Norma transitoria

Dalla strada che come una lunga cicatrice nera attraversa la Death Valley si diparte ad un certo punto, verso sud, una diramazione lunga poche centinaia di metri.
Una brevissima ma ripida salita porta ad un’altura il cui belvedere, contornato da un muretto in sasso, si affaccia su una distesa ininterrotta di calanchi, rilievi frastagliati di una colorazione abbagliante, la cui principale caratteristica è la totale assenza di vita e di vegetazione.
Migliaia di piccoli spartiacque si incrociano in geometrie che ricordano un complesso sistema venoso che ricopre la terra, ma è illusione; sono solo roccia, sabbia e polvere, bruciate dal sole in migliaia di anni.
Scavalcando il muretto si può agilmente raggiungere questo parco giochi del nulla, e dopo pochi saltelli da una pietra all’altra ci si trova come abbandonati e parte di un mondo che non avremmo mai immaginato.
L’omogeneità del paesaggio desertico è quasi ipnotica, con le montagne in lontananza a far da obiettivo e l’immenso silenzio di contorno che un po’ intimidisce. E nella sua ingannevole placidità non è difficile smarrirsi se si perde di vista il punto dal quale si era partiti. Narrano le antiche leggende degli Shoshoni, che abitavano la valle oltre cinquemila anni fa, che qui la ragione può vacillare davanti ad un niente così grande ma allo stesso tempo così intenso, tanto che il solo fatto di essere vivi fa sentire in qualche modo fuori posto.
Questo luogo si chiama Zabriskie Point, e le cose nei paraggi possono funzionare diversamente da come crediamo di conoscerle.

* * * *

– C’è nessuno qui a dare benzina…?
La voce riecheggiò nel piazzale deserto.
Sotto al sole torrido di quel pomeriggio d’agosto, senza che alcun segno di risposta venisse a confortarla, Norma si andava spazientendo sempre di più. Un rivolo di sudore le scendeva lungo la schiena ora che non era più seduta in macchina, e da dietro i Ray Ban i suoi occhi verdi interrogavano i dintorni per captare la presenza di qualcuno che venisse a servirla.
La donna, un metro e sessantacinque per una ottantina di chili scarsi, con indosso una camiciola bianca ed un paio di Wrangler lisi, si passò una mano tra i capelli biondi e pettinandoli a dita aperte sbuffò rumorosamente.
Era partita la mattina da Oakland, con la ferma decisione di dare un momentaneo colpo di spugna al suo passato prossimo, fatto di scale da pulire, distribuzione di posta, finti sorrisi e tutto l’armamentario del buon portinaio. A ciò, e non era cosa secondaria, andava aggiunta la recente delusione amorosa con Paco, il suo (ex) uomo, scoperto a letto con un’altra qualche giorno prima.
Sicchè, da buona quarantenne perplessa davanti ai primi traballanti bilanci sulla propria vita, la decisione di cambiare aria per qualche giorno le era sembrata la cosa più saggia da farsi; contattata una sua vecchia amica, avevano deciso in quattro e quattr’otto di passare un fine settimana insieme e di incontrarsi a Las Vegas per spassarsela un po’.
Ed ora, dopo aver parcheggiato i canarini dalla vicina, e dopo aver guidato per alcune ore con l’intenzione di raggiungere la città del peccato entro sera, era ferma già da dieci minuti buoni alla stazione di benzina in quel maledetto posto dimenticato da Dio.
Furnace Creek era in realtà un insieme di poche case secche e polverose, piantate senza alcuna logica apparente in un terreno arido posto addirittura 190 piedi sotto al livello del mare (così era scritto sul cartello all’ingresso del paese); nemmeno un’ombra sotto la quale ripararsi –a parte la piccola tettoia del benzinaio- e nessuno per strada, col caldo che avvolgeva tutte le cose rendendo quasi insopportabile anche il semplice respirare.
Intorno a lei piccoli rilievi, aridi anch’essi come montagne di sale, a contornare la strada che attraversava la Death Valley.
Ormai saranno state le quattro, ed ancora non si era visto nessuno uscire dal gabbiotto della stazione di servizio.
