Là dove la roggia
scende dal Naviglio
a dissetare il foraggio
dell’acqua ormai cheta
dell’Adda vorticoso,
l’uomo delle cascine
vide sorgere un pianeta
nel lasso di un maggese.
Era l’era in cui
la città chiedeva figli
a fiumi,
era l’era in cui
la città strinse alla cintura
migliaia di emigranti.
C’erano lumache, fagiani,
rane e stallate di bovini,
e lei, ovunque lei,
regina dei campi,
locale secolare
base alimentare.
La zappa, l’aratro,
la piccozza e il rastrello
svellevano la terra
grassa del trifoglio,
placide, fitte al latte
le nebbie,
a gocce grosse
le piogge,
e stracchino e burro
a fette.
Habitat che era,
estinto, sommerso
dalla marea d’uomini e donne
che salivano,
habitat eroso
da speculatori,
grati d’allargar la taglia
al quartiere progettato.
Dagl’altiforni e le catene
il lavoro colava come miele,
quarantotto palazzi non bastavano
per riparare squadre intere
d’occhi, mani e braccia
veloci,
veloci ne spuntarono
altri sedici.
I camion si susseguivano,
le gru svettavano,
la cazzuola erigeva
piani fino al cielo,
l’albergo dormitorio
rubò all’orizzonte
in più tre piani
dei sei in preventivo.
Al taglio del nastro
il mio condominio
lo chiamarono Marte,
l’uomo delle cascine
chiamò terroni
chi giunse d’alieno.
Erano scuri
e puzzavano d’olio,
erano corti
e parlavano strano,
usavano carte
diverse da loro.
Sul capo la nera berretta
gesticolavano anche in lambretta,
inseparabili dal loro coltello
li sentivi in tutta Pioltello.
Pasta di grano,
caffé e pomodoro,
provola, pane
e un quarto di vino,
sempre buongiorno
e un sorriso di sole,
sempre un virile
fischio d’autore.
Scansafatiche e canterini,
la moglie a casa con otto bambini,
baffo lisciato e i capelli d’un lato,
un tocco alle palle e Dio sia lodato.
Due tribù
in mezzo un muro,
la Vecchia e la Nuova,
un solo destino.
Prima di andare in pensione
e scendere
mio nonno mi disse:
“Non avrei voluto mai
venire in questo paese,
non avrei voluto mai
lasciare l’amato Cilento,
stavo bene
dove stavo”.
Sono passati quaran’anni
e l’uomo delle cascine
non digrigna più i denti,
non serra più i pugni,
non ci guarda più
come stranieri,
solo talvolta
nello stretto
sento ancora intonare
un motivetto:
lazzaroni, lazzaroni,
ma quanto son buoni
questi terroni.
