Il peso della morte

Sì, sì, fu un periodo no,
sì, un periodo
decisamente
no.

Solo pochi giorni prima
una sentenza senza appello:
“Mi dispiace davvero,
ma cercate di capire,
guardatevi l’un l’altro,
siete soltanto in tre
ed io
così
il CLASSICO
non ve lo posso certo aprire”.

Ancora fanculo.

“E ora che faccio?”.

Un trillo.

Mamma ai fornelli,
la voce INDIRIZZO del modulo PREISCRIZIONI sui nervi,
“Fanculo, fanculo,
ma con tutto il cuore fanculo.
Qui ci vogliono quattro calci.
Mamma vado io!”.

“Sì?”.

L.: “Ah sei te,
perfetto!
Puoi scendere un attimo?”.

“Dammi un minuto”.

L.: “No, fa’ subito!
Ti vengo incontro per le scale”.

Era chiaro che qualcosa non quadrava

Non immaginavo tutto quello.

Mi superai.

Per le rampe a capocollo
più di quella volta dell’”Esorcista”,
più di quella del terremoto
in coppia con papà.

Sesto, quinto, quarto, terzo.

“Cosa c’è?”.

L.: “Sta’ qui, finché non torno”.

Staffettista già da un po’
mi consegnò il testimone.

Doveva girare qualche ronda.

Costretto a quella mossa
sparì.

Ero per lui l’ultima spiaggia
giusto il tempo
di lasciare che le acque
si calmassero.

Le mie
si agitano tuttora.

Io a quella busta
non ero preparato.

Il cervello gelo,
i muscoli pietra,
il cuore pianto,
forse passò più di un secolo.

Confuso alla parete
è probabile che qualcuno
mi abbia anche visto.

Di ciò che circolava
nelle vene del mio quartiere
sapevo,
come di mio zio.

Nelle mie mani leggevo il suo destino.

Potevo imbucare il plico
nella pattumiera che avevo accanto.

Pensiero di adesso,
di quando il suo viso riaffiora.

Avevo un chiodo piantato nei palmi,
uno conficcato al centro dei sogni.

Sì, tornò.

Aveva il volto giulivo
dello scampato al pericolo.

Fu questione di tempo.

Non capì mai che aveva
la morte custodita nella tasca
interna del giubbotto che toglieva
solo per andare a letto.

Come un minatore
con l’anima scottata
dal grisù imprevisto,
risalii al mio piccolo.

INDIRIZZO?

Segnai ELETTROTECNICO?

Nella vita
desideravo scrivere altro.

Il peso della morte?
Circa un etto.

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Giuseppe Rizzo Schettino
Giuseppe Rizzo Schettino

Mi chiamo Giuseppe Rizzo Schettino,
sono nato a Melzo (MI) il 16 febbraio 1969,
ma sono originario di Sapri (SA), il paese della Spigolatrice
che nel 1857 vide sbarcare Carlo Pisacane.
Le mie due passioni sono la poesia e la storia.
"Hotel Esistenza", che ho pubblicato l'agosto scorso,
è la mia prima raccolta di poesie.
Mi sono laureato in Storia moderna alla Statale di Milano
nel 1996 e la mia tesi in Storia del Risorgimento italiano
su Carlo Bianco, un collaboratore di Giuseppe Mazzini,
il 1° di febbraio entrerà nel catalogo libri della Carocci editore.

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