Di riccioli interrotto il giocherello,
con stolido orgoglio maschio di gallo
che turgidi sciorina i suoi bargigli
ti turbi e inarchi lesta un sopracciglio;
ponendo il sommo delle nari a becco
ti fai repente tacchino barocco
che alieno all’eleganza del pavone
calpesta lineamenti ed espressioni.
La bocca ormai impudica si spalanca
e in men che non si dica un elefante
risorgi, un ippopotamo di pongo
rugoso perso in nostalgie di fango,
una catarsi di grinzosa pelle
che va a disfarsi orribile stremata,
nel mentre in smorfia lirica dilati
occhi caprini in due mostruose bolle.
Di avido risucchio inali il mondo
tremante lo ritieni un lungo istante
per quindi sibilarlo restituito
torcendoti, ora crotalo involuto.
Di nuovo certa ti ridesti umana
e in un baleno torni alla tua tana
di mise che lasci intravedere il giusto,
di trucco che sia come sempre a posto;
le pieghe ristrutturi maliziosa.
Solo un istante fa tra-salivavo.
Di insolite movenze generosa,
ferina maschera ti preferivo:
autentica di tua seconda vita,
incauta naturale incontrollata
leonessa sbadigliante da savana,
non preda banale da giungla urbana.

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