T

Ricordo.
Un cavalluccio di mare in una bottiglia di plastica. Io ero solo un bambino e per la prima volta impazzivo di rabbia, urlando e piangendo rincorrevo schizoide un bimbo colpevole di avermi battuto a qualche stupido gioco, le mie mani potenzialmente assassine tentavano di afferrarlo, la voglia di sentire il suo respiro cessare.
Pane che galleggia inzuppato d’acqua marina, il cavalluccio che cade verso il fondo morto, quanto può durare l’esistenza di un esserino così fragile? Meno di quanto puoi immaginare tesoro… sicuramente un po’ meno… è come far mangiare pasticche d’anfetamina ad un piccolo criceto, è pura follia tesoro, pura follia.
Ricordo? Non ricordo più niente, è memoria offuscata tutto quello che mi è concesso, sono solo notizie flash dal mio passato. Hanno detto che un uomo senza ricordi non è nulla, assolutamente nulla sono io, il mio presente che non è altro che il ricordo del mio passato è poi il mio futuro, un ammasso d’episodi senza memoria che viaggiano in uno spazio svincolato dal tempo; come la storia che gli uomini s’inventano, creare un passato per giustificare il presente per controllare il futuro.

Il mio futuro. Sono solo fogli di carta straccia battuta a macchina che nessuno avrà voglia di leggere, sarò il disgusto sdegnato del fragile bimbo che fui… ipotetica voglia di lottare.
Il presente reciso dal passato senza la possibilità di rimarginarsi, ammiro negli umani la perseveranza nel ripetere gli stessi sbagli, le stesse atrocità perpetrate nei secoli, accusando chi è venuto prima di noi, imitarli e condannarli allo stesso tempo; come unica scusa il futuro…il futuro.
Al futuro, proprio così tesoro, penso proprio al futuro mentre ti recido la gola, mentre il tuo sangue acido mi sporca le mani e mi accarezza gli occhi penso a quello che avrebbe potuto essere il nostro futuro insieme, non ti dimenticare mai quanto ti ho amato, non dimenticartelo mai.
T come tafferugli della memoria.
T come la torre campanaria di questa città, come i cinquecento anni persi ad ammirarla, a lasciarla decadere, a ricostruirla ed ammirarla di nuovo, con la stessa soggezione, la stessa apatia, lo stesso sconforto.
T come totale inattitudine al rapportarsi con gli altri, l’impressione d’essere più predisposti al silenzio ostentato, come quando le prime volte fuori con te non riuscivo a parlare di niente, rispondere a monosillabi o non rispondere affatto, lasciarsi scivolare il tempo addosso, lasciarlo passare, come se non costasse nulla spenderlo e basta.
La T dell’indifferenza per la propria esistenza ed in conseguenza per quelle altrui, il coraggio che ho trovato per eliminarti e preservare nella memoria una perfetta immagine di te, senza lasciarti il tempo per cambiare, per avere finalmente un ricordo ed inglobare in un sol attimo tutti i tuoi, il tuo bel viso da bimba maliziosa appena prima di capire dove avevo intenzione di portarti stasera, l’ultimo ti amo.
T, luci giallo lampione inquisitrici ci spiano dall’alto tentando di smuovere il mio senso di colpa senza fortuna, non vedo più delitto nel regalare la morte ad esserini fragili ed indifesi e bellissimi come te.

Portarti a ballare vorrei stasera, in uno di quei posti che se non hai un bel vestito addosso ed il portafogli pieno non ti fanno neanche entrare, è l’estetico senso dell’esclusione a perseguitarci, a condannarci; siamo strategie di mercato, nient’altro che accurate indagini svolte su più piani da menti lucide e superiori che dall’alto decidono come meglio far fruttare la nostra stupidità. Felpe blu con tre righe bianche, pasticche multicolori, scarpette globalizzate per il popolo no global, sigarette di tutte le marche per farci crepare prima, dolci cocktail fruttosi da perdercisi dentro, non hai mai sentito il bisogno di urlare? Urlare fino a perdere la voce, urlare per farli scappare via tutti, per spaventarli con la maschera del pazzo che posso indossare quando non ho nulla da guadagnare.
E adesso mi sembra di riconoscerti in mezzo a tutte queste ragazzine che ballano in cerchio ubriache, mi sembra di vederti come la prima volta che proprio qui ti vidi e vincendo la timidezza ti avvicinai dicendo qualcosa di davvero banale, stupito da come tu mi sorridessi chiedendomi se volevo bere qualcosa con te.
Strano, fu davvero strano non trovi? Seduti al bancone facendo di tutto per sfiorarci, ridere, poi fuori ad aspettare gli amici fissando l’asfalto scombussolati dal silenzio e dall’alcool, la tua mano che accarezza la mia bocca e quell’irresistibile voglia di baciarti e morderti e stringerti che non mi ha più abbandonato, quando aprii la bocca per salutarti la tua s’ incollò alla mia per evitare che parole infangassero come sempre tutto… sei corsa via, veloce dalle tue amiche che ti aspettavano in macchina pronte a farsi raccontare tutto.
Ed è strano quanto già soffro per la tua assenza, con la macchina lanciata a centoventi all’ora su questa strada di campagna, ancora più strano è che non so già più cosa esattamente ti rendesse così unica e speciale, perché ho voglia di spegnere i fari della macchina ed accelerare? Ancora ed ancora fino perdere il controllo in questa stretta curva a destra, sbandare senza avere chiara la voglia di tornare in carreggiata e schiantarmi pensando a te contro questo traliccio dell’alta tensione, accartocciare la carrozzeria ed incastrarmici per sempre in queste lamiere grigio metallizzato che forse sole preservano ancora un qualche ricordo di noi.

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Luca Pozzoli
Luca Pozzoli

È nato il 27 dicembre 1979 a Cremona, dove tuttora risiede. Si è laureato in Arte Spettacolo e Immagine Multimediale all’Università degli Studi di Parma. Ha fatto un po’ di tutto: operaio, magazziniere, barista, benzinaio, tecnico audio, operatore di call-center. Attualmente lavora presso un cinema di Cremona. Scrive per passione, per autoanalisi e per divertimento.

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