Passo lento sovietico, sguardo col mezzo sorriso enigmatico, Michele il russo faceva il portinaio in un signorile palazzo del centro città.
In quel palazzo dove i condomini si salutavano a malapena, quasi tutti avevano macchine di colore grigio, grigio come le loro teste, Michele studiava quei condomini come se fosse un maestro di scuola. I condomini parlavano tra loro di meteo, di vacanze da sogno, di figli propri quasi laureati, di figli altrui quasi drogati.
Nel tempo Michele aveva ascoltato trenta tipi di passi, cinquanta di respiri, di voci, settanta movimenti di chiavi, venti tipi di scoreggia, colpi di tosse, tipi di starnuto.
Michele il sovietico viveva solo e ascoltando quei suoni si sentiva piu’ sereno, si sentiva parte di una famiglia, anche se la famiglia non sapeva della sua esistenza, la notte infatti Michele dormiva poco, non c’erano suoni, si sentiva solo.
Michele di giorno girava con in tasca un piccolo registratore che nessuno vedeva, la notte a volte lo faceva partire, s’addormentava che ancora quei suoni, quelle voci e quei colpi di chiave continuavano nel silenzio della notte cittadina.
Quei notai, avvocati, imprenditori non è che rivolgessero molto la parola a Michele se non per qualche particolare servizio. Avevano tutti paura dei ladri, ma Michele pensava che anche lì qualche ladro c’era: “Come fanno i ladri ad avere paura dei ladri?”.
Michele il sovietico conosceva il passo lento del Dottor Malpi insigne melomane, i colpi di chiave nervosi e secchi dell’imprenditore Moretti, il respiro affannato della professoressa Savi, il colpo di tosse del notaio Rocchi era inconfondibile, il colpo di chiave delicato della signora Macciani, le scoregge della anziana maestra Volpi erano indimenticabili.
A volte Michele dal fondo della scala salutava chi stava salendo o scendendo senza vederli e quelli rimanevano straniti:
“Maestro conosce suoi allievi” diceva sovieticamente col mezzo sorriso.
L’unico che non salutava mai Michele e che anzi lo insultava, era l’avvocato Sartori, “Zingaro fannullone” lo aveva chiamato con disprezzo una volta, Sartori era un uomo silenziosissimo nel passo, felpato nell’aprire l’uscio di casa, l’unica cosa che lo contraddistingueva era che fischiettava la canzone “Un cuore matto”.
Alle riunioni con il portinaio l’avvocato non andava mai perchè lavorava fuori città, non parlava mai con nessuno del palazzo quell’uomo. Era un cuore matto. Matto da legare.
E non c’era neppure quella volta famosa che Michele durante una riunione fece un vero show davanti a quei signori in giacche e cravatte grige con cui di solito non scambiava che poche parole formali.
Michele svelò a tutti come faceva a salutarli senza vederli fisicamente, imitò colpi di tosse, colpi di chiave, rutti, scoregge, starnuti, tipi di passo di quei professionisti che lo guardavano senza dire una parola. Poi poco per volta se ne andarono tutti lasciando quella sala nel gelo piu’ totale e Michele col mezzo sorriso a canticchiare triste “Sapore di sale”, cantava per imparare l’italiano Michele il sovietico.
Michele pensava di fare una cosa bella e invece si era tagliato le gambe da solo, gli arrivò un invito ad andarsene dal condominio entro l’estate, la gente non voleva essere spiata. La gente borghese voleva ruttare e scoreggiare in santa pace.
Michele era triste in quella estate, tutti quei fottuti d’avvocati e notai se n’erano andati in Sardegna e lui se ne stava in canottiera in Luglio ad ascoltare “Luglio”a Parma. Tutti quei suoni che venivano dal registratore non bastavano a tirargli su il morale.
Una domenica mattina sentì salire il fischio di “un cuore matto”, era l’avvocato Sartori, Michele fu felice di sentire un rumore anche se era quel farabutto che gli diceva: “Lei non sa far niente”.
Dopo quindici minuti Michele udì tre colpi di pistola, Michele si buttò contro un muro nella portineria. Tremava come quando era in Siberia.
Sentiva il fischiettio dell’avvocato Sartori, lo sentiva scendere lentamente dall’ascensore di servizio.
Trovarono il corpo senza vita della moglie dell’avvocato Sartori, fu un gioco da ragazzi per il fido e fine uditore Michele denunciare quel delinquente che non l’aveva mai salutato. Il mezzo sorriso sovietico divenne sorriso e basta.
I condomini si complimentarono con Michele e decisero di tenerlo come portinaio, tutti i giornali e le televisioni parlavano di lui e della sua sublime arte di ascoltatore, Michele non lo fregava nessuno, questo era il suo amore per il prossimo imparato dalle pagine di Tolstoi.
Quando l’avvocato Sartori passò davanti alla portineria tra due Carabinieri, Michele fischiettò perfidamente “Un cuore matto” “Buona serata, avvocato, canti anche stasera mi raccomando” disse con il sorriso sovietico Michele.
“Addio Michele” rispose l’avvocato Sartori salutandolo per la prima volta e chinando la testa. Eppure quei due avevano qualcosa in comune. Erano due cuori matti. Matti da legare.
