Ricordo, non conosceva una parola d’italiano
Si era seduto in mezzo a noi con un dizionario in mano.
I suoi occhi sembravano dire: “ti prego stammi ad ascoltare”.
Con le mani, con la voce e con il cuore si sforzava di farsi capire.
Seduti lì eravamo in tanti, tutti piuttosto diffidenti.
“Chissà quel tipo cosa cerca qui” Si levavano già i primi commenti.
Io provai subito simpatia, ma finsi di mostrarmi distaccata,
di ignorare i suoi apprezzamenti e quei piccoli approcci che non mi dispiacevano affatto.
Poi fu sempre più difficile provare indifferenza,
ormai intuivo tante cose, ma di certo non capivo niente.
Ero stretta da una morsa, incapace della più piccola decisione.
Mi intimidiva il giudizio degli amici e intanto in me cresceva la tensione.
Sentivo forte la voglia di oltrepassare quel confine,
per essere me stessa, finalmente libera di agire.
Avrei voluto sciogliermi in un abbraccio e dirgli: “dai, andiamo via”.
Dopotutto, la sua solitudine non era così diversa dalla mia.
Mi imbarazzavano i troppi sguardi puntati su me e sulla sua pelle scura,
ma era giunto il momento di scrollarmi di dosso il pregiudizio, l’incertezza e la paura.
Così mi alzai e lui sorrise pensando: “ci siamo finalmente”.
Fece un cenno come per seguirmi, ma io mi voltai senza riuscire più a dir niente.
In un lampo salutai gli amici e salii sull’auto per fuggire via.
Lui mi guardò partire e allontanarmi in fretta, lo avevo lasciato solo con la sua fantasia.
Per strada incominciai a riflettere, amareggiata per la mia incoerenza.
Il conflitto ora era rimasto in me, la mia comprensione valeva quanto la loro indifferenza.
Rincasando, mi chiedevo chi tra noi due fosse davvero lo straniero.
Quel ragazzo solo che era venuto tra di noi, oppure io che ero fuggita da me, da lui e da tutti loro?
