Cammino rasente a un palazzo. A sinistra un muro. A destra basse siepi di pitosforo. Il traffico mi scorre via, così, come se niente fosse. I miei piedi viaggiano lentamente, uno dopo l’altro. La guerra in Iraq, il petrolio alle stelle, la natura allo sbando, l’ozono, l’azoto, Freud, il mutuo. E le mie suole una dietro l’altra passano da tacco a punta, da sinistra a destra, senza soluzione di continuità. Silenziose.

Poi sento un crack.

Crack. Limpido e liquido allo stesso tempo. Chitinoso, in un certo senso. Chiudo gli occhi per un istante e ricordo con chiarezza il rumore dell’esoscheletro dei cervi volanti che mio cugino mi obbligava a uccidere. Erano una minaccia, a quanto mi diceva. Pareva pungessero.

Crack. Da fermo immagine. Il tallone scarica il peso. La tomaia schiaccia circolare. Questo suono infame di sgretolamento l’ho già sentito. A volte è vuoto, a volte umido.

Non può essere un coleottero.
L’inerzia mi spinge e indietro non posso tornare. Un solo istante e il piede compie il suo giro. Ho rotto una vita, di questo sono certo. Nessuno ha gridato, ma il rumore è stato spaventoso lo stesso. Come una frana, come una casa che crolla. Forse una casa perfetta. Un guscio magari. Sì. Un guscio: la perfezione aurea.

Avanzo di un passo. Giro la testa, lentamente. Socchiudo gli occhi in un’espressione di disgusto preventivo. Aspetto di vedere quelle sue antenne mobili, ferme per sempre. Irriconoscibili sul nudo del selciato. Ecco, penso, la lenta vita della natura stroncata da un uomo distratto. Ed è così, credo, che, prima o poi, ce ne andremo tutti. Con un enorme piede o mano o asteroide o atomica che, con distratta sufficienza, ci schiaccerà sotto la tomaia dei secoli.
Il collo ruota e, finalmente, fisso lo sguardo sul mio scempio.

È una forchetta di plastica.
Ma vaffanculo.

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