La pazienza dimostrata sino a quel momento, complice il calore, andava trasformandosi gradualmente in insofferenza e la donna cominciava ad innervosirsi.
– Allora, c’è nessunoooo….c’è nessunoooooo…..c’è ness
– Insomma la vuol smettere di urlare ? – l’apostrofò ronzando la pompa – è l’ora del riposo qui
Era una di quelle vecchie, in stile anni 50 se capite cosa intendo, con gli angoli arrotondati, bianca e rossa, con lo stemma della marca ben in evidenza, i numeri –neri su fondo biancogiallastro- che ruotavano come nei vecchi flipper ed un fiero tubo nero di gomma arrotolato sul fianco.
Norma non si scompose per la voce arrogante che l’aveva interrotta, ma volgendosi stizzita verso la pompa disse:
– ah, cavolo, questa poi….. mi fanno aspettare mezz’ora prima di rispondere….
– Signora, questo è il momento della siesta nella valle, forse lei viene da fuori e non poteva saperlo, ma adesso che è informata la prego di rispettare le usanze locali.
– Ma come osa, mi sta forse definendo ….. ignorante ??
– Signora cara, non mi permetterei mai – rispose la pompa con un certo sarcasmo nella voce
– Allora stia al suo posto e cerchi di usare un tono di voce più consono al suo lavoro ed alla mia condizione di cliente; potrei anche cambiare idea e cercare un altro distributore….
– Faccia come crede, ma ci tengo ad informarla che si trova nell’unica stazione di servizio di Furnace Creek, e che non ne troverà altre nel raggio di cento chilometri
– Ah è così eh? Adesso passiamo alle minacce perché deteniamo il monopolio vero? Dovrei denunciarvi allo sceriffo…
– Ehi si calmi, in fondo io sono solo una semplice pompa di benzina, e come vede ho già una certa eta…- rispose con voce mesta la pompa.
Poi colta forse dallo sconforto, borbottando tra sè frasi sconnesse sull’instabilità emotiva degli esseri umani, si spense del tutto lasciando Norma sola nel silenzio.
Senza perdersi d’animo e scuotendo la testa la donna si diresse verso il gabbiotto del benzinaio. Dai vetri oscurati era difficile osservare l’interno, così girò intorno al piccolo edificio, due stanze o poco più, ed entrò. Ciò che vide la lasciò di stucco: dentro al locale, tra gli espositori con ogni sorta di porcheria per turisti – dai pettini usa e getta agli spazzolini da denti a forma fallica – su un divano in velluto stava seduto un cane, un vecchio ed obeso cane di razza indefinita che un giorno, forse, era stato animale da guardia ma che adesso era solo una misera caricatura di cane, poco più di un grasso peluche; semi sdraiato sul divano, tra le zampe teneva un bicchiere di birra che ogni tanto slinguazzava con noncuranza. Davanti a lui, su un tavolino basso, un libro aperto ed alcune monete.
Proprio mentre la donna entrava il cane ruttò rumorosamente, poi scoppiò in una rabbiosa imprecazione:
– ma cazzo di un cazzo !!, che cazzo vuol dire “mentre va a caccia nel sud cattura il capo dei nemici. Ma non ha troppa voglia di mettere subito tutte le cose a posto. E’ capace di controllarsi e di non agire avventatamente…” Ma che cazzo vuol dire – ripetè sorseggiando nuovamente la birra e scuotendo la testa
– Vuol dire che davanti a sé ha una buona fortuna inattesa, però non deve permettere al proprio buon senso di lasciarsi coinvolgere dall’esaltazione; mali con radici profonde non possono venire eliminati da un momento all’altro” – rispose con voce convinta la donna.
Il cane si voltò verso di lei interrogandola con lo sguardo e piegando la testa di lato come fanno i cani quando sono incuriositi da qualcosa.
