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Quella notte, la prima ed unica sull’Isola, era scivolata via veloce ed il nuovo giorno era da poco entrato dalla finestra nella stanza.
Avevamo appena finito di fare l’amore e Mìa era rimasta distesa nuda sul letto ormai disfatto con la pelle resa lucida da un leggero strato di sudore.
Dormiva e pensai che sarebbe stato un vero peccato svegliarla.
Per questo decisi di rimanere immobile a guardarla in silenzio dai piedi del letto.
Era bellissima.
Mìa aveva vent’anni ed era bellissima.
Avevo avuto altre ragazze prima di lei e a modo mio le avevo amate tutte.
Con ognuna di loro avevo scaldato delle lenzuola e plasmato dei cuscini, ma nessuna era stata come Mìa e con nessuna avevo fatto l’amore in quel modo come era successo quella notte; quella notte era stata differente dalle altre, unica ed indimenticabile, in una sola parola speciale.
Speciale.
Anche per Mìa.
Per lei infatti quella era stata la prima volta e per una ragazza la prima volta è per sempre, non si dimentica mai e per Mìa non si sarebbe trattato di un’eccezione, quella notte trascorsa insieme l’avrebbe ricordata per tutta la vita.
Così con gli occhi spugnati di lacrime per la felicità e l’emozione continuai a fissarla da lontano prima di alzarmi ed avvicinarmi.
Quando le fui di nuovo accanto cominciai a sfiorarle le gambe lisce e snelle, prima l’una, dall’alto verso il basso, poi l’altra.
Mentre la guardavo dormire pensai per la prima volta che non sapevo praticamente nulla di quella ragazza o comunque relativamente poco.
Ma in quel momento come in nessun ’altra precedente occasione capii che non mi interessava sapere più di quanto Mìa avesse voluto dirmi o raccontarmi.
L’unica cosa importante era che Mìa adesso era lì accanto a me.
Quel pensiero durò comunque poco e svanì nell’istante in cui le toccai il ventre, piatto e teso ed i fianchi, tondi e pieni, resi incredibilmente sexy dall’elastico stretto dei suoi piccoli slip.
Nonostante tutte quelle ore di sesso ed amore spese insieme le mie mani grandi e forti erano ancora piene di carezze per il suo corpo caldo e snello; per i suoi seni, piccoli e duri, coi capezzoli dritti di un colore più chiaro rispetto alla pelle tutta intorno leggermente bruciata dal sole e per il suo sesso morbido e bagnato.
Mìa accolse le mie dita dentro di se con un flebile gemito della voce ed una leggera contrazione della pancia che le fece ballare il brillantino sospeso nell’ombellico.
La sua schiena improvvisamente si inarcò e cominciò a vibrare come un’arpa mossa dai colpi decisi e ritmici della mia mano.
Con l’altra, rimasta libera, presi a pettinarle i capelli nero petrolio usandone una ciocca come pennello per ripassarle l’ovale del viso.
Poi l’assaggiai.
Una, due, tre, dieci volte.
Le sue labbra sapevano di sale e di vento.
Mìa al suono di quei baci, con una smorfia a metà strada tra un sorriso ed uno sbadiglio, si svegliò lasciando brillare quei suoi grandi occhi verdi.
Davanti a quello sguardo tanto dolce da starci quasi male riuscii a pronunciare solamente “Buongiorno piccola…”.
“Buongiorno…” rispose la ragazza baciandomi sulla fronte.
A quel bacio risposi chiudendo gli occhi poi, fermate le dita ladre d’amore, mi lasciai travolgere completamente da quello tzunami che avevo nel cuore.
Senza fiato e con un filo di voce provai a dirle “…Mìa…io…” ma quelle parole mi rimasero strozzate in gola interrotte dall’indice della ragazza che, poggiato verticalmente sulle labbra, mi pregava di rimanere in silenzio.
In quel momento i nostri sguardi si abbracciarono prima ancora dei nostri corpi.
Nella stanza ora si sentiva solo il rumore forte dei nostri silenzi interrotti per l’ultima volta dalla voce di Mìa che, senza spostare la sua mano dal mio viso, mi sussurrò con dolcezza “...lo so…lo so…anche io ti amo…Giulia…anche io ti amo…”.
Quella mattina, la prima ed unica sull’Isola, era scivolata via veloce e la nuova notte era da poco entrata dalla finestra nella stanza.
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