Stazione, ora di punta, la gente si affretta tra orologi e telefonini, consuma pasti istantanei, persone che aspettano, arrivano e ripartono, qualcuno certo avrà perso la coincidenza, qualcun altro già in ritardo sgomiterà per un posto in taxi, uomini d’affari si mescolano con sbandati e perdigiorno quasi a creare un essere unico, definitivo, un mostro con mille teste e un milione di anni.
In mezzo alla folla c’è anche una ragazza, gli occhi puntati sullo schermo degli arrivi, stringe un oggetto tra le mani. Sta aspettando qualcuno, forse il fidanzato, forse un’amica. Se ne sta lì da due ore e forse ha già perso la speranza se è vero che un signore ha notato che una lacrima, trattenuta fino all’inverosimile, alla fine si è liberata e ha cominciato a scendere dalle palpebre lungo le gote fino a inumidirle la bocca. Un ragazzo la urta, le chiede scusa, intanto le sfila il portafoglio dallo zaino; lei non si accorge di niente, immersa com’è nei rimpianti.
Nella sala d’aspetto i barboni sonnecchiano e chiedono spiccioli, sospesi in un limbo che fa sembrare loro tutto identico… evitabile. Intanto dio se ne sta appollaiato sopra l’orologio del binario uno, da sotto sembra in tutto e per tutto un piccione, caga proprio sulla giacca del capotreno del Milano-Napoli, quello lo guarda e bestemmia, il piccione non si offende e va avanti a scrutare.
Bene e Male si guardano in cagnesco; stanno in questo posto da un’eternità e la coincidenza, loro, l’hanno persa da sempre, non si sono mai avvicinati, mai una parola, una battuta o un’offesa, due sguardi prigionieri l’uno dell’altro. Il Male è un signore sulla sessantina, alto e di bell’aspetto, in giacca e cravatta, gli occhiali nel taschino, regge con la destra un quotidiano. Impeccabile. L’altro è un ragazzino, capelli pettinati a spazzola, ha un pallone in mano ed è in ritardo per la cena, abbozza due palleggi, crede ancora di poter diventare un campione con quel numero dieci sulla maglia della nazionale; ma tiene fissi gli occhi su quel signore, così perde la concentrazione e la palla continua a cadere per terra.
La ragazza davanti allo schermo degli arrivi non sta aspettando nessuno. È lì da ore e le lacrime erano solo gocce d’acqua piovana. Il portafoglio che le hanno rubato conteneva poche monete, nessun documento né foglietti con numeri di telefono. Solo un biglietto con un appunto in stampatello.
Nel cesso della stazione il ragazzo apre il portafoglio, legge la scritta, impreca per non aver trovato nient’altro, esce infuriato, si scola una birra che teneva nella tasca, scorge la ragazza e le va incontro.
Treni partono e arrivano, gente si affretta, puzza di gasolio, polizia ferroviaria, piccioni che cagano. La fine per tutto.

La zingara e le sue carte, intorno molte signore scambiano qualche moneta per una dritta sul futuro, un consiglio o una pozione d’amore. La maga è accondiscendente: modera presagi in avvertimenti, vende disgrazie per questioni da risolvere; quando sa di mentire si ricalca sul volto un sorriso compiacente, coi figli attorno che non la smettono di ridere e saltare, che sembrano più di mille dal baccano che fanno.
«Ciao, tutto bene?»
«Non ho bisogno di niente!»
«È solo che ti vedo qui da ore ormai e mi chiedevo se magari stessi aspettando qualcuno…»
«E tu che ci fai qui da ore?»
«Beh… io, diciamo che ci lavoro…»
«Eeee… che lavoro fai?»
«Infatti… diciamo che mi arrangio come posso… ho preso una cosa, prima, diciamo per sbaglio, dal tuo zaino…»
La ragazza sorride, non sembra sorpresa, nemmeno spaventata.
«Ah… sei un ladro! Cosa dovrei fare ora? Chiamare la polizia?»
Lui le porge il portafogli.
«Amici come prima?»
«…»
«…»
«Ti andrebbe di tenermi per mano?»
S’incamminano verso fuori. Senza parlare, senza conoscere l’uno il nome dell’altro, scordandosi quasi il proprio.

L’impiccato, la papessa, la morte e la ruota, il folle e la rosa.
«Mio figlio troverà lavoro?»
Come se le carte potessero svelare quello che a loro non interessa.
«L’attesa sarà breve.»
«Mio marito mi tradisce?»
Domande! Sempre domande!
«Sta a lei ravvivare il desiderio…»
La signora attempata farà sesso come mai quella notte stessa, il consorte nel frattempo penserà alla segretaria che non avrà.
Davanti al tavolo della zingara passano due ragazzi mano nella mano, lei ha un volto bellissimo, lunghi capelli neri e l’espressione di chi ha finalmente trovato ciò che aspettava. Gli sguardi delle due per un istante s’incrociano, qualche secondo e due sorrisi, la simpatia spontanea che può nascere solo fra donne.
«Cammina piano ragazza… la tua strada sarà lunga e leggera.»

Dal treno, guardare fuori fa venire i brividi; le lepri corrono nei campi e contrastano nella neve con assoluta evidenza, ma gli uomini a bordo spesso si dimenticano dello spettacolo che il mondo dà di sé, si perdono tra telefonini, libri e orologi. Fanno due chiacchiere con il vicino di poltrona e poi si addormentano; alcuni tirano addirittura la tendina per isolarsi da quello che là fuori corre così veloce, a volte, da far venir la nausea.
Il controllore incacchiato mica ha tanta voglia di chiacchiere oggi. Non vede l’ora di terminare il suo turno per rifugiarsi a casa. C’è anche dio sul treno. Sembra una donna, ora, bella da non credere… Così, un po’ per scherzo e un po’ per farsi perdonare, quando l’uomo le domanda il biglietto lei attacca bottone. Dopo qualche secondo lui cambia espressione, umore, e nemmeno più si ricorda la giacca sporca di merda d’uccello… cambierebbe casa, lavoro e persino il nome per una notte con lei. E la invita a cena… la invita a cena balbettando, sperando che esista un dio, almeno quel giorno, ma lei non risponde, solo un sorriso che vale più di tutto l’oro del mondo. Prima d’alzarsi, scendere dal treno, diventare un ricordo.

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