– Si tratta dell’esagramma 36, de I Ching vero? – disse Norma – credo si chiami Ming I – Nascondersi della Luce; sa, durante le ore di pausa nella portineria dove lavoro ad Oakland cerco di pianificare il lavoro quotidiano utilizzando i suggerimenti dell’oracolo per eccellenza, appunto I Ching. Sapesse quante volte ho lavato solo alcune rampe di scale e non altre, oppure ho ritardato la consegna di posta che l’oracolo mi lasciava intendere indesiderata dal destinatario…… In realtà leggo anche molte altre cose, qualche saggio di psicanalisi Junghiana, oppure la tavola periodica degli elementi, o un trattato sulla tauromachia; a volte anche i fumetti di Mickey Mouse o i fantastici racconti pubblicati da” scritturafresca”, anche se a volte ce n’è qualcuno veramente palloso; insomma, sa com’è, gli inquilini non sono quasi mai in casa ed a me resta tanto tempo libero che non so come impiegare…..
– Ohccazzo,- rispose il cane – pure una portinaia letterata doveva capitarci… George, GEORGE !?
Dal retro della stanza giunse un “Ehhhh” poco convinto.
– George, per favore vuoi uscire, c’è una cliente, cazzo…
– Cristo,Eugene stavo riposando… Ufffffff
– Fanculo, mi è venuta fame…vado a farmi un panino- disse Eugene alzandosi
Mentre il cane si dirigeva verso il cucinotto del bar, apparve il proprietario della voce; Norma sbiancò vedendolo. Aveva il volto preciso dell’ex presidente Bush jr, ma vestiva la classica uniforme da Benzinaio di prima classe, cioè la maglietta bianca a maniche corte con sopra la salopette blu con lo stemma della compagnia petrolifera. Da una tasca spuntava una rivista porno arrotolata, e dalle labbra pendeva una mezza sigaretta spenta. Entrò abbottonandosi la patta dei pantaloni dove un certo rigonfiamento piuttosto evidente fece immaginare a Norma qualcosa di talmente sconcio che si sentì immediatamente in diritto di commentare:
– le pratiche onanistiche sono desuete e comunque sconsigliate ai maggiori di quarant’anni, lo sa vero? Ma perché non si trova una brava ragazza e fa fare tutto a lei, non sarebbe più gratificante e meno faticoso?
George guardò la cicciona sudata con occhio scettico, valutando se quella frase mascherasse in realtà una avance e cercando di soppesare dentro di sè quale potesse essere una risposta adeguata. Poi, non trovando niente di meglio, esordì con un
– ma saranno pure cazzi miei se mi faccio le pippe, no?
Ammutolita dalla logica ferrea dell’uomo a Norma non restò che abbassare lo sguardo annuendo.
– Bene, detto questo mi dica cosa vuole, che oggi sono moooolto impegnato.
– Come cosa voglio ? Non è evidente? Di cosa crede che abbia bisogno quell’auto là fuo…LA MACCHINAAAA….. dov’è finita la mia macchina ? – Urlò disperata Norma osservando lo spazio vuoto sotto alla tettoia vicino alle pompe.
L’uomo lanciò un’occhiata distratta al piazzale, poi tornò a parlare.
– Stia calma, non è niente di grave, è solo l’ora dell’Ansietà: una volta al giorno i militari dell’Area 51 qui nelle vicinanze eseguono degli esperimenti con una specie di raggio traente; generalmente fanno sparire degli oggetti di uso comune, poi, tramite un controllo aereo, forse via satellite, o con dei sensori sparsi per il territorio, esaminano le reazioni del legittimo proprietario. In particolare sono interessati al grado di ansietà generato dalla scomparsa degli oggetti, ma tutto si risolve nel giro di pochi minuti. Le cose vengono fatte ricomparire esattamente dove si trovavano. Naturalmente fanno anche altre sperimentazioni dagli esiti spesso incerti,-disse indicando con la coda dell’occhio il cane – ma non ci è dato sapere cosa combinano veramente là dentro….
– Cavolo che storia, avevo letto qualcosa del genere su Astounding Stories ma non mi sembrava possibile…..
– In effetti è proprio vero; solo che noi abitanti della zona ormai sappiamo cosa succede, e quindi i militari non riescono più a misurare il grado di ansietà di nessuno, Capisce, se scompare il mio tosaerba –la cosa più inutile che ho mai comprato, vivendo in questo posto- ma so già che lo ritroverò esattamente lì dopo cinque minuti non si genera in me nessuna apprensione.
