Entrò nella stanza e si chiuse la porta alle spalle. Era da tempo che non si sentiva così stanca. D’altra parte sette ore e passa, in piedi, dietro un bancone di marmo, potevano fiaccare chiunque, anche donne più forti di lei. Anche quella giornata era andata e finalmente poteva rifiatare, a cominciare da una doccia rilassante. Si sedette sul letto perfettamente rifatto (doveva averci pensato sua madre, visto che lei non ne aveva avuto il tempo), inspirando il profumo di mughetto sprigionato dalle lenzuola.
Pensò al negozio. Il mughetto era finito e sarebbe arrivato solo tra qualche giorno. Non era un problema: solitamente era un fiore poco richiesto. Anche se, proprio oggi, una signora aveva avuto la folle idea, per il matrimonio della sua unica figlia, di addobbare la chiesa solo di mughetti.
Sorrise. Come si poteva decorare una chiesa così grande con un fiore così piccolo?
Chissà quanti ce ne sarebbero voluti, per notarli in quello spazio immenso! Era sicuramente un bel fiore, ma lei non si sarebbe mai sposata in una chiesa di soli mughetti. Non ne avrebbe avuto la forza, tutto qui.
Appoggiò la caviglia destra sul ginocchio sinistro e cominciò a liberare il laccio di cuoio dalla fibbia argentata. Lentamente.
La scarpa cadde al suolo con un tonfo. Ripeté l’operazione con l’altra, lentamente, e anche questa rimbalzò sul marmo rosato, andando a finire con una goffa capriola vicino alla compagna che giaceva appoggiata di lato.
Al suo occhio abituato ad abbinare colori non sfuggì il singolare contrasto tra il nero delle scarpe e il rosa tonno del pavimento. Affondò le braccia nel letto, inarcando la schiena all’indietro per poi allungare le gambe quasi snelle, strette in collant neri, tenendole a mezz’aria dritte come aste. Prese a far roteare i piedi, il destro in senso orario, il sinistro antiorario. Le piaceva sentire lo squittìo delle caviglie che scricchiolavano, lo trovava rilassante, ma mai quanto una doccia bollente. Il silenzio si rimpossessò della stanza quando le caviglie si fermarono.
Con un balzo si rialzò, i piedi vicino alle scarpe dalla fibbia argentata. Si guardò attorno, con aria circospetta, come se avesse avvertito la presenza di qualcun altro, ma non c’era nessuno oltre lei nella camera. Doveva essere la televisione; chissà cosa stava guardando sua madre. Sicuramente niente di interessante.
Si spogliò, veloce, quasi con foga, trattenendo il respiro nel togliersi maglione e camicia. Come una creatura appena nata che sente per la prima volta il sapore dell’aria.

Si avvicinò alla porta. Mise fuori la testa, un’occhiata veloce. Sua madre era ancora in cucina. Dal vetro opaco della porta filtrava fioco il bagliore bluastro della televisione, liberando un alone fluorescente nel corridoio. Con un paio di passi rapidi s’infilò nel bagno e si chiuse dentro a chiave. Aspettò qualche secondo al buio, dopodichè accese la luce. Il bagno era stretto e lungo, illuminato da una luce soffusa attraverso un vetro smerigliato, posizionato al centro del soffitto bianco. In fondo, la cabina della doccia, oggetto del desiderio in quel momento.
Si lavò sotto un getto bollente, proteggendo i capelli corvini in una cuffia di plastica, recuperata mentre l’acqua si scaldava.
Con estremo piacere notò che la stanchezza accumulata durante il giorno la stava abbandonando, sembrava quasi stesse scivolando giù per lo scarico accompagnata dall’acqua, che batteva impetuosa sulla pelle. Uscita dalla cabina, s’infilò l’accappatoio: anche questo odorava di mughetto, come le lenzuola, come una chiesa in cui non si sarebbe mai sposata. Sorrise.
Si sfilò la cuffia e si diede una scossa ai capelli cercando di riordinarli. C’era un’atmosfera surreale in quel bagno angusto, l’aria era talmente satura di vapore acqueo, che ogni cosa appariva indefinita e vaga.

La luce era sabbiosa e gonfia, come in quelle domeniche pomeriggio invernali, in cui, assieme alla sua amica Sara, attraversava la città avvolta dalla cappa bianchiccia della nebbia, con la faccia perennemente incollata al parabrezza della sua Panda 4×4, facendosi guidare unicamente dalla luce nebulizzata in grosse molecole. A volte avevano rischiato grosso con quella densa caligine che incatenava stretta la città ma, come diceva Sara al telefono ogniqualvolta lei esprimeva qualche dubbio sull’uscire in macchina con un tempo del genere:
«Figurati Cal… non ci faremo mica spaventare da un po’ di foschia. E poi basta fare attenzione, che non succede niente; e per giunta restiamo in città… Convinta? Ti aspetto giù, allora!»
Così ogni domenica pomeriggio verso le sei, sei e mezza, lei passava a prendere Sara che, diligentemente, la aspettava giù, davanti alla porta di casa. E tutto questo per cosa? Per andare a prendere il solito tè nel solito locale, incontrando le stesse persone e ridendo per le stesse cose. Ma chi glielo faceva fare?

Aprì la finestrella quadrata situata in alto, sopra il water, quindi arrancò a piedi nudi sulle mattonelle scivolose, raggiungendo il lavabo. Si massaggiò a lungo attraverso l’accappatoio per asciugarsi: prima i polpacci, poi le cosce, che palpeggiò emettendo uno sbuffo insoddisfatto, quindi il ventre e il seno, infine il viso. La doccia l’aveva rigenerata: si sentiva rilassata, distesa, come se neanche avesse lavorato tutto il giorno. Cercò la sua immagine nello specchio rettangolare che le stava di fronte, sopra il lavabo, per avere la conferma delle sue sensazioni, ma non la trovò: la superficie era velata da una lieve patina bianca, residuo dei vapori della doccia. Continuò ad osservarla con attenzione, mentre l’appannatura scompariva lentamente.
Le erano sempre piaciuti gli specchi: strane creature, quasi magiche, nella loro delicata anima di vetro; nella sua fantasia da bambina la accompagnavano in dimensioni fatte di giochi di fate e di elfi (sapeste quanto aveva amato Alice, da piccola, e le testate prese nel tentativo di raggiungere il Coniglio Bianco!), ma ora, meno romanticamente, erano sguardo piatto e fedele, talvolta crudele, di una realtà in evoluzione in cui il Tempo, con i suoi segni, è l’incontrastato tiranno. Eppure, anche se non più bambina, la magia la sentiva ancora, forse in modo più sottile, ma la sentiva, l’avvertiva nello sguardo riflesso appena velato di bianco.

Suo padre. Era stato suo padre il primo a rivelarle la magia, ma lei non l’aveva compresa, non subito. Così aveva pianto. Oh, quanto aveva pianto per il suo settimo compleanno, un acquazzone con tanto di tuoni e fulmini.
«Non lo voglio!… Io questo non lo voglio!», furono le uniche parole comprensibili in quella tempesta di lacrime, urla e singhiozzi.
No, non lo voleva proprio lo specchio che suo padre le aveva regalato, e non le importava quanto fosse grazioso nella sua linea ovale e nello stretto manico allungato. Lo allontanò dagli altri regali, per emarginarlo, per fargli capire quanto lei amasse le sue Barbie e gli animaletti di peluche dagli occhi splendenti, per dimostrargli che lei non aveva bisogno di uno stupido specchio.
Quel 22 febbraio aveva quasi odiato suo padre per aver trasformato il compleanno tanto atteso in un giorno triste e grigio.
Riscoprì lo stupido specchio solo qualche mese più tardi, per caso, durante uno dei suoi giochi, sepolto in un cassetto tra mille cianfrusaglie. Se ne stava lì, il vetro ovale buio, un po’ triste, di quella tristezza opaca che è la solitudine.
Afferrò con le piccole dita il manico di legno lucido, intagliato di fiori e stelle. Era frassino. Lo tirò fuori, gli ridonò la luce, e l’incantesimo si liberò. Bastò un attimo soltanto.
Lo guardò meravigliata. Si guardò meravigliata.
I grandi occhi neri, le guance leggermente arrossate, le labbra sottili incurvate in un’espressione di stupore, perché quella era lei. Cambiandone l’inclinazione, si stupì della facilità con cui poteva cogliere la profondità della sua stanza e imprigionarla, fin nei minimi dettagli, nell’ovale sottile meno di un dito. Provò e riprovò ancora, pensando che la magia di quell’oggetto sarebbe svanita, che prima o poi avrebbe fallito, dimenticandosi di riflettere qualche particolare, ma ciò non accadde mai. Continuava perfettamente a riprodurre dentro di sé tutto ciò che inquadrava, qualunque cosa, senza distinzioni, senza favoritismi, senza sosta. Instancabilmente. Solo ora comprendeva il suo potere, la sua magia.

Quello stupore di bimba le era rimasto, ma il regalo di suo padre no. Chissà dove si trovava ora, forse sul fondo marcio e buio di qualche discarica, con l’immagine della sua stanza di bimba impressa in ricordi di vetro, trattenuti da un sottile legno di frassino, ricamato di fiori e stelle, che ormai non brillano più.
I vapori della doccia erano completamente scomparsi dalla superficie dello specchio. Si guardò.
Calliope e i suoi trent’anni (ventinove per la precisione, ma mancava veramente poco al 22 febbraio), avvolti in un accappatoio bianco che sapeva di mughetto. Questo le raccontava lo specchio.
Con sincerità, senza inutili lusinghe. E lei l’aveva imparato.
Assottigliò le labbra rosate, incanalando i muscoli delle guance lungo quelle impercettibili linee situate sopra agli angoli della bocca. Il sorriso combaciava perfettamente con quelle due piccole rughe. Non ricordava di aver riso così tanto in passato da farsi venire le rughe del sorriso. Si toccò il viso attraverso lo specchio, sfiorando con le dita i lisci capelli neri che ricadevano umidi sulle spalle color latte, troppo bianche per sopportare il sole estivo.
Ma era fine gennaio, l’estate lontana. Solo una cosa poteva ingannare in quel viso da trentenne. Gli occhi. Quei grandi occhi neri non erano maturati come il suo corpo col passare degli anni. Guardandoli, si poteva scorgere ancora la bambina incantata di un tempo e anche perdersi nel candore innocente del suo sguardo. Cosa ci facevano gli occhi di una bimba in quel corpo di donna? Sembrava quasi che il tempo fosse stato generoso con lei, lasciandole un ricordo della sua fanciullezza.
Due occhi neri da fata. Da musa.
Per questo suo padre aveva scelto per lei quel nome, per i suoi occhi.
Cal-li-o-pe.
Suonava bene anche sillabato. Eppure un tempo aveva desiderato un nome più normale, qualcosa tipo Giulia, Silvia, Cristina, in modo da non sentirsi diversa dalle altre.
Calliope. «Che strano nome.» Glielo dicevano tutti.
«Ma che bel nome…» anche questo dicevano. Non mancavano mai di aggiungerlo.
Ma lei non si sentiva una musa, non credeva di averne la stoffa. Eppure suo padre non la pensava affatto così. Il suo romanzo, Mezzanotte a Berlino, primo di una lunga serie di successi, le fu dedicato con la frase: A Calliope, mia unica figlia, mia unica scintilla di potere, mia unica musa.
Calliope, la musa della poesia epica invocata dai poeti come ispiratrice dei loro canti, ora diveniva la musa di uno scrittore di romanzi tutto sesso e azione. Era buffo, ma non c’era da meravigliarsi, questo era il ventunesimo secolo: anche le muse dovevano aggiornarsi, altro che danzare sulle divine note del divino Apollo nei verdi prati ai piedi del monte Olimpo!
E lei, da musa moderna qual era, lo sapeva.
Lavorava come fiorista in quel negozio del centro, vicino alla Galleria. Probabilmente ci sarete passati qualche volta, attirati da quelle vetrine che parlano di primavera e dei suoi colori, anche se fuori è pieno inverno e si gela. Magari sarete pure entrati in cerca di un pensiero per il vostro amore o per vostra madre, e la musa era lì, dietro al bancone di marmo, nel suo camicione verde da lavoro e nei suoi occhi neri da bambina, pronta a servirvi dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 19 tutti i giorni, tranne il lunedì e la domenica pomeriggio, perché anche le muse devono riposare. Ma domani non sarebbe stato lunedì.
A quel pensiero la stanchezza le ripiombò addosso. Doveva ancora rivestirsi, mangiare.
«Speriamo che Sara non chiami stasera», fu l’unico pensiero che le attraversò la mente, mentre usciva dalla stanza e richiudeva la porta alle sue spalle.

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