Questa è la storia del Cavaliere Senza Macchia e di come tornò dalla battaglia tutto impataccato.
Il Cavaliere Senza Macchia era un tipo un po’ strano, era convinto infatti che la cosa più importante fosse mantenere la sua armatura immacolata e il manto del suo destriero lucido e splendente come uno specchio, cosicché anche da lontano tutti avrebbero saputo del suo passaggio.
Partì con l’inizio del nuovo anno con l’armatura che brillava al sole e la fierezza di chi sa che non fallirà.
Partì con l’inizio del nuovo anno, quando i campi sono ancora marroni e il fango sporca i calzari prima ancora che questi tocchino terra.
Partì con l’inizio del nuovo anno, con un’armatura pesante e un sacco enorme di convinzioni sulle spalle.
Dopo i primi passi si accorse subito che qualcosa non andava e si levò gli stivali d’argento per evitare di imbrattarli, poiché un vero cavaliere si riconosce dall’aspetto impeccabile.
Dopo alcuni giorni in sella cominciò a sentire dei dolori atroci alla schiena e alle gambe, schiacciate dal peso della bianca armatura. Ovviamente neanche in sogno avrebbe immaginato di togliersela, così pensò di alleggerirla solo un pochino e si levò le protezioni dalle ginocchia.
Il viaggio si dimostrò più duro del previsto, su un terreno aspro e insidioso tanto che il Cavaliere dovette, di lì a poco, levarsi anche i bracciali per poter governare meglio il cavallo.
Dopotutto un vero cavaliere si riconosce dalla cavalcata fiera ed elegante! E proseguì.
Dopo una settimana incontrò il Guercio. Il Guercio era ovviamente cieco da un occhio però convinse il Cavaliere Senza Macchia che dall’altro occhio ci vedeva benissimo e gli offrì i suoi servigi. Il Cavaliere, che non vedeva affatto bene attraverso l’elmo, dopo una lunga riflessione accettò.
Dopo un mese esatto di cammino, il purosangue, stanco di trottare nel fango, sferrò un calcio al Guercio che perse anche l’occhio buono. Il paladino, rimasto senza guida, pensò che dopotutto un vero cavaliere si riconosce per la fierezza dello sguardo e si levò l’elmo, mostrando i suoi occhietti tondi. La prima cosa che vide fu un cane zoppo che passava di lì. Il cane era zoppo ma non scemo
e preferì non unirsi alla compagnia e proseguire per suo conto.
Dopo pochi passi incontrarono il Cavaliere Senza Nome. L’ uomo era così anonimo che nessuno mai ricordava quale fosse il suo nome di battesimo, tanto che ognuno lo chiamava col nome che voleva; disse lui stesso di aver avuto almeno cento nomi diversi e che poteva elencarli tutti, anche in ordine alfabetico.
Raccontò di essere stato disarcionato da cavallo durante un agguato e di altre sventure. Aveva incontrato molti guerrieri ma di nessuno ricordava il volto, perché in fondo, da lontano o da vicino, le armature si assomigliano tutte. In questo modo lui non poteva ricordarsi chi aveva ferito e i feriti non si ricordavano di lui, così in un certo senso erano pari.
Quando finì di raccontare, e senza tanti convenevoli, prese il cavallo del Cavaliere Senza Macchia e se ne galoppò via. Il Cavaliere cercò di rincorrerlo ma l’armatura d’avorio era troppo pesante e lo intralciava nei movimenti e fu proprio in quell’occasione che, preso dalla rabbia, gettò via la sua corazza. Il Guercio, che ora era cieco ma che aveva le idee chiare, disse che gli era venuto in mente un nome adatto per quell’uomo, ma il Cavaliere Senza Macchia lo fece tacere perché un vero cavaliere non si lascia andare agli improperi neanche nelle situazioni più disperate.
Non che il Guercio si dispiacesse per la perdita del cavallo, ma ora il viaggio sarebbe diventato più faticoso e temeva per la salute del suo paladino.
Dopo aver lottato contro il freddo e anche contro qualche animale, il Cavaliere Senza Macchia giunse all’accampamento. Così com’era, senza elmo né armatura, senza cavallo e tutto insudiciato, era davvero irriconoscibile e tutti lo derisero.
Il Guercio e il Cavaliere Senza Macchia, si sedettero stremati intorno al fuoco e qui il Guercio poté finalmente domandare al suo paladino perché continuasse a trascinare, ormai da giorni, un sacco vuoto.
Il Cavaliere sbigottito ci guardò subito dentro e infatti era vuoto. Ma vuoto per davvero. Allora il Cavaliere Senza Macchia prese il sacco e lo riempì con le stagioni che passano, la neve e il fango, con un’amicizia leale e un paio di occhiali spessi. Per finire ci mise dentro anche una parolaccia non detta al momento giusto e andò a vincere la sua battaglia in braghette.

← On revenge
L’ultimo giorno triste →