– Ah, certo
– Non solo, ma questo spiega la scomparsa della sua automobile; lei in quanto “nuova” della zona non è al corrente di cosa succede quindi è sicuramente più in ansia di noi che siamo abituati al fenomeno, giusto?
– Se la mette così, certo, ha una sua logica. Ed ora che mi ha spiegato cosa succede sono anche molto meno preoccupata – disse Norma continuando a lanciare occhiate nervose nel parcheggio
Il benzinaio nel frattempo si era infilato un mano nella tasca dei pantaloni e, parzialmente nascosto dal banco delle caramelle, si spippolava allegramente. Norma vedeva chiaramente la scena riflessa nella vetrina di fianco; per togliersi dall’imbarazzo di vedere l’uomo osservarla a sua volta con sguardo imbambolato, scosso da un leggero fremito, decise di distrarlo facendolo ancora parlare.
– Ma mi dica, a lei cosa fanno sparire di solito?
– Ah beh, cazzo, ormai non possono togliermi più nulla. In effetti non so se mi ha riconosciuto…
– Mah, a me sembra lei somigli moltissimo all’ex presidente, ma tutti sanno che ormai vive nella sua tenuta di Dallas
– Magari, cara Signora, magari. Io sono veramente George Bush Jr, e mi trovo qui per un grossolano errore capitato durante il primo esperimento di teletrasporto. Invece di starmene tranquillo ad osservare cosa succedeva volli a tutti i costi piantare la testa nel raggio traente che faceva scomparire le cose; col risultato che venni risucchiato io stesso nel laboratorio dell’Area 51. All’epoca ero ancora Presidente, e la cosa, se risaputa, avrebbe suscitato notevoli perplessità nella nazione.
– Quindi ?
– Mi lasci finire. L’esperimento di transfer, malgrado il mio improvvido intervento, era riuscito;, mi risvegliai nel laboratorio dove era previsto si materializzassero gli oggetti, solo che…..
– Solo che….?
– Solo che, nonostante tutto fosse andato a buon fine, si verificò una spiacevole complicanza, diciamo un effetto collaterale. Il raggio, non si sa come né perché, mi aveva causato una improvvisa e gigantesca eruzione ormonale con produzione abnorme ed incontrollata di testosterone. In effetti appena fuori dall’edificio, in preda ad una violenta erezione, cominciai a toccare i primi culi di donna disponibili; e nessuna che osasse ribellarsi, in fondo ero pur sempre il Presidente. L’unica che ebbe qualche perplessità fu Condoleeza, che mi disse testualmente “ehi George non provare più a toccarmi il culo, altrimenti ti scateno le Black Panther a giocare a nascondino nella sala ovale, ok?”.
– Cavolo che storia…
– L’ha già detto Signora, stia più attenta quando parla altrimenti farà impazzire chi farà il lavoro di editing. Comunque, questo inconveniente è la causa della mia condizione attuale; vivo in un posto isolato dal mondo, come avrà notato, e mi ammazzo di seghe tutti i giorni.
– Ma…il presidente…gli impegni politici…le visite
– Controfigura, una sosia perfetto. I militari risolsero in questo modo la cosa; informare l’opinione pubblica avrebbe suscitato una mezza rivoluzione, sa come funzionano le cose, il puritanesimo negli USA è ancora potente,.
– Sicchè lei signor Presidente, cioè voglio dire, George , si insomma….
– Non c’è problema, mi chiami pure George
– Così George lei adesso vive qui nella valle della morte
– Eh si, mentre il mio sosia, dopo aver perso le elezioni con quel negro di merda di Chicago (ci scommetto che prima o poi vincerà il Nobel per la pace), se la gode nel mio ranch in Texas. Così vanno le cose.
Norma non sapeva più come continuare a farlo parlare, e notò con sgomento che l’uomo aveva iniziato nuovamente a sussultare delicatamente ed il suo sguardo perdersi nell’incavo del suo seno ben in vista.
Per sua fortuna in quel momento un gran trambusto venne dal di fuori. Affacciandosi dalla porta Norma vide che la macchina stava tornando al suo posto, scaricata in fretta e furia da un grosso carro attrezzi che riparti fragorosamente appena terminata l’operazione.
– In effetti qualche volta il raggio di ritorno non funziona a dovere – si sentì in dovere di precisare il benzinaio – così i militari ….
– Ehi, George, che ne direbbe di venire a darmi un po’ di benzina …? –lo interruppe spazientita Norma.
Con evidente malavoglia l’uomo si avviò verso la tettoia, e dopo aver estratto la mano dalla tasca cominciò ad erogare benzina fischiettando.
La pompa, dal canto suo, non riuscì a trattenere una debole protesta
– mai che si riesca a fare un pisolino in santa pace in questo posto…
Improvvisamente dall’interno del gabbiotto giunse un rumore di stoviglie e bicchieri che si fracassavano al pavimento; George si rivolse a Norma con familiarità dicendole:
– E’ quel fottuto cane che non riesce mai a farne una giusta in cucina, non sa nemmeno tagliarsi una fetta di pane per prepararsi un sandwich…
Poi, rivolgendosi verso l’edificio, a voce più alta
– Stai attento con quel coltello Eugene…!
Norma gironzolò brevemente con fare noncurante intorno alla macchina senza degnare di uno sguardo né l’uomo né la pompa. Solo quando George ebbe finito senza una parola pagò, risalì in macchina e se ne andò, lasciandolo solo nel piazzale con una mano infilata in tasca.
L’ultima cosa che vide nello specchietto mentre oltrepassava il cartello con la scritta “Arrivederci da Furnace Creek, paese a sensazioni variabili” fu l’erogatore metallico della pompa, che, spuntando dal tubo nero arrotolato, le ricordava il dito medio alzato di una mano.

* * * *

Norma raggiunse Las Vegas la sera stessa, come previsto. Le luci dello Strip erano abbaglianti e con tutta quella gente la città le sembrava un immenso carnevale.
Appena giunta in albergo salì in camera e in fretta e furia, come sua abitudine quando le si presentava qualche novità, tirò fuori le tre monete rituali e consultò l’oracolo del cambiamento: I Ching risposero con l’esagramma 53 denominato CHIEN – Progresso Graduale.
Le linee recitavano testualmente: l’oca selvatica si avvicina a poco a poco alla scogliera e mangia e beve felice. Vi sarà buona fortuna.
L’interpretazione era questa: Egli raggiungerà un luogo di sicuro vantaggio e potrà rilassarsi sereno.
Ora lei vive lì. Ha trovato lavoro nella reception di un modesto Motel 6, appena dietro al “Bellagio”, ed a volte intrattiene i clienti inventandosi storie mirabolanti.
Ogni tanto battibecca con la slot machine installata nella piccola hall dell’albergo, ma lo fa lontano da occhi indiscreti; e spesso il litigio finisce con lei che pur di averla vinta stacca la spina alla macchina.
Un regista di passaggio le ha proposto una parte in uno di quei nuovi film alternativi, i cosiddetti “film a trama variabile evolutiva” e lei sta seriamente pensando di accettare.
Sembra che venga girato a Zabriskie Point, ma lei proprio non riesce a ricordare quel posto dove diavolo si trovi….così ha deciso di consultare l’oracolo per averne chiarimenti: il libro le ha risposto testualmente: “Quand’è che la smetti di rompere i coglioni ogni tre per due con le tue cazzate?”

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Saverio Cristiani
Saverio Cristiani

Nato a Medesano (PR) il 10 gennaio 1957. Ha alle spalle studi tecnici ma attualmente lavora come commerciante. Fa parte di diverse formazioni jazz di Parma. In qualità di scrittore ha partecipato con ottimi risultati a diversi concorsi a carattere nazionale. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati da quotidiani locali, una sua poesia sull’olocausto è presente nel volume "Res" (Ed. Tapirulan, 2008); recentemente ha pubblicato "Tre Lune" (Ed. Rupe Mutevole, 2009), il suo primo volume di racconti.

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