P.

In quei giorni P. passeggiava per le vie di un ipotetica città, in un ipotetico fine novembre le ultime nebbie stavano per lasciare il posto all’aria gelida del dicembre alle porte, con le vie del centro che iniziavano ad essere addobbate a festa dai commercianti, un po’ meno fiduciosi quell’anno di poter migrare verso paradisi tropicali appena terminato il periodo delle feste. La depressione economica, la sfavorevole congiuntura internazionale, il rincaro del petrolio, le statistiche tentavano di regalare un briciolo di ottimismo che svaniva tuttavia ogni volta che ci si intratteneva a parlare vuoi con un operaio, una casalinga o un panettiere. L’epoca dell’oro, dicevano i meglio informati, era veramente finita e questa volta per tutti. Nonostante questo, di li a poco, signore e signori avrebbero affollato il centro alla ricerca del regalo più desiderato, il più tecnologicamente avanzato, sacchetti di plastica rossi, con tanto di babbi natale disegnati sopra, un modo come tanti per far finta di dimenticare che stiamo nella merda.
In quei giorni P. camminava e camminava, gli piaceva l’aria pungente che attraversando la lana si insinuava tra i molti strati di vestiario, la sensazione di mille spilli che ti colpiscono ovunque, in fondo male non fanno ma in qualche modo ti ricordano che sei fatto di carne; gli piaceva osservare persone affrettarsi, affrontarsi e scontrarsi nei bar all’ora di punta, nelle stazioni della metropolitana; gli piaceva la metropolitana, la preferiva a qualsiasi altro mezzo di locomozione, perché colma di persone che non sanno dove guardare e allora magari guardano negli occhi degli altri e si fermava P. negli occhi verdi di ragazze altissime, o in quelli stanchi di signore con le buste della spesa, molti gli sorridevano. Era simpatico alle persone, spesso qualcuno gli chiedeva se si fosse perso, perché andava in giro da solo o dove fossero i suoi genitori e lui rispondeva sempre garbato: non si preoccupi signora, conosco la strada per casa.
Non aveva molti amici P. …pochi ma buoni. C’era Ettore, un vecchio barbone che abitava alla stazione dei treni, P. gli portava sempre qualcosa da mangiare, qualcosa che avanzava apposta alla mensa della scuola e incartava alla bella e meglio, a volte riusciva anche a rubare qualche pezzo di pane fresco. Ma Ettore sapeva accontentarsi e non si lamentava mai del fatto che il cibo arrivasse freddo o scotto, aveva una gran fame e ringraziava sempre.
Poi c’erano Argo, Pinta e Scotch: erano i tre cani di Ettore che, superate le prime diffidenze comuni a tutti i cani che vivono per strada, ora volevano molto bene a P.; a volte lo accompagnavano durante le sue lunghe passeggiate pomeridiane e lui si sentiva forte, protetto vicino a loro, un po’ come un re vicino al proprio seguito, quando c’erano loro alzava la testa come se avesse finalmente un buon motivo per vantarsi.
Poi c’era Igor, un bambino rom che mendicava vicino ai giardinetti. Igor aveva qualche anno in meno, ma se la sapeva cavare benone, si avvicinava alle macchine in sosta davanti al semaforo guardava all’interno dell’abitacolo con un visino tutto imbronciato, riusciva anche a piangere a volte, poi però quando i passeggeri gli sganciavano qualche moneta si voltava verso P. con il sorriso più bello del mondo, gli mancavano tre denti ma quel sorriso buco su quella faccetta sporca generavano una strana emozione dell’animo di P. che ogni volta non riusciva trattenere una fragorosa risata.
Poi verso sera quando Igor aveva guadagnato abbastanza se ne andavano in giro insieme, si sedevano su una panchina e iniziavano a raccontarsi storie. A dirla tutta era quasi sempre Igor a raccontare… con il repertorio di storielle che gli zingari si tramandano oralmente, storie di amori infelici e spiriti malvagi, di maghe e di sante, storie a cui ognuno di chi le raccontava aggiungeva qualcosa, a volte semplici particolari, a volte invece il senso veniva completamente stravolto ed anche P. ebbe spesso l’impressione che il suo amichetto inventasse lì per lì quello che gli raccontava.
Erano tutte bellissime, ma ve n’era una in particolare che P. non si stancava mai di ascoltare: era quella della città che non c’era.

“Tanti anni fa la grande carovana di cui faccio parte si fermò in una città del nord di chissà quale paese. Un posto accogliente in cui la gente non odiava gli zingari come fa di solito. Al contrario, il nostro arrivo era stato accolto con una grande festa a cui aveva partecipato tutto il paese, ogni donna aveva portato una torta ed ogni uomo una bottiglia di vino. Così i grandi erano rimasti alzati fino a notte fonda a bere e a corteggiare le ragazze del posto… che sembravano contente, così come contenti sembravano anche i loro padri. Gli zingari pensarono che quello fosse un posto speciale, non avevano bisogno di rubare né di fare elemosina, i vecchi del posto avevano detto loro che bastava che chiedessero e gli sarebbe stato dato. Agli zingari, si sa, non piace lavorare ma per contraccambiare tanta ospitalità decisero che era ora di darsi da fare e dissero al capo del villaggio che volevano essere di aiuto, dare una mano in qualsiasi maniera possibile. Geremia, questo il nome del capo di quel villaggio, disse loro che in effetti un modo c’era… il villaggio che li stava ospitando era infatti ancora in via di costruzione, le case in realtà mancavano, non c’era una scuola, un ospedale, le strade erano ancora tutte da asfaltare. Ironia della sorte: proprio un popolo nomade per natura abituato a vivere senza casa, senza punti di riferimento avrebbe costruito una città, con tanto di strade, piazze e anche marciapiedi. Fatto sta che gli zingari accettarono e l’accordo fu festeggiato quella notte stessa… una festa mai vista prima, con gli zingari che suonavano e cantavano, le donne che ballavano ubriache e non si rifiutavano a nessuno, i fuochi accesi fino all’alba ad accompagnare il suono delle chitarre tzigane e le danze in cui vecchi e bambini si mischiavano gridando alla luna come pazzi. Si dice che intere città distanti chilometri da quel luogo furono svegliate dal fragore di quella festa e, senza capire il motivo di quel trambusto, pregarono i loro santi perché venissero dannati quelli che stavano facendo quel baccano… ed ai santi, si sa, le feste non piacciono molto!
Il mattino dopo zingari e no si svegliarono con un gran mal di testa, inconsapevoli della maledizione che a causa del baccano della festa prima su loro si era abbattuta.
Tuttavia prima di mezzogiorno tutti erano già al lavoro. Come già detto gli zingari non amano lavorare, ma tanta era ormai l’amore per gli abitanti di quel luogo, che tutti, compresi i più lavativi di un popolo formato unicamente da lavativi, si diedero un gran da fare. Mentre le donne portavano succulenti spuntini, gli uomini ci diedero dentro con vanga e piccone fino a che il sole non calò… si dice che qualcuno addirittura protestò per continuare anche quando la luna fece capolino, dicendo che si poteva andare avanti aiutandosi con le lampade ad olio.
Stremati alla fine tutti si coricarono e dormirono profondamente quella notte, si sarebbero svegliati presto il mattino per continuare i lavori…
Al risveglio una triste sorpresa li avrebbe accolti: ogni frutto del lavoro del giorno precedente, ogni mattone appoggiato, ogni buca scavata era durante la notte andato perso… come se nessuno il giorno prima avesse in realtà lavorato.
La sconvolgente sorpresa fu colta come quasi sempre gli uomini reagiscono davanti ad una cosa apparentemente incomprensibile: fecero finta di niente, molti pensarono in realtà che la giornata di lavoro passata fosse esistita in realtà solo nei loro sogni, anche se muscoli ed ossa negavano questa possibilità tutti alla fine finirono per crederci. Così i lavori iniziarono da capo, gli uomini lavorarono duro, ancor più del giorno precedente e quando andarono a letto, esausti, si addormentarono con il comune desiderio che l’incubo non si ripetesse.
Ma alcuni incubi sono tali proprio per il fatto stesso di ripetersi. Il mattino dopo ad aspettarli c’era la stessa tragica sorpresa: il niente, non un muro fra quelli che avevano alzato era rimasto in piedi, non un mattone tra quelli riposti non se n’era come per magia tornato nel capannone adibito a magazzino.
Nessuno sa dire quanto questa storia andò avanti, forse mesi, forse anni. Di certo si cercarono rimedi. Qualcuno pensò che lo strano sortilegio fosse in realtà opera di un qualche sabotatore ed allora si armarono sentinelle con fucili e bastoni; le vecchie zingare provarono con pozioni magiche delle cui ricette nessuno ricordava più la provenienza… niente da fare, il mattino ancora una volta il frutto del lavoro del giorno precedente era svanito nel nulla.
Si sa che gli zingari, oltre a non aver mai voglia di lavorare, non sono per nulla stupidi. A differenza dei componenti di quella città fantasma essi capirono che una forza sconosciuta aveva maledetto quel luogo. Alcuni non vollero abbandonare quella gente che si era dimostrata tanto disponibile ma la gran parte della mia gente decise che quella era l’ora di abbandonarli al loro destino. Così nottetempo la grande carovana si rimise in moto, verso il sud, con la promessa di non far mai più ritorno a quella terra maledetta.
Ancora oggi arriva, ogni tanto, il racconto di viaggiatori che per caso si sono imbattuti in quella zona del nord; questi viaggiatori raccontano che la città è ancora in costruzione e che ormai passate diverse generazioni i figli dei figli della gente che i miei antenati incontrarono stanno ancora lì! Si svegliano all’alba ogni mattina e con gli stessi vecchi arnesi si danno ogni santo giorno da fare. Per costruire una città che, sanno bene, non riusciranno mai ad abitare.”

Ogni volta che P. convinceva Igor a raccontare la sua storia preferita stava muto e con la bocca spalancata; non proferiva parola durante tutto il racconto e poi serio e pensoso per diversi altri minuti continuava a non parlare, come se cercasse di cogliere un senso più profondo che per poco gli sfuggiva. Igor allora gli spiegava che per gli zingari il senso era semplice: lavorare è inutile, uno spreco di tempo; dal giorno in cui i rom abbandonarono la città che non c’era a nessuno di loro passò mai più per la testa di perdere tempo lavorando. Tutto qui!

Le giornate di P. passavano tranquillamente, una sorte di allegra e piacevole routine: la noia a scuola, il cibo rubato, la visita ad Ettore in stazione, anche lui a volte gli raccontava storie ma di solito P. non le capiva, il giro coi cani e i racconti di Igor. Poi a casa le solite prediche amorevoli della madre, lo studio ed i sogni.
Nei suoi sogni P. spesso rivedeva tutto quello che aveva vissuto durante la giornata, riconosceva i volti delle persone che lo avevano più incuriosito in metropolitana ed accarezzava Pinta, Scotch e Argo.

Poi un giorno, si era ormai prossimi al natale, mancavano pochissimi giorni, successe qualcosa di strano. Verso le due del pomeriggio col suo sacchetto di provviste rubate P. era in stazione, davanti ai cartoni-casa di Ettore, lo chiamò come al solito, nessuna risposta; allora aprì la “porta” e là dentro vestito di stracci c’era si un barbone addormentato sotto pagine di quotidiani, ma quello non era Ettore! Anzi il vecchio apostrofò il bimbo e fece anche per tirargli una tazza che si trovava vicino al suo letto. P. si allontanò impaurito. Anche di Argo e gli altri cani nessuna traccia.
Il bambino iniziò a girovagare per la stazione dei treni cercando di capire, chiedendo agli altri barboni dove fossero spariti i suoi amici. Niente, nessuno sembrava sapere niente. Solo uno degli altri clochard gli disse che erano andati tutti in paradiso, ma P. non capì o non volle capire a cosa si stesse riferendo.
Scappò, corse a perdifiato lungo le strade che di solito percorreva con quella calma e curiosità che solo i bambini riescono ad avere. Corse e si sorprese quando sentì le proprie guance umide e quel sapore salato sulle labbra. Allora corse più forte, in fondo aveva capito cosa fosse successo ad Ettore, era solo un bambino ma sapeva bene che la notte in quel periodo era fredda e cattiva e che il freddo può anche far male e che Ettore era vecchio ed indebolito dalla vita sulla strada. Cercò di non pensarci e per farlo corse ancora più forte sperando di poter raggiungere Igor il prima possibile per farsi raccontare una storia che distraesse i suoi tristi pensieri.
Trovò Igor al solito posto e come al solito chiedeva monete ai passanti annoiati. Quando vide P. però non sorrideva come al solito.
Dopo mezz’ora circa il ragazzo rom si avvicinò finalmente all’amico; aveva una grossa botta proprio sotto l’occhio destro. Disse a P. di andarsene, che per colpa sua la sera prima si era preso un sacco di schiaffi, gli disse che non sarebbe più dovuto tornare lì; P. allora provò a chiedere spiegazioni ma Igor si avvicinò di nuovo e gli diede uno spintone, poi un altro che fece cadere il bambino per terra, i passanti tutt’attorno osservavano il litigio, indecisi sull’intervenire o meno.
Dal basso P. vide Igor allontanarsi, senza girarsi tornare a chiedere l’elemosina.

Così si rimise a camminare, senza meta questa volta, tra sé e sé pensò che visto che nessuno dei suoi amici lo voleva più sarebbe andato sempre dritto, senza più fermarsi.
Arrivò al confine della grande città, dove cemento e mattoni iniziano a lasciare posto a campi, e ad alberi, non si era mai allontanato così tanto da casa e per la prima volta ebbe la netta sensazione di essersi perso. Ora le strade asfaltate avevano lasciato il posto a strette vie di campagna, intorno solo campi e qualche casa ogni tanto. Ad una di queste case P. si fermò, chiese acqua e gliene fu data, la vecchia signora che lo accolse gli chiese se si fosse per caso perso e lui disse di no, abitava li vicino e stava cercando il suo cane.
Dopo ore, forse giorni, all’orizzonte P. vide la sagoma di un paese ed immediatamente tornò il sorriso sul suo volto, pensò subito che lì avrebbe trovato altri amici ed allora allungò il passo, per nulla vinto dalla stanchezza che pochi minuti prima sembrava invincibile.
Arrivò in città e qui trovò un gran numero di persone che lavoravano, asfaltavano strade e fissavano fondamenta, nelle cucine le donne preparavano pasti e bevande calde per rinfrancare cuore e stomaco ai lavoratori. Riconobbe in quel luogo la città descritta da Igor, nei volti di quelle persone la perseveranza che l’amico aveva raccontato; per qualche ora nessuno badò a P., i più lo salutavano distratti, troppo presi dal lavoro per rendersi conto che quel bambino nessuno lo conosceva. Poi, quando il sole era ormai già disteso lungo l’orizzonte, una donna finalmente si accorse di lui, era una donna alta dai lunghi capelli biondi e dal sorriso sottile, nella casa dove abitava col fratello quella sera preparò un piatto in più, accolse P. come un membro della famiglia e nessuno fece lui domande inutili o ovvie, nessuno gli chiese da dove arrivava e cosa ci facesse in quell’angolo di mondo, nessun in paese sembrava sorpreso della presenza di un così piccolo sconosciuto.
Il ragazzino si sentì subito a suo agio, gli sembrò di essere tornato ai tempi felici di quando passeggiando lungo le strade della grande città lasciava scorrere ore alla ricerca dei suoi amici.
Solo che ora intorno al villaggio, che in realtà villaggio ancora non era, c’erano boschi e torrenti, animali strani di cui P. fino a poco tempo prima neppure immaginava l’esistenza, lì P. si fermò, frequentò per anni la scuola senza muri e tetto, poi iniziò a lavorare insieme agli altri uomini.
La notte raccolti intorno ai fuochi ci si raccontavano storie e a P. era spesso chiesto, da bambini e no, di narrare quella della città infinita che sorgeva a qualche giorno di cammino da lì; la città dove vivevano i figli di quel gruppo di persone che tanti anni prima nel villaggio si erano fermati; la città dove le costruzioni, erette alte come querce, oscurano il cielo. La maledizione che grava su quella città, condannando le migliaia di persone che la abitano alla solitudine… una solitudine terribile ed inguaribile… così grave e terrificante perché da sopportare in un luogo in cui impossibile restare
soli.

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Luca Pozzoli
Luca Pozzoli

È nato il 27 dicembre 1979 a Cremona, dove tuttora risiede. Si è laureato in Arte Spettacolo e Immagine Multimediale all’Università degli Studi di Parma. Ha fatto un po’ di tutto: operaio, magazziniere, barista, benzinaio, tecnico audio, operatore di call-center. Attualmente lavora presso un cinema di Cremona. Scrive per passione, per autoanalisi e per divertimento.

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