«Un po’ di pornografia, dottore,
crede che mi farebbe male?»
Leo Longanesi

*

Sale i gradini uno per volta. Lentamente.
Assaporando quasi la cadenza dei passi sulla moquette. Le sue movenze sono state accuratamente elaborate a tavolino. Sa cosa fare. Sa come farlo. E lo fa. La stanza è in fondo al corridoio, sulla destra. I tacchi a spillo affondano nel pavimento, come a volerlo penetrare. Vuole che lui ascolti.

La porta cigola.
Dovrà ricordarsi di oliare i cardini. Non vi sono luci, nella camera. Gli scuri sono appena accostati. Ti vedo e non ti vedo. L’atmosfera ideale, quella che voleva lei. È pronta. Siede sul letto. Pulito. Rigovernato. In ordine. Odore di buono intorno a lei.

Non mette mai rossetto: si vede involgarita dalle labbra troppo carnose. Al massimo, un po’ di fondotinta. Giusto una velatura. Suggerire, mai dire. Ai capelli raccolti sulla nuca sfugge una ciocca dispettosa, che le avvinghia uno zigomo. Complicità dei lineamenti.
Che aspetta?…
Siede sulla sponda del letto. Le scarpe finiscono sul pavimento, con rumore sordo. Adesso non le servono. Si mette comoda, su un fianco. Solleva impercettibilmente la gonna. Lo spacco dice tutto e non dice niente. Adora il fruscio del tessuto. Le mette indosso idee impavide, fantasie abominevoli, pensieri ignominiosi. Sbottona la camicia, aprendo sui seni che ammirevoli resistono alla forza di gravità. Niente sciocchezze. L’autoerotismo può attendere.

Sbuffa d’impazienza.
Non chiama… il cretino non chiama… che cavolo aspetta?… Io sono qui da ore… (non è vero, ma lo dico lo stesso) pronta e disponibile… e lui, niente… Inaffidabile. Come sempre…
Si gira verso il comodino. Guarda il telefono. Gli ordina di…
Due squilli. È il segnale.

«Cosa mi faresti, se fossi lì con te?»
«Tutto!… ti farei tutto…»
«Puoi essere più preciso?»
«… tutto… tutto quello… che vuoi tu!…»
«Non hai intraprendenza. Non hai volontà. Non hai nerbo.»
«Be’, vedi… non mi sono ancora fatto… un’idea… precisa…»
«Non hai fantasia. Un altro avrebbe saputo cosa rispondere alla mia domanda.»
«Sono… troppe le… cose che… vorrei farti!…»
«Non hai niente di quello che cerco in un uomo.»
«Aspetta!… Non riattaccare!…»
«Che ci sto a fare al telefono con uno come te?»
«Be’… ecco…»
Clic!

Non lo ama più da tempo.
Però gli vuole bene, ecco. E non perde occasione per dimostrarglielo, sebbene in un suo personalissimo modo. Non lo tradisce. Non lo ha mai tradito. Per farlo, dovrebbe cercarsi un altro uomo, e a lei non va. Le corna sono una pratica banale. Un alibi. Un abuso. Ada sta bene dov’è. Andarsene di casa? Abbandonare il tetto coniugale? A che scopo? Che gliene verrebbe in tasca?
Niente di niente…

In trepida attesa, fissando l’apparecchio. Indossa solo l’intimo: reggiseno e mutandine neri. Come il carbone. Come il suo desiderio di sentire la sua voce. Lo ammette: ci ha preso gusto. Il gioco le è sfuggito di mano. Per questo risponde quasi subito. Nemmeno lascia che l’eco del primo squillo vanisca dalle orecchie d’entrambi.

«Sei pronto, questa volta?»
«Mettimi alla prova…»
«Ti sento diverso. Più determinato. Il tono della tua voce, rauco di vino e caffè, mi eccita.»
«Guarda che sono astemio. E non bevo caffè.»
«Ecco, lo vedi? Perché sprecare in questo modo una partenza promettente? Non va, non va… Te ne rendi conto, almeno?»
«Ma insomma!… Ascoltami bene, brutta troia!… Pensi… che per… me… sia facile tutto questo?… Lo credi? Lo credi davvero?»
«Finalmente. Un guizzo. Un’impennata d’orgoglio. Quasi non ci speravo più. Ora sei pronto, per me.»
«Da… davvero?…»
«La tua libido ristagna come la superficie d’un lago morto, ma io sarò il sasso che ne increspa le acque. Darò vita ai cerchi della tua passione. Vuoi andare avanti? Lo vuoi?»
«Sì!… Sì!!!…»
«Mi tocco? Vuoi che mi tocchi?…»
«Sìììììììììì!!!…»

Così tutti i giorni.
Finita la cena, lei non rigoverna nemmeno. C’è chi lo fa al suo posto. Sale di sopra, nella solita stanza in fondo al corridoio, sulla destra. Chiude a chiave la porta. A volte si spoglia nuda. A volte no. Dipende da come le gira, da come si sente. Poi aspetta che il marito la chiami al telefono. L’idea della doppia linea è stata sua. Lui non era granché convinto. Lo è poco anche adesso.
«Coraggio. Cosa vuoi che ti dica?»
«Dunque… fammi pensare… ecco, sì: descrivi il… tuo corpo, dài! Dài, che mi attizzo come una bestia!…»
«Da dove comincio?»
«Da dove ti pare. Basta che cominci… fai tu, fai tu!… Mi… fido del tuo… buon gusto!»
«Parto dai seni, se vuoi.»
«Sì, sì… le tette, le tette!…»
«Seni, prego. Sono una signora. Raffinata, per giunta. Per cui, risparmiami le volgarità gratuite, fuori contesto. O vuoi che riattacchi?»
«No!… Questo no!… I… seni!… Parti dai seni…»
«Così va meglio. Le mie mammelle sono grandi, con capezzolo esterno, a forma di pera…»
«Hai i seni a pera?…»
«È quello che ho appena detto.»
«Sai che non me n’ero mai accorto?…»
«Cretino.»
«Perché?…»
«Devi far finta di non conoscermi, no? Se no, che la facciamo a fare, tutta ‘sta pantomima telefonica?!…»
«Hai… ragione…»
«Ho sempre ragione.»
«Scusa…»

Ada ha sempre ragione. Lo conosce a menadito. Sa tutto di lui. Così, almeno, crede.

«Immagina che io sia lì con te, nuda, al tuo fianco… Cosa mi faresti?…»
«Be’… vediamo… potrei trascinarti in bagno con la forza… vincendo le tue resistenze a suon di sberle…»
«Promette bene. Vai avanti.»
«Entrato in bagno chiuderei la porta a chiave, che non si sa mai… ti afferrerei per i capelli… costringendoti ad appoggiarti sul lavandino con la parte superiore del corpo…»
«Ottimo.»
«Ti… strapperei… le mutande…»
«Guarda che sono già nuda…»
«Ah, è vero… be’, allora… ti costringerei a tenere il viso nel lavandino, mentre io ti… afferrerei le natiche…»
«Perfetto.»
«E… te… lo… metterei nel…»
«Basta così. Ho capito. Lo sai che non mi piacciono certi termini.»
«Scusa, scusa… volevo… dire che… ti penetrerei analmente… poi comincerei… a… manipolare da… dietro… con i tuoi… seni… e ti… infilerei la lingua nell’orecchio…»
«Va bene. È sufficiente.»
«Suffi… ciente?…»
«Sì. Stai migliorando, e te ne do atto. Domani saprai certamente fare meglio.»
«Come, domani?…»
«Domani, domani. Ora sono stanca.»
«Ma io… mi stavo… scaldando…»
«Ho detto domani. Ciao caro.»
«Ciao…»

È coricata sul letto da più di mezz’ora, e quello ancora non chiama. Di solito non fa neanche in tempo a spogliarsi, che il telefono già squilla. Oggi, invece, l’apparecchio tace. Sembra un soprammobile. Si alza, decisamente contrariata. Indossa la vestaglia. Non le piace girare nuda per casa. A qualcuno potrebbero venire strane idee. Scende dabbasso.
«Tesoro…»
Suo marito non risponde.
Lo cerca ovunque. La casa non è grandissima. I posti nei quali nascondersi non sono molti.
Non c’è. Forse è andato via. Forse l’ha abbandonata…
Ma no, ma no!
Le avrebbe lasciato un biglietto… una lettera… qualcosa di scritto, insomma… nel quale addurre motivazioni… al quale affidare eventuali rancori o risentimenti…
Si rassegna. Non c’è. Torna in camera. Siede sul letto. Si spoglia completamente nuda. Indossa solo un filo di perle. Chi lo sa. Magari torna e la chiama…

Si è addormentata.
Rumori percepiti nel dormiveglia. È tornato. Giusto per portare via la sua roba, e lasciarle una lettera. C’è rimasta male. Non se l’aspettava.
Adesso cosa faccio?…

Ha trasformato casa sua in una linea erotica a pagamento.
Ancora giovane. Ancora bella. Libera. Trasgredisci anche tu la mia oralità. Ti aspetto ogni sera, dalle 20.00 alle 4.00. E non preoccuparti. Non dormo mai. Non ne ho bisogno.
Un successo travolgente.
Imprevisto.
Telefona perfino lui.

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