Piove sulla città

Dopo tanto cielo, o nuvole che illudevano,
piove -piove forte, ininterrottamente da ore-
come se novembre, d’un tratto, ritrovasse se stesso.

Piove sul torrente secco e sulle nutrie marziane
che vi si aggirano imperturbabili,
fin sotto i ponti del Centro.

Sull’aria falsa delle polveri sottili
che nemmeno un uragano potrebbe purificare.

Piove sulle mansarde dei borghi,
e gli studenti perdono più tempo a dormire,
a far l’amore e ancora a dormire;
e gli anziani di sotto si distraggono dai loro cari
-morti e nipoti in cornice-
e vanno alla finestra con il gatto,
incuriositi dalla novità degli ombrelli di chi passa.

Sugli extracomunitari che pullulano nel loro umidore,
che rubano le biciclette,
che rendono i ricchi più ricchi
e noi tutti più miseri di fronte alla loro miseria,
che ci spezzano il cuore con i loro bambini
-anche al pensiero che di nostri non ne nascono più-.

Piove sulle poche grandi fabbriche,
sulla miriade di imprese artigianali,
sui negozi “firmati” e sui market africani,
sulle cento banche e sui mille studi legali,
sull’alveare vetrato degli uffici comunali:
ma a chi deve lavorare privo di ideali, non importa
-di guadagnare meglio importa,
e che finisca un’altra giornata senza storia-.

Sui parcheggi dei supermercati, piove,
e le donne con spesa e bambino nel carrello
s’incasinano alle auto con gli ombrelli.

Piove sulla città ufficiale, pretenziosa
nel suo mascherone di Piccola Capitale,
ora certo innervosita che un sottopasso allagato,
o qualche rotonda andata in tilt,
possano scioglierle un po’ d’immagine
e far vacillare la sua più recente icona:
quel maturo efebo del nuovo Sindaco.

Sui vecchi padiglioni malinconici
e sui nuovi monoblocchi tecnologici dell’ospedale, piove,
ed è contento -malato, familiare, badante-
chi riesce ad assopirsi a quel rumore attutito,
che attutisce -se si è fortunati-
come una ninnananna verso la fine.

Piove sulla Villetta, sulle sue cappelle monumentali,
sui cortiletti scrostati dei forni del novecento,
sugli alti porticati degli avelli moderni,
sulle tombe modeste dei prati mai fermi
-aiutando quella terra ammonticchiata di recente
a livellarsi, e chi la guarda a placarsi appena prima-.

Piove sulle nostre lacrime:
celate dalla pioggia trovano il coraggio di sgorgare
dalla valle sotterranea del cuore,
e ci rivoltano i visi chiusi,
ce li arano come fossero campi.

Piove su noi, fortunati,
protetti dall’impermeabile del nostro amore
-se non fosse che il tempo incalza
e il dolore da condividere diventa troppo
e ci scopre, c’intride e del tutto più non asciuga-.

Su me piove e questo piccolo diluvio,
quasi lavasse il nero dei giorni,
è gioia tradurlo in parole.
Ma i ruscelli nelle strade,
che pur riscattano un poco l’asfalto,
fanno pensare al torrente d’autunno:
come quello dei miei anni s’ingrossa,
deve accelerare e sente più vicino il mare
-verrà inghiottito nulla sapendo
e non di una sua goccia rimarrà memoria-.

Piove a dirotto su questo mondo di foglie cadute,
di tutti i gialli, di tutte le ruggini,
anche verdi -che cadono ancora vive-
e sui loro alberi desolati che le guardano, piove.

Eppure in questo fragore sento mormorare
come un coro di voci ancora lontano:
ripete che non dobbiamo attenderla la primavera,
bensì progettarla nuova, più umana
-senza perdere l’inverno ad ascoltare chi ci divide,
a consolarci in una passione o a pregare chi non c’è-.

E’ l’albero di un unico popolo di meticci
appacificati e giusti gli uni con gli altri
che abbiamo il dovere di mettere a dimora,
e con la pazienza delle generazioni
far fiorire e fruttificare.

Poi andare oltre,
fino ad aggiustare il passato.

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William Vitali
William Vitali

William Vitali è nato a Parma nel 1955, ove vive e lavora quale psicologo-psicoterapeuta nei Consultori Familiari dell'Ausl. Scrive poesie dai tempi dell'adolescenza e negli ultimi anni ha iniziato a sistemarle in raccolte e pubblicarle nel sito www.fotopoesia.it -sito che ha aperto con l'amico fotografo Daniele Degiorgis, soprattutto per presentare il loro lavoro di “fotopoeti”- .
In esso è illustrata anche l'attività “pitto-scultorea” a cui Vitali si è dedicato, prevalentemente tra la fine degli anni ottanta e la prima metà dei novanta, recuperando e rielaborando rottami abbandonati di manufatti in legno.

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