? Mi sembra di sì, ma cosa? Lo sapevo, non dovevo mettermi a fare il sentimentale con quel bambino, quando faccio il sentimentale mi distraggo e poi non mi ricordo più le cose… quali cose? Ah, sì, i ricordi. Ho ottant’anni, mi chiamo Rino, cioè, Ettorino, e sono nato il diciassette maggio del millenovecentoventotto. In quel decennio di merda… no, era il ventennio… beh, è uguale, quel decennio faceva parte del ventennio… a parte i primi due anni che lui ancora non c’era, il romagnolo calvo, il cretino dei cretini, lo scellerato dalla grande mascella, il mascellerato, ah… peccato che nessuno senta i giochi che faccio con le parole… le parole che non dico, le parole che penso. O forse mica è un peccato, sono giochi penosi, neanche quel bambino si divertirebbe… beh, io questo non lo so, ora provo a chiamarlo e dirgli mascellerato. Così, senza nemmeno spiegargli il gioco di parole. Gli dico mascellerato e aspetto finchè non ride… e se non ride? No, meglio di no, meglio non fare niente, magari c’è il papà che pensa che sono un pedofilo. A ottant’anni… chissà se ci sono pedofili di ottant’anni o a una certa età c’è la pace dei sensi pure per quei mostri lì. Boh, non so. Io comunque non sono pedofilo, anzi, io i bambini li odio. Beh, i pedofili mica amano i bambini, dicono di amarli ma non è vero, ma… ma io continuo a cambiare discorso, cosa mi dicevo? Che sono nato il diciassette maggio del ventotto, il giorno che c’era la gara, l’americana degli assi, qua al velodromo. Cioè, al velodromo, non qua. No, sì, qua al velodromo. Il velodromo non c’è più, ma era qua. Beh, non posso proprio lamentarmi della mia memoria, sono molto soddisfatto. Posso anche provare a farmi delle domande più difficili… speriamo che si sbrighi a piovere… si dice così? No, credo di no, chi è che deve sbrigarsi a piovere? Il cielo? Dio? No, si dice speriamo che piova presto… io la pipì non la tengo più… buon segno, vuol dire che ancora non l’ho fatta, sennò mica mi scapperebbe… beh, dipende, se ne avevo tanta magari l’ho già fatta e ne ho ancora da fare… vediamo… no, sono asciutto… oppure ho le allucinazioni e vedo asciutto dove è bagnato? Aspetta che tocco… no, sono proprio asciutto. E se ho le allucinazioni anche sulla punta delle dita? No, sarebbe troppo anche per un ottantenne come me. Ma… che dicevo? Ah, sì, dicevo che posso mettermi alla prova anche con domande più difficili, nessuno me lo impedisce. Per esempio, perché mi chiamo Ettorino? Perché papà era tifoso di Girardengo, e il figlio di Girardengo si chiamava Ettorino. Questo me lo ricordo bene. Non ce n’erano mica tanti di tifosi di Girardengo nel ventotto, erano già tutti per Binda, tutti saliti sul carro del vincitore, pecoroni schifosi. Quell’anno Binda vinse il Giro; Girardengo la Milano-Sanremo, la sesta. Non sono mica poche sei Milano-Sanremo. Ah, no no. Son proprio molte. Queste cose io le so da mio padre, lui amava il ciclismo… perché l’amava, però, mi ricordo anche questo? Sì, ci sono. Perché il nonno era il custode al velodromo. Qui al velodromo, anche se il velodromo non c’è più, ora c’è il parco, questo parco, ma si chiama parco del velodromo quindi secondo me io posso ancora dire qui al velodromo. Anche nonno Fernando amava il ciclismo, fare il custode per lui era un privilegio, non voleva neanche essere pagato… quando diceva così la nonna si arrabbiava, la nonna il ciclismo non lo amava molto, e neppure il volontariato. Papà prese dal nonno, per fortuna, infatti io mi chiamo Ettorino perché Ettorino era il figlio di Girardengo. La mamma mica era contenta di chiamarmi Ettorino, ma papà non sentiva ragioni. Perché non sentiva ragioni? Questa è difficile ma la so. Perché il giorno che nacqui papà per star con la mamma che mi partoriva si perse la gara di Girardengo al velodromo, l’americana degli assi. Il nonno invece c’era, al velodromo. Era felice, era così felice che stava meglio del sindaco. L’americana la vinse Girardengo, con Negrini; un giro di vantaggio su tutti. Certo che son bravo, eh, ho la memoria di un ragazzino; secondo me ho anche più memoria di quel bambino lì che mica smette di fissarmi. Certo che è proprio bellino, tutti i bambini sono bellini quando si divertono ma questo ha l’aria di esser bellino anche quando piange… no, non mi somiglia, assolutamente, un poco somiglia al figlio di Girardengo, Ettorino, ho visto una volta la foto… era proprio bellino, Ettorino Girardengo, c’era anche lui quel giorno, il giorno che nacqui, qua al velodromo, se si può dire qua al velodromo, io dico di sì quindi continuo a dire qua al velodromo, vinse anche lui la sua gara, la gara dei piccolini… ottocentottanta metri, un campioncino, non come il padre ma se la cavava pure lui. Chissà che fine ha fatto, campione non è diventato; si poteva anche immaginare, con un padre così… ma io pensavo a… a cosa? Alla foto, mi sembra, sì, la foto di Ettorino in bici, e il papà Costante là dietro che regge il sellino, tutto fiero di un figlio così, la foto me la fece vedere nonno Fernando prima che lo mandassero al carcere. Avevo tredici anni, un ragazzetto anch’io… se mi concentro mi ricordo anche perché lo mandarono in carcere, nonno Fernando. Sì, disse ai fascisti di togliersi il distintivo, all’osteria. E quelli, che cretini, lo misero in gabbia. Trenta giorni, si fece … la nonna, povera, fu allora che cominciò a star male. Lanciava le maledizioni contro il ciclismo. Diceva che aveva reso collerico il nonno… tutta colpa di Girardengo, diceva, l’amico di Pollastri, il bandito… non era mica vero, però. Il nonno era fatto così, non era colpa sua se tifava Girardengo, e non era colpa sua se i fascisti erano cretini. Era colpa loro, dei fascisti, se erano cretini. Quando tornò dalla galera il nonno non era più lo stesso, era tutto magro, non parlava più, certi lividi che uno riusciva a figurarsi le busse che s’era preso. Non si lamentava mai, ma lo vedevi guardare la pista vuota, con le gambe tremolanti dentro ai pantaloni, e quando volevo avvicinarmi la nonna malata dal letto mi diceva lascia stare il nonno, che ha i pensieri… i pensieri. E ora sono io che penso ai suoi pensieri. Come si dice? Tutto torna. O tutto passa. Tutto torna o tutto passa? Mpf, è uguale. To’, ecco che piove.

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Guido Casamichiela
Guido Casamichiela

Guido Casamichiela è nato nel 1974 all’ospedale civile di Imola. A circa 25 anni gli è venuto in mente che sarebbe stato molto prestigioso svolgere nel futuro la professione di romanziere. Questo non gli ha impedito, nei seguenti quattro o cinque anni, di limitarsi a scrivere lettere agli amici o numeri di telefono. Successivamente si è svegliato un po’, ma senza perdere del tutto un certo torpore sospetto